Sokolov

Sokolov a Santa Cecilia: un introspettivo titano della musica

In Recensioni by Valerio Sebastiani0 Comments

Il rito del concerto, con Grigory Sokolov, si consuma sempre sotto il segno dell’inaspettato e del solenne. Ogni anno Sokolov imposta le sue tournée su un programma solo, ben meditato; rimane sempre defilato dai riflettori, emancipandosi sempre di più dall’immagine stereotipata dal concertista-divo che deve saper fare tutto, subito e in maniera appetibile. La sua musica è caratterizzata da una lenta impazienza e da un’umanissima contemplazione. E conquista, nella sua ricercatezza.

Il pubblico di lunedì sera a Santa Cecilia non ha mollato di fronte alle oltre due ore di programma, Sokolov ha risposto con entusiasmo, tenendo alte le aspettative: 6 bis regalati con instancabile sapienza. Poco importa per l’ultimo treno da prendere, l’attesa infinita dell’autobus notturno a Piazzale Flaminio, i bambini che aspettano a casa. Sokolov si prende il suo tempo, incede con passo lento e misurato sul palco, entrando in perfetta sintonia con il pubblico romano, che raramente si mostra così reattivo e ben disposto a rimanere fino alla fine degli èncores. Ben poche infatti le solite defezioni, sparuto il fuggi fuggi generale quando ancora si scatenano gli applausi: dopo un concerto “raddoppiato” estremamente intenso e carico di significati, molti in sala hanno continuato a chiamare sul palco il maestro.

Il programma della serata ha infatti suggerito – nemmeno troppo velatamente – una sorta di percorso di evoluzione del pianismo romantico per eccellenza, partendo dal giovane Beethoven del 1795 e giungendo fino al tardo Brahms del 1892. Un secolo di musica, articolata su momenti cardinali di due compositori particolarmente frequenti nei programmi di Sokolov.

Beethoven, in particolare, viene fotografato proprio nel suo processo di maturazione, di cui la Sonata in do maggiore op.2 n.3, che risale al 1795 e le Undici Bagatelle op.119, composte in un arco temporale di vent’anni, sono tappe fondamentali.

La Sonata in do maggiore, op.2 n.3, ultimamente sempre più frequente nei concerti italiani del maestro,

Stupefacente è la capacità dell’interprete di dotare ogni idea tematica di una sua propria identità strutturale, facendole dialogare con una emozionante dosatura timbrica e coloristica. Laddove certa scuola interpretativa preferisce riconsegnare un Beethoven più “massiccio” e sperimentale, qui Sokolov ha offerto l’immagine di un compositore introspettivo che, nonostante la giovane età, riesce a costruire dei momenti lirici intensissimi, molto vicini al Beethoven più maturo. In questo senso l’Adagio è stato forse l’esempio più clamoroso. Con il suo tempo dilatato fino allo spasimo, il carattere “cantabile” del secondo movimento è stato soppiantato da una dimensione quasi sepolcrale, tenendo tutti con il fiato sospeso. Il contrasto, già di per sé notevole, tra la prima sezione in mi maggiore e la seconda in minore raggiunge così il parossismo più elevato, facendo quasi dimenticare la fervente vena dialettica del primo movimento. Il tempo sembra quasi congelarsi negli accordi della cadenza finale in maggiore, rallentati e trattenuti però fino all’immobilità, facendo disintegrare ogni tentativo di recuperata serenità. Una pausa dovuta, in un attonito raccoglimento collettivo e finalmente arriva il terzo movimento, dove si disvela un Sokolov ostile al “già sentito”. L’andamento dello Scherzo Allegro, un fugato a tre voci con strette finali, imporrebbe una certa velocità. Sokolov invece decide di legarsi coerentemente con il tempo dilatato del precedente movimento, trattenendo (e di molto) l’Allegro, in modo da farne gustare la complessa polifonia e la scrittura imitativa molto densa. La vigorosità tecnica del maestro non poteva che manifestarsi nel modo più esplicito nell’ultimo movimento in forma di Rondò, raggiungendo vette di perfezione retorica ed espressiva anche nei passaggi più ostici.

“Giudicare e amministrare”. Un detto risalente alla scienza politica della Rivoluzione Francese, come un eccitato signore ha ricordato in uno dei tanti capannelli formatisi durante il via vai dell’intervallo, inquadra suggestivamente la capacità di Sokolov di gestire il complesso caleidoscopio delle Undici Bagatelle op. 33. Abbiamo già detto dell’importante testimonianza dell’evoluzione stilistica incarnata da questi undici brani: si riconosce nell’intelligente ed elegantissima interpretazione di Sokolov una grande varietà di mezzi espressivi,

Memorabile nella Bagatella n.7 la capacità del maestro di costruire una tensione crescente attraverso un’apoteosi di trilli perfettamente sgranati e brillantissimi. La sala è, a questo punto del concerto, rapita e galvanizzata.

