Incontrando Anna Tifu: la grande empatia di un’interprete.

In Interviste by Marica Coppola0 Comments

Il nome di Anna Tifu, giovane violinista italo-rumena, ricorre oggi tra quelli dei più prestigiosi solisti del panorama musicale internazionale. Da quell’enfant prodige che vantava a 12 anni già due debutti  da solista, con l’Orchestra National des Pays de la Loire e con l’Orchestra del Teatro alla Scala di Milano, si è definita nel corso degli anni una figura artistica sempre più matura, dotata di un carattere ed espressività inconfondibili. La Tifu, che è per Salvatore Accardo uno dei più straordinari talenti che gli sia capitato di incontrare, è tornata sul palcoscenico dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia in tre serate dal 24 al 26 ottobre.  L’abbiamo incontrata dietro le quinte, dove ci ha concesso una piacevole chiacchierata.

Anna, dopo il tuo debutto all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia come solista nella stagione dei concerti del 2016, in questi giorni sei nuovamente protagonista dello stesso palcoscenico insieme all’Orchestra.  Che significato ha per te questo ritorno?

Suonerò ancora con una delle più importanti orchestre che ci siano al mondo, non posso che esserne onorata. Questa volta torno all’Accademia con il Concerto per violino e orchestra di Sibelius, brano con il quale negli anni ho creato un legame particolare e che mi ha portato a vincere nel 2007 il Concorso Enescu di Bucarest. La prima volta che ho suonato con l’Orchestra di Santa Cecilia  da solista, appunto nel 2016, ho eseguito invece il Concerto per violino n°1 di Šostakóvič, diretta dal Maestro Jurij Temirkanov.

Cosa è cambiato da allora?

Forse sono addirittura più emozionata! Più si cresce artisticamente, più le responsabilità aumentano. Basti pensare che la stagione di quest’anno ospiterà solisti del calibro di Janine Jansen, Ray Chen, Leonidas Kavakos… L’essere stata richiamata per me è una doppia soddisfazione: sia dal punto di vista della mia carriera che da quello personale, in quanto la sento come una conferma dell’esser piaciuta. Sono pronta a dare il mio meglio in questi tre appuntamenti romani: ci tengo a trasmettere al pubblico e all’orchestra tutto il valore che ha per me essere qui.

Quali sono i concerti per violino del repertorio che senti più vicini a te?

Mi sento molto a mio agio con i romantici, ad esempio i concerti di Brahms e Čajkovskij sono quelli che preferisco. Oltre questi, prediligo sicuramente Šostakóvič.

Cosa puoi dirci invece, Anna, del tuo rapporto con gli autori contemporanei? Sappiamo della tua collaborazione con il musicista inglese Michael Nyman (Londra,1944), autore il cui stile viene definito “minimalista”.

Non capita spesso che io suoni musica contemporanea, non mi viene richiesto di frequente. Certo, quando Nyman ha scritto un concerto per violino dedicandolo a me mi sono sentita onorata e gratificata dal suo gesto… Il concerto però non è ancora stato suonato. Avremmo dovuto eseguirlo insieme  io e Nyman in prima mondiale al Festival Enescu, purtroppo però a causa di alcuni imprevisti abbiamo dovuto rimandare l’evento. Il pezzo però è stato scritto, c’è.

Aspettiamo allora di poterlo ascoltare! Discostandoci un attimo dall’argomento prettamente musicale, vorrei fare una riflessione su un aspetto che riguarda la società in cui viviamo. Oggi noi tutti, anche gli artisti come te, siamo completamente calati in una realtà dove il contatto con i media e social-media sembra esserci diventato indispensabile. Come  ti relazioni a questo aspetto della nostra attulità, nel tuo lavoro di musicista?

Nella mia personale esperienza, mi servo molto dei social come Facebook o Instagram per pubblicizzare la mia musica. Non credo che utilizzarli ci allontani dall’essenza dell’arte e della cultura in sé, anzi: pensando che oggi gran parte dei giovani utilizza tantissimo queste piattaforme e le predilige molto spesso a qualsiasi altra forma di comunicazione, dico che è proprio tramite i social che tanti di loro possono avere l’opportunità di conoscere me ed altri esecutori di musica “classica”, avvicinandosi a questo genere. Posto spesso video in cui suono, pubblicizzo concerti, e lo faccio perché questa per me è una maniera intelligente di utilizzare questi mezzi per diffondere quanto più possibile la buona musica. C’è da aggiungere che ho ricevuto anche proposte di lavoro per concerti proprio tramite i social!

