Cinque (più uno) concerti per violino da conoscere

In Compositori by Michela Marchiana1 Comment

Scrivere una lista di ascolti non è mai facile. Chi può dire quali siano gli ascolti giusti da inserire nella lista? Quali quelli necessari? Quali quelli che invece potrebbero essere omessi, trascurati? E anche una volta scelti, nel mare infinito delle possibilità, ci si continua a chiedere se la scelta sia stata azzeccata e se i consigli saranno davvero buoni. Quindi la sottoscritta (che poi sarei io) ha deciso di cambiare il modo di procedere. Non stilare una lista di ascolti necessari, non una lista di consigli, ma, semplicemente, stilare una lista di ascolti molto amati dalla sottoscritta e farla ascoltare ai lettori attraverso un’analisi del tutto personale di chi ama il violino (che è il protagonista assoluto dell’articolo) più di ogni altra cosa. Perché vedere, leggere o ascoltare cose note da occhi e orecchie diverse ha un sapore nuovo e riserva, speriamo, continue scoperte.

Il violinista arriva realmente alla suprema grandezza quando non è più lui che suona il violino ma quando l’arco strappa dall’anima sua, e non dalle corde, le note più imploranti e desolate.”
Giovanni Papini, “Il sacco dell’orco”

1. Beethoven, concerto op. 61

L’unico concerto per violino e orchestra scritto da Ludwig Van Beethoven (1770-1827) fu eseguito per la prima volta nel 1806 da Franz Clement, che nel bel mezzo dell’esecuzione, appena dopo il primo movimento, pare abbia sospeso il concerto iniziando a suonare delle variazioni proprie sulla prima parte del concerto. In seguito a questa vicenda la composizione venne totalmente abbandonata da Beethoven, che non volle apportare nessuna modifica. Il successo di cui tutt’oggi gode si deve a Felix Mendelssohn, che, come fece con la Passione secondo Matteo di J. S. Bach, fece brillare questo concerto della luce che meritava, con un’esecuzione nel 1844 con al violino il giovane quattordicenne Joseph Joachim.

Con i suoi tre movimenti, con l’equilibrio tra solista e orchestra, con l’equilibrio tra virtuosismo, tecnica e melodia, con l’equilibrio tra intensità, profondità, leggerezza e gioco, questo concerto è forse la prova che la perfezione esiste.
Il primo movimento (Allegro ma non troppo) si apre con una chiara idea ritmica esposta dal solo timpano, sopra il quale successivamente si sviluppa un canto melodioso dell’orchestra. Ritmo e melodia convivono, e l’uno non potrebbe sopravvivere senza l’altro, sono parte di una stessa unità.

” Non muovere mai l’anima senza il corpo, né il corpo senza l’anima, affinché difendendosi l’uno con l’altra, queste due parti mantengano il loro equilibrio e la loro salute.”
(Platone)

Noi, esseri finiti, personificazioni di uno spirito infinito, siamo nati per avere insieme gioie e dolori; e si potrebbe quasi dire che i migliori di noi raggiungono la gioia attraverso la sofferenza.”
(Beethoven)

Questa unità, che è la ragione della perfezione di questo concerto, rende però il tutto stranamente asimmetrico. L’imperfezione dell’orecchio umano fatica un po’ ad adattarsi a questa situazione, per questo Beethoven lascia all’orchestra una lunga introduzione, prima di far entrare il solista con una breve cadenza, volta, dopo aver esibito passaggi tecnicamente complessi, a ribadire il tema iniziale.

