Mengozzi

Musica a strati, intervista a Fabio Mengozzi

In Interviste by Filippo Simonelli0 Comments

La musica contemporanea è caratterizzata da una varietà enorme di linguaggi: questa libertà