Orlando - Monika Ritterhaus

L’Orlando di Händel al Theater an der Wien

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È in scena al Theater an der Wien, dal 14 al 28 aprile 2019, una nuova produzione di Orlando di Händel. Originariamente composto per il King’s Theatre di Londra (1733), il dramma per musica è oggi proposto nell’interpretazione di Giovanni Antonini e Il Giardino Armonico, con Christophe Dumaux nel ruolo del titolo, Florian Boesch (Zoroastro), Anna Prohaska (Angelica), Giulia Semenzato (Dorinda) e Raffaele Pe (Medoro).
La regia del dramma è di Claus Guth e costituisce un grande elemento di attrattività della messinscena viennese, dopo il Messiah e il Saul da lui curati per lo stesso teatro. Il regista – facendo un uso massiccio del palco girevole (esagerato nel terzo atto, per supplire alla lentezza insita nella partitura di Händel) – fa muovere i cantanti in uno spazio cupo e alienante per isolare in particolare il protagonista, presentato come un eroe di guerra funestato da visioni e dall’ossessione per Angelica. Grazie a flashback proposti attraverso videoproiezioni, Guth introduce gli spettatori nel dramma del protagonista che, sollecitato dal mago Zoroastro (invenzione interamente legata al libretto händeliano), è spinto a risvegliare il suo spirito guerriero.
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Muovendosi in una struttura a due piani illuminata da luci al neon, Christophe Dumaux – nella parte originariamente composta per Senesino – stupisce per il controllo della voce in scene che richiedono una prestazione fisica da stuntman. Le capacità attoriali e vocali del controtenore francese risaltano principalmente nel terzo atto, dove Dumaux riesce a tenere alta la tensione del pubblico sia nei momenti più pacati, sia in quelli in cui la pazzia diventa azione nei tentativi di uccidere Angelica. Magistrale la sua interpretazione di Vaghe pupille (dove compare il celebre verso “sono lo spirto mio da me diviso”, essenza del bipolarismo orlandiano) e di Già l’ebro mio ciglio, aria di sonno che prelude il rinsavimento. Non entusiasmante la performance di Anna Prohaska, che non è la femme fatale che ci si attenderebbe di vedere in scena nelle vesti di Angelica (è tuttavia da sottolineare come la partitura händeliana renda il personaggio di Angelica piuttosto debole, nonostante sia al centro del desiderio di due uomini, come sottolinea lo stesso direttore Antonini). Con una pronuncia italiana incerta che rende poco intellegibili alcune sfumature del suo personaggio, la cantante sostiene comunque bene le notevoli arie a lei riservate (Verdi piante, erbette liete è un pregevolissimo lamento, reso ancor più straziante dall’andamento lento staccato da Antonini). Un raggio di luce nella generale ambientazione cupa è la Dorinda di Giulia Semenzato. La cantante sfrutta le arie civettuole (Ho un certo rossore; Oh care pupille) e di tempesta (Amor è qual vento) associate al suo personaggio per dare sfoggio di grande presenza scenica unita a un’intonazione sempre esatta e a una grande padronanza nell’emissione, anche laddove le scelte di regia la portano a cantare in pose scomode. Pur non essendo la protagonista del dramma, la sua Dorinda, ora vivace ora malinconica, attrae tutte le attenzioni ed è suo il primo meritatissimo applauso a scena aperta. Ottimo il Medoro di Raffaele Pe, specialmente nel ruolo di ammaliatore della pastorella Dorinda nell’aria Se il cor mai ti dirà. Il controtenore si muove infatti con molta agilità e notevole suono nella parte che fu da Händel concepita per il mezzosoprano Francesca Bertolli, gestendo con grande efficacia i registri e risultando perfettamente credibile nel ruolo di amante onesto di Angelica e corteggiatore (insincero) di Dorinda. Giustamente acclamato è lo Zoroastro di Florian Boesch, che sin dall’aria di esordio dimostra una particolare interpretazione del ruolo che, sebbene contraddistinto da sole tre arie, è fondamentale nel libretto händeliano per giustificare i repentini cambiamenti nei personaggi. Discutibile, ma scenicamente accattivante, la decisione di far cantare (magistralmente) a Boesch l’aria Tra caligini profonde in uno stato di ubriachezza simulata, che desta l’entusiasmo degli spettatori.
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Vero protagonista dell’intero dramma è comunque Giovanni Antonini alla direzione de Il giardino armonico. L’orchestra è capace di un suono omogeneo e ricco di dinamiche (soprattutto nel terzo atto, dove alla pazzia di Orlando corrisponde un incessante crescendo), di un’intesa perfetta con gli interpreti vocali evidente sia nei recitativi che nelle arie con strumenti concertanti. Mirabile la scena d’amore accompagnata dal flauto a becco, suonato dallo stesso Antonini.
Oltre tre ore e venti per il dramma per musica händeliano eseguito integralmente ma che, grazie agli interpreti di prim’ordine e alle scelte registiche, tiene gli spettatori incollati alla poltrona: meritatissima l’acclamazione dell’intero cast alla conclusione della recita.

Giulia Giovani

[copyright delle foto: Monika Rittershaus]
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