Con un dialogo costante e magico tra solista e orchestra il tema viene riproposto, variato; quando l’orchestra è più lineare e distesa allora il solista è più frenetico e ritmico, e viceversa. Momenti di assoluta felicità vengono poi spenti in modo geniale da cambi di modo e di dinamiche, che a loro volta verranno sostituiti di nuovo da nuova luce e da nuova speranza. A chiudere il cerchio perfetto del primo movimento è la cadenza, quella tradizionalmente eseguita, scritta con altrettanta genialità da F. Kreisler.
Si è parlato di perfezione di equilibri tra ritmo e melodia nel primo tempo che si trasforma in perfezione di equilibri tra “solo” e “tutti” nel secondo (Larghetto).
Forse l’unico concerto in cui il solista, pur esibendo la sua bravura tecnica e virtuosa, accompagna per quasi tutto il movimento l’orchestra, che sostiene il tema principale.
Il solista riemerge e riconquista pienamente il suo “ruolo” nel collegamento al terzo movimento (Rondò: Allegro). In questo movimento il solista dà l’esempio di tema che dovrà essere imitato ed elaborato dall’orchestra durante il percorso verso la conclusione. Lo stato d’animo si è trasformato, da una dolcezza e una malinconia suggestiva, a un gioco e un divertimento leggero che porta alla cadenza del solista che poi si ricongiunge perfettamente all’orchestra, grazie ancora una volta all’unione e indissolubilità di ritmo (rappresentato dell’orchestra) e melodia (rappresentata dal solista con i trilli conclusivi della cadenza).
E, come ogni cerchio che si rispetti, il movimento si chiude con lo stesso tema con cui aveva iniziato.

2. Mendelssohn, concerto op.64

Il concerto in mi minore di Felix Mendelssohn Bartholdy (1809-1847) venne commissionato all’autore dal violinista Ferdinand David, che ne fu il primo esecutore nel 1845. Ma famosa divenne una successiva esecuzione, nel 1847, un mese prima che il compositore si spegnesse, diretta dal compositore stesso con al violino il ragazzo che aveva riportato alla luce, grazie proprio a Mendelssohn, il concerto per violino e orchestra di Beethoven, Joachim.
L’unicità di questo concerto è innanzitutto nell’inizio. Il tema del primo movimento (Allegro molto appassionato) è affidato al solista invece che, come da tradizione, all’introduzione ed esposizione del tema da parte dell’orchestra. Definito tra i primi, se non il primo, concerto romantico, il concerto fa pensare all’idea di bellezza del romanticismo, in particolare potrebbe richiamare alla mente uno dei poeti cardine del romanticismo inglese, J. Keats. La bellezza è tutto ciò che conta per un artista, perché l’arte e la bellezza hanno il potere dell’immortalità.

“A thing of Beauty is a joy forever” (J. Keats, “Endimione” – “una cosa bella è una gioia sempiterna”)

Nell’ “Ode su un’urna greca” Keats descrive il concetto di bellezza, ed è della sola bellezza che si nutre lo spirito romantico e l’arte stessa.

Beauty is truth, truth beauty, – that is all
Ye know on earth, and all ye need to know”
(J. Keats, “Ode su un’urna greca” – “Bellezza è verità, verità bellezza, questo è tutto ciò che sapete sulla Terra, ed è tutto ciò che vi occorre sapere.”)

Ma la bellezza è tale anche grazie alla sua perfezione oggettivamente parlando; un’urna greca dalle forme fredde e rigide è trasformata dal crescente spirito romantico del poeta in un esempio di assoluta bellezza.

“thou, silent form! dost tease us out of thoughtas doth eternity: Cold Pastoral!” (J. Keats, “Ode su un’urna greca” – “Tu, forma silenziosa! Che ci fai perdere la ragione come fa l’eternità: fredda pastorale!”