La seconda parte del concerto ha fatto da sapiente contraltare alla prima, con il tardo Brahms che retrospettivamente interroga la sua lunga carriera di compositore (e con essa i suoi modelli) attraverso le miniature riflessive dei Klavierstücke op.118 e op.119. Ma quello che emerge da queste ultime raccolte di musica per pianoforte, non è solo intimo raccoglimento. Vi riconosciamo un evidente carattere esplorativo della costruzione armonica, ricchissima di modulazioni, dell’ambiguità ritmica e dei contrasti semantici tra una sezione e l’altra di questi pezzi aforistici. Ma le differenze tra l’opera 118 e 119 sono trasversali, nonostante fossero state pubblicate (e quindi rimaneggiate) nello stesso anno. La tastiera di Sokolov riesce a esprimere con puntualità il baratro che si contrappone tra l’op. 118, in cui il carattere lirico e tragico si interfacciano con decisione, e l’op.119, dove invece la drammaticità viene soppiantata da una malinconia posata – quasi rassegnata. L’immersione dell’interprete nelle partiture di Brahms è quindi totale, l’equilibrio strutturale tra uno stück e l’altro curato in maniera ossessiva. Ce ne accorgiamo con l’irrompere del carattere battagliero della Ballata in Sol minore, dopo le languide – ma mai morbose – sonorità dell’Intermezzo II in La maggiore. Il forte di Sokolov non è mai condotto fino allo spasimo più manierista, si trattiene quasi, controllatissimo, esprimendo comunque una tensione sonora travolgente.

Questa peculiare capacità di dosare le sonorità emerge lungo tutta l’esecuzione dei Klavierstücke e forse mai è stata così esplicita come nell’ultimo. In pochi si dimenticheranno la chiusura della raccolta con l’Intermezzo in mi bemolle minore, un Andante, largo e mesto che sotto le mani di Sokolov, acuisce in maniera esasperata i suoi toni plumbei e funerei. Sokolov imposta l’intero Intermezzo su un senso di brutale precarietà, evidente sicuramente già a partire dal tema del “Dies irae” della messa da Requiem gregoriana, ma che non viene smentito nemmeno dalla seconda sezione in si bemolle minore. Il carattere esplicitamente eroico di quest’ultima, infatti, fa veramente fatica concretizzarsi, rimanendo quasi imbrigliata negli sforzati sottolineati in maniera esasperata. Con l’arpeggio delle ultime battute, la musica sembra evaporare, sfinita: una didascalica indicazione del trionfo inesorabile della morte, che sconfigge gli slanci più eroici. Ascoltatori disattenti potrebbero intravedere in questo una rapporto puramente ideale al suono, costruito in una dimensione quasi sovrumana. Nulla di più sbagliato: la musica di Sokolov è fin troppo umana, tanto è modellata in maniera cangiante e complessa. È forsennato movimento e non essenza; è contrasto e dialettica, non pura idea.

Con i quattro Klavierstücke op.119 Sokolov ha espresso pienamente questa sua capacità di sprofondare nell’individualità del compositore e di trarne fuori tutte le contraddizioni e le voci interiori, senza avere paura di ottenere un suono aspro ma espressivo. Struggente, ma senza melassa, Sokolov ribadisce sonorità complesse, ma che arrivano con tempestiva comunicabilità. Sembra esprimersi, negli arpeggi che si sgretolano in pianissimi lievi, dal suono tuttavia pieno e corposo, un’aderenza intellettuale al sentimento al tempo stesso malinconico e sentimentale di un compositore giunto ormai all’apice della propria vita, che medita disincantato sulla propria condizione. Ciononostante non si ravvede alcuna stanchezza, alcuna involuzione. Sokolov, arrivato ormai alla soglia dei 70 anni, ribadisce un’incredibile lucidità e profondità di pensiero, lasciando però molti interrogativi sulle ulteriori direzioni che potrà intraprendere uno stile esecutivo di questa portata (soprattutto in relazione ad autori così assiduamente frequentati). Ma, se mai ci saranno evoluzioni o cambi di rotta, sapranno interrogare nuovamente, con vitalità.

Una manciata di secondi di silenzio in contemplazione, che sono sembrati un abisso, prima degli inattesi (ma altresì sperati) 6 bis, che si sono susseguiti tra scrosci di applausi per la loro esecuzione non solo magistrale, ma sapientemente ponderata.

Riportiamo qui la lista, da cui si evince già ad uno sguardo superficiale, un interessante bilanciamento tra pezzi da “repertorio” e pezzi che erano stati abbandonati dalle sale da concerto.

Franz Schubert – Impromptu op.142 n.2

Frederic Chopin – Mazurka in la minore op.68 n.2

Franz Schubert – Melodia ungherese 

Johannes Brahms – Intermezzo n.2 op.117

Sergej Rachmaninoff – Prelude n.13 op.32

Claude Debussy – Des pas sur la neige

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Valerio Sebastiani

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Classe 1992. Laureato in Musicologia con una tesi sulla ricezione della musica di Gustav Mahler nei compositori del primo e secondo Novecento. I suoi ambiti di ricerca sono: la musica tardo-romantica, le avanguardie storiche e le musiche tardo-novecentesche; i rapporti tra musica e poesia; storia delle mentalità in relazione alla musica. Ama Pier Paolo Pasolini e Alexander Scriabin, Claude Debussy e Luciano Berio, Rosa Luxemburg e Bertolt Brecht, Arvo Pärt e Lenin, Gustav Mahler e Wu Ming, Philip Roth e Vittorio Sereni, Lars von Trier e Michel Foucault, gli infiniti silenzi e la musica elettronica, la profondissima quiete e Igor Stravinsky, Woody Allen e il tiramisù, Theodor Adorno e Louis C.K.