Capriccio Mario Castelnuovo-Tedesco

Le due anime del Capriccio diabolico di Castelnuovo-Tedesco

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Il prossimo 25 maggio, presso l’Aula Magna dell’Università “La Sapienza” di Roma, si terrà il concerto di chiusura della stagione IUC, che vedrà esibirsi il giovane chitarrista romano Gian Marco Ciampa con l’Orchestra Giovanile di Roma, diretta da Vincenzo Di Benedetto.
Mentre nella seconda parte viene proposta una selezione di brani orchestrali che spaziano da Mozart fino a Sibelius (per ulteriori informazioni è possibile consultare il programma sul sito della IUC), la prima parte è dedicata alle opere del fiorentino Mario Castelnuovo-Tedesco. Allievo di Ildebrando Pizzetti, dallo stile conservativo ma aperto alla sperimentazione, egli fu un compositore prolifico ma per lungo tempo conosciuto sostanzialmente per la sua produzione chitarristica. Questo fu dovuto soprattutto al fatto di essere vissuto in uno dei periodi più bui della nostra storia, quello delle leggi razziali e delle persecuzioni nei confronti degli ebrei, che lo costrinsero nel 1939 a lasciare la patria alla volta dell’America e ad essere estraniato dalla “élite” musicale europea. Va ricordato, inoltre, che si è celebrato nello scorso 2018, tramite un vasto numero di iniziative intorno alla sua figura, il 50° anniversario dalla scomparsa.
Il principale motivo d’interesse di questo pomeriggio musicale è senza dubbio il brano di apertura del concerto: il Capriccio Diabolico per chitarra e orchestra op.85b, che verrà eseguito per la prima volta in Italia nella versione con l’orchestra. Composto nel 1935 come opera per chitarra sola, il Capriccio Diabolico è uno dei tanti brani della produzione di Castelnuovo-Tedesco in onore del celeberrimo chitarrista andaluso Andrés Segovia, universalmente celebrato per la sua grande opera di arricchimento del repertorio ed il suo apporto nello sviluppo della tecnica e dello studio della chitarra classica. Apprendiamo da uno scambio epistolare del 1967 tra il compositore e il M° Angelo Gilardino che la nascita di questa orchestrazione avvenne nel 1945, apparentemente in seguito ad un’esecuzione segoviana del brano solistico che poco convinse il fiorentino. Il suo dissenso suscitò con ogni probabilità del risentimento in Segovia, che mai lo eseguì con l’orchestra, impedendo così al compositore di ascoltare il brano in questa versione. Quest’ultima infatti vide la luce per la prima volta in assoluto nel 1995 (ventisette anni dopo la morte di Castelnuovo-Tedesco) in Norvegia, grazie al chitarrista Martin Mastik e alla Bergen Filhamoniske Orkester, diretta da Dmitri Kitajenko.

Il negato placet del compositore si tradusse  nella realizzazione di una partitura per chitarra e orchestra che gli consentisse di “ancorare la chitarra in una scansione ritmica  più solida e ordinata, arricchendo anche l’aspetto timbrico” e che  facesse in modo di evitare libertà “tali da indebolire il carattere della musica, che era sì capricciosa ma non informe.”
Ma effettivamente, come è articolata la musica di Castelnuovo-Tedesco?
Come si evince dal sottotitolo apposto dallo stesso compositore nella versione del ‘35, il Capriccio Diabolico è un omaggio al violinista/chitarrista Niccolò Paganini, famoso per i suoi virtuosistici 24 capricci per violino solo op.1 e intorno alla cui figura aleggia il secolare mito del talento musicale ottenuto stringendo un patto con il diavolo. La doppia anima paganiniana – quella pirotecnica e quella della dolcezza melodica – emerge nella scrittura di Castelnuovo-Tedesco nella presentazione dei due temi: uno più mefistofelico e l’altro decisamente più cantabile.


Su YouTube troviamo due esecuzioni del Capriccio Diabolico nella versione del 1945: una del chitarrista russo Dimitri Illarionov con la Novosibirsk Philharmonic Symphony Orchestra, diretta da Fabio Mastrangelo, e l’altra del brasiliano Carlos Barbosa Lima con i Solisti di Sofia, diretti da Plamen Djurov. Nonostante siano decisamente agli antipodi sul piano interpretativo (la prima eccessivamente pirotecnica e la seconda troppo dilatata e poco animata), Illarionov suggerisce comunque in maniera egregia il carattere diabolico e i momenti di distensione voluti dal compositore.

Come riportato poi anche dallo stesso Castelnuovo-Tedesco, ci si trova di fronte ad un semplice accompagnamento di un’ampia orchestra ad una originaria versione per chitarra perlopiù inalterata, ad eccezione del finale: i due temi vengono riesposti dall’orchestra, che viene supportata da energici accordi della chitarra.
Le diverse sezioni del brano vengono arricchite e riempite rispettivamente in differenti modi: l’energico primo tema viene rinvigorito da timpani, legni e ottoni, e il suo sviluppo si imposta su un dialogo tra chitarra e strumenti che la imitano; le sezioni più ritmiche vengono scandite ancor più chiaramente da percussioni diverse, come nacchere o cembali; il dolce secondo tema si staglia sopra un delicato tappeto della sezione degli archi.

Nell’omaggiare Paganini, Castelnuovo-Tedesco non si esenta inoltre dall’inserire citazioni di opere del genovese, come la rapida sezione tratta dalla Grande Sonata per chitarra sola (minuto 1:39) o il celebre motivo de La Campanella (minuto 0:50) nelle battute finali.
Grazie a questo ascolto si comprende dunque il potenziale – qui non completamente espresso come in altre più riuscite partiture – di Castelnuovo-Tedesco, che dimostra senza dubbio la sua dote  compositiva e la sua raffinatezza di orchestratore. Ci troviamo di fronte ad un brano che sorprende ed incuriosisce già in cuffia per il suo spirito capriccioso e multiforme e ciò mi spinge naturalmente a pensare che non si debba assolutamente perdere la preziosa e rara occasione di farne esperienza dal vivo.

Marco Surace

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