E così accade anche nel concerto di Mendelssohn. Uno stravagante spirito romantico, privo di regole e attirato soltanto da ciò che è bello e da ciò che lo affascina si fa strada e cerca di emergere nella forma e nel rigore che tutto il concerto mantiene. Come un osservatore in un quadro, che è chiuso nella stessa, ferma e immutabile, cornice, riesce a perdersi e a percepire l’infinito, così nel concerto il solista procede vagando incerto, perdendosi poi in un mare di note, rallentando a osservare il suo stesso spirito romantico e riflessivo nel secondo movimento (Andante) e infine accelera nel terzo movimento (Allegretto non troppo – Allegro molto vivace) in una corsa mossa da un desiderio di libertà, un desiderio di uscire da quel rigore e da quegli schemi che la tipica bellezza, quella oggettiva dell’urna, prefigge.

 

3. Bruch, concerto op. 26

Muovendo verso l’ultima metà del XIX secolo, tra gli altri c’è il concerto per violino in Sol Minore di Max Bruch (1838-1920). Il concerto ha una storia lunga e travagliata anche se il carattere fa pensare ad una composizione mossa dall’impulso. A lavori iniziati nel 1864 Bruch scrive al suo insegnante di violino
“Il mio concerto procede lentamente, non sono sicuro di me stesso in questo campo, pensa che sia molto ambizioso scrivere un concerto per violino?”.
Concluso ed eseguito nel 1866, fu subito rimaneggiato dal compositore, che chiese consigli e commenti al virtuoso violinista e dedicatario dell’opera J. Joachim (la dedica riporta “Joseph Joachim in Freundschaft zugeeignet” traducibile come “dedicato all’amicizia con Joseph Joachim”); e dopo varie modifiche la versione attualmente conosciuta fu conclusa ed eseguita per la prima volta nel 1868 con lo stesso Joachim al violino solo.
Il concerto è composto dai “tipici” tre movimenti, anche se il primo e il secondo potrebbero quasi essere considerati un’unica cosa, vista la continuità tra i due e la singolare denominazione del primo tempo, cioè “Vorspiel”, “Preludio”.
Quindi come un’introduzione al movimento centrale del concerto, il primo movimento è composto dai primi interventi del solista in due brevi, ma non per questo poco intense, cadenze, dal tenore lento e meditativo e da una parte centrale più frenetica e caotica. La parte centrale si conclude con un ritorno alle prime due cadenze, lievemente modificate e con l’aggiunta di un’accelerazione finale, che richiama la frenesia della parte centrale. Il tutto sembra una ricerca dello stato d’animo adatto ad andare avanti, un costante conflitto delle diverse personalità di un’unica individualità. Grazie poi ad un’unica nota tenuta avviene il collegamento al secondo movimento (Adagio), ed ha inizio un’analisi introspettiva, molto riflessiva e lievemente malinconica. Il solista espone la melodia ogni volta in maniera leggermente diversa, cercando di uscire dal guscio e di esporre appena sé stesso. Quando, nella parte centrale, l’orchestra dimostra di aver capito la personalità del solista, riproponendo la sua melodia, lì il violino capisce di essere ancora diverso e propone un nuovo movimento di note.

” Mi si fissò invece il pensiero ch’io non ero per gli altri quel che finora, dentro di me, m’ero figurato d’essere” (Luigi Pirandello, “Uno nessuno centomila”).

Ma essere parte di qualcosa non era poi tanto male, quindi con ancora un ritorno alla melodia iniziale, che l’orchestra ha imparato a conoscere, il solista fa le ultime riflessioni e si prepara ad esporsi al mondo esterno: e così, con l’aiuto iniziale dell’orchestra esplode in uno scoppiettante terzo movimento (Finale. Allegro energico). Così il movimento avanza in un costante dialogo tra individualità e collettività, pur continuando a mostrare la sua unicità (dimostrata soprattutto dai due momenti puramente melodici che abbandonano momentaneamente il virtuosismo e che richiamano i precedenti episodi di introspezione), il solista riesce a farsi accettare e a essere parte del mondo che lo circonda.

4. Brahms, concerto op. 77

Il Concerto per violino op. 77 è oggi considerato come una delle composizioni più riuscite di Johannes Brahms (1833-1897). Il concerto fu composto grazie al grande amico J. Joachim, a cui Brahms chiedeva continuamente pareri ma anche consigli tecnici violinisticamente parlando.