Secondo te, i social possono essere in questo anche un’arma a doppio taglio?

Sicuramente. I social hanno dato a tutti la possibilità di comunicare e commentare i contenuti stando dietro ad uno schermo, e questa libertà di espressione ha certamente del positivo, ma anche tanti aspetti non funzionali. Bisogna fare attenzione, saperli gestire e farne uso come mezzi utilissimi per veicolare un messaggio artistico, nel mio caso, anche se non vanno confusi con la realtà stessa. Ad ogni modo la mia opinione a riguardo è più che positiva: se usati bene, i social possano essere davvero mezzi  efficaci di diffusione della cultura.

Anna Tifu

Anna Tifu

 

Anna, torniamo adesso a parlare del tuo repertorio. Cosa si aggiunge per te ad ogni nuova esecuzione di un brano del passato, che hai già suonato in pubblico più e più volte?

Mi viene da rispondere alla domanda pensando subito all’aspetto emotivo, sia per quanto riguarda ciò che vivo io sul palcoscenico che ciò che intendo dare al pubblico. Parto dal presupposto che sarebbe impossibile riproporre oggi la stessa maniera in cui ho eseguito ad esempio il Concerto di Sibelius qualche anno fa. Oltre al tempo che passa e attraverso cui noi stessi cambiamo, ci sono così tante variabili per ogni concerto in cui mi esibisco che sarebbe impensabile voler riproporre la stessa esecuzione, anche a distanza di breve tempo. Molto dipende anche dal feeling che si instaura con il direttore e con l’orchestra, dall’acustica della sala e dall’atmosfera di contatto con il pubblico, sempre diversa…

Mi sembra di capire che per te è molto importante l’ispirazione che cogli nel momento in cui arrivi sul palcoscenico  e instauri un contatto con ciò che ti circonda.

Esattamente. In grande sincerità dico che io sono una persona molto istintiva. Il carattere con cui eseguo emerge nel momento in cui sono sul palco, e questo non può essere pensato da prima. Tutte le diverse sfumature di emozioni che vivo per ogni esecuzione sono per me quello che davvero si “aggiunge” di anno in anno alla musica che interpreto.

 

In effetti,  c’è bisogno sicuramente di grande empatia per funzionare da tramite tra la partitura musicale e il pubblico. Puoi dirci invece qualcosa del tuo “retroscena”, del modo in cui organizzi il tuo studio?

Quando studio, la cosa principale per me è essere presente mentalmente, con il massimo della concentrazione. Non ho bisogno di studiare tante ore, piuttosto di essere il più pignola possibile nel tempo in cui lo faccio. Per me il meglio deve essere dato principalmente nel momento dello studio: come si potrebbe altrimenti sentirsi con la coscienza pulita stando sul palcoscenico? Esser sicuri di aver studiato con criterio è il primo fattore per sentirsi a proprio agio in concerto.

E dopo aver raggiunto una certa sicurezza tecnica?

A quel punto, puoi essere in grado di non preoccuparti dei problemi che hai già affrontato nelle ore di studio. Solo dopo questo passaggio si è pronti a raggiungere lo scopo più importante per un interprete, cioè  comunicare realmente con il pubblico.

Cosa hai imparato tu, in definitiva, da questa comunicazione che è scopo del tuo mestiere?

Ho capito che il pubblico può perdonare una nota sbagliata,  ma non l’assenza di questo contatto empatico che deve stabilirsi tra esso e l’interprete. Se si porta in palcoscenico un atteggiamento rigido,  ponendo al primo posto il pensiero di non dover sbagliare una nota, il pubblico lo avverte benissimo e di conseguenza non risponde. Per questo torno a ribadire che la parte più difficile sta nello studio, così da poter lasciare quanto più libero possibile, in concerto, quel canale attraverso cui far fluire il messaggio artistico, in tutta la sua essenza.

Marica Coppola

 

 

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