” Amico caro, (…) vorrei mandarti un certo numero di passaggi per violino (…) Mi chiedo se non sei tanto sprofondato in Mozart e forse in te stesso, da poter trovare di un’ora per guardarli”

“Mi è sufficiente che tu dica una parola o che ne scriva qualcuna sopra la parte: difficile, scomodo, impossibile, eccetera.»

La prima esecuzione si ebbe nel 1879, con Joachim al violino e lo stesso Brahms come direttore d’orchestra.
Inizialmente il concerto doveva essere composto da quattro, e non, come da tradizione, tre, movimenti; ma il secondo (che doveva essere uno Scherzo) verrà in corso d’opera tagliato da Brahms per diventare successivamente il secondo movimento del secondo concerto per pianoforte e orchestra (op. 83).
Grazie, oltre alle sinfonie, a questo concerto, si riesce a capire che genio fosse Brahms soprattutto per la straordinaria orchestrazione.
Anche con un solista che riesce ad esibire la sua bravura, il clima del concerto è quello di una sinfonia, per via delle dinamiche usate e dell’interazione, non solo tra la compagine orchestrale e il solista, ma anche tra le diverse sezioni dell’orchestra. Una numerosissima quantità di temi è esposta dall’orchestra e successivamente dall’ingresso del violino nel primo movimento (Allegro non troppo) senza che l’ascoltatore riesca a rendersi perfettamente conto dell’esatto momento in cui il passaggio da un tema ad un altro sia avvenuto. La grandiosità e la maestosità del primo movimento, con tutta la sua melodia, energia e ricchezza si trasformano nella dolcezza e nella tranquillità dell’animo che scaturiscono dal secondo movimento (Adagio).
Il violino cantando dolcemente si fa strada lungo il pentagramma come se stesse vivendo una magia, una favola, un sogno. Risvegliandosi dal sogno con più energie ancora rispetto all’inizio, la musica esplode in un brillante tema “in stile ungherese”, nel terzo movimento (Allegro gioco ma non troppo vivace), non estraneo al compositore. Ed è questo il momento in cui il solista si sbizzarrisce in orpelli virtuosistici, quasi a voler chiarire finalmente le distanze che ci sono tra solista e orchestra, ma l’intento non riesce pienamente; perché, anche se tecnicamente e virtuosisticamente il violino emerge e si distingue, con una magia nell’orchestrazione, l’orchestra riesce a mantenere il dialogo con il solista fino ad arrivare insieme alla stretta finale.

5. Čajkovskij, concerto op. 35

L’unico concerto per violino e orchestra di Pëtr Il’ič Čajkovskij (1840-1893) fu completato dal compositore nel 1878. Il primo esecutore come violino solista sarebbe dovuto essere Iosif Kotek, che era stato di prezioso aiuto per Čajkovskij durante il suo lavoro, ma il violinista si rifiutò di eseguirlo per le elevate difficoltà tecniche. Čajkovskij ricevette lo stesso rifiuto da parte del violinista Leopold Auer. Così la prima esecuzione del concerto si ebbe nel 1881 con Adolf Brodskij, dedicatario dell’opera, al violino. Il concerto non ebbe immediato successo, il pubblico reagì freddamente e la critica lo recensì duramente. Il critico e musicologo tedesco E. Hanslick giudicò “discreto” l’inizio di ogni movimento ma man mano che si continuava con l’ascolto era sempre peggio, e affermò di aver fatto una nuova scoperta grazie alla musica di Čajkovskij, e soprattutto grazie a questo concerto, una scoperta molto curiosa, cioè che la musica poteva essere “puzzolente”.
Ma al giorno d’oggi è forse il concerto più famoso e più ascoltato che sia mai stato composto per violino e orchestra.
In costante dialogo  con l’orchestra, il solista elabora i temi in una climax di ascendente virtuosismo. Compito del solista è infatti quello di conciliare il tecnicismo e il virtuosismo a quella che potrebbe sembrare una melodia leggera, ma che, se suonato con la giusta dose di passione e attenzione, risulta di una profondità inaspettata.
Nel primo movimento (Allegro moderato) il solista si fa subito riconoscere, entrando con una breve cadenza. Successivamente espone un tema dolce, che richiama il tema iniziale esposto dell’orchestra, come fossero due opinioni diverse riguardo ad uno stesso argomento. Ed è proprio così che l’intero movimento avanza, come una discussione di un gruppo di persone che ha pareri diversi. Con vari cambiamenti a livello di virtuosismo, di tecnica, di ritmo il solista cerca di far valere la propria opinione, fino ad esplodere in un monologo: la cadenza. Grazie a questa si riesce a capire chi è il vero protagonista e chi deve essere a guidare il gruppo verso la fine del movimento. E così, comunque in un costante dialogo, il solista e l’orchestra si avvicinano alla fine con un’esplosiva stretta che raccorda tutte le opinioni contrastanti, per approdare infine nella Canzonetta, il secondo movimento.
La Canzonetta inizia per il violino sottovoce, in un pensiero assolutamente personale, che mette in discussione emozioni contrastanti, idee, preoccupazioni; quando improvvisamente esplode in un tema ricolmo di luce, di positività, di speranza. E come accade nella mente delle persone così il tema del violino alterna momenti di luce e di oscurità; e così, dopo il tema positivo e speranzoso, viene riproposta la nostalgica e preoccupata melodia iniziale che infine però, grazie all’aiuto sempre fortemente presente dell’orchestra, si risolve in un energico e luminoso terzo movimento (Finale. Allegro vivacissimo). Come un ritorno alle origini, anche qui il solista entra con una breve cadenza, per poi dare inizio, brillantemente accompagnato, a una frenetica corsa verso la fine, interrotta da poche brevi soste rappresentate da un tema dolce che, paradossalmente, si rivelano essere uno slancio energico che aiuterà il “tutti” e il “solo” ad arrivare alla meta.

5+1. Sibelius, concerto op.47

Jean Sibelius iniziò a lavorare alla partitura del concerto per violino e orchestra nel 1903. La prima esecuzione fu a Helsinki nel 1904. L’atteggiamento sfavorevole della critica spinse il compositore a modificare il concerto, in parte semplificandolo tecnicamente.
In questa nuova versione il concerto fu eseguito per la prima volta nel 1905. La parte solistica fu affidata al violinista ceco Karel Halíř accompagnato dall’Orchestra Filarmonica di Berlino diretta da Richard Strauss.
Nel periodo d’oro del concerto romantico, Sibelius volle conciliare, all’inizio di un nuovo secolo, quello che era l’ormai noto virtuosismo e la teatrale romantica drammaticità con il suo stile personale e del tutto particolare, uno stile che mirava a una sorta di rivendicazione dell’identità nazionale finlandese (Sibelius era nato a Hämeenlinna, in Finlandia) in campo musicale. Il compositore e critico musicale Giacomo Manzoni descrive e parla del concerto come «composto ancora sulla linea “tardo romantica” dei più fortunati pezzi giovanili, […] è composizione tipica di Sibelius per l’andamento fantasioso e rapsodico dell’invenzione, per il metodizzare semplice e spontaneo della parte solistica, per un trattamento orchestrale che si limita in molti casi a creare un discreto sfondo sonoro alle evoluzioni del solista» ( Giacomo Manzoni, “Guida all’ascolto della musica sinfonica”).
Originalissima composizione, il concerto spicca tra gli altri come uno dei più strani e particolari concerti mai composti, come fosse una composizione che non fa parte di alcun genere, una composizione senza alcun tipo di etichetta. Nessun collegamento di spirito e di carattere sembra essere presente tra i tre movimenti ed anche i collegamenti tematici (anche se è forse addirittura azzardato parlare di veri e propri temi) all’interno di un singolo movimento sono difficili da cogliere.
Nel primo movimento (Allegro moderato) il solista inizia senza farsi attendere, e senza aspettare l’introduzione dell’orchestra (cfr. Mendelssohn) e fa emergere una serie di idee, uniche, confuse e incomprese dal resto del mondo, perché il violino fa parte di una realtà diversa, è unico nel suo genere e superiore all’orchestra, e tutto ciò è dimostrato dai difficilissimi passaggi tecnici e virtuosistici presenti lungo tutto il corso del movimento. E infatti solista e orchestra, fino all’approdo al secondo movimento ( Adagio di molto), sembrano essere due cose distaccate, l’orchestra cerca di carpire i temi del violino e di comprendere le sue successive intenzioni, ripetendo ed elaborando temi precedenti e idee già esposte. Da una parte questo tentativo dell’orchestra, dall’altra la ricchezza e la bravura del solista, rendono il primo movimento confusamente magico.
La confusione sembra essere sparita quando, dopo un’introduzione ancora persa affidata ai legni, si vede la luce in fondo al tunnel, con il dolce tema esposto dal solista, che lascia momentaneamente da parte i virtuosismi e si concentra sul lirismo e sulla cantabilità nostalgica e commovente.
Totalmente in contrasto con la calma e la tranquillità del secondo movimento, il terzo (Allegro ma non tanto) si apre bruscamente grazie ai timpani e agli archi scuri, che sono l’emblema di quella che sarà la cifra stilistica di tutto il movimento. E la cifra stilistica del movimento è senza alcun dubbio, già da un primo ascolto, il ritmo. Il compositore, sempre insistendo nei passaggi virtuosistici e complicatissimi del violino, si concentra nel mantenere sempre presente un ritmo, quadrato e ben scandito, anche quando il solista, in alcuni momenti, e diverse sezioni dell’orchestra, in altri, si distendono. E così, come una cavalcata di caccia quando si è individuata la preda, il movimento avanza sempre di più e non si ferma finché la preda non viene catturata.

Si conclude così, cari lettori, questa piccola, minuscola, microscopica parte dell’immenso mondo della musica. Con la grande speranza di non avervi annoiato, ma soprattutto di non avervi fatto odiare il violino, un consiglio non richiesto, in conclusione, ve lo voglio dare: la musica è una via di fuga, di sfogo, di libertà e di salvezza, non smettete mai di vivere al suo fianco.

Senza la musica la vita sarebbe un errore”
(Friedrich Nietzsche)

Michela Marchiana


 

About the Author

Michela Marchiana

Sono nata a Roma nel 1995. Ho iniziato a studiare il violino all'età di 12 anni. Frequento la facoltà di Musicologia presso La Sapienza e sono diplomata in violino presso il Conservatorio di Santa Cecilia a Roma. La risposta alla fatidica domanda "Qual è la tua musica preferita?" purtroppo (o per fortuna!) per me non esiste. Mi sono avvicinata al mondo della musica grazie ai miei genitori (non musicisti ma appassionati a tutto tondo) che mi hanno cresciuta a suon di cantautorato italiano misto a rock misto a reggae misto a (strano ma vero) Barbiere di Siviglia e Traviata. Successivamente, iniziato a studiare il violino sotto la guida di un'Insegnante con la "i" maiuscola, ho iniziato a scoprire il mondo dell'orchestra sinfonica e dei gruppi da camera. Dunque, se proprio dovessi dare una risposta sul genere di musica preferito (nell'ambito della musica classica), direi che preferisco la musica da camera, con un amore sconfinato nei confronti del Quartetto. Compositori preferiti? Nessuno dai, a parte la gigantografia di Ludovico in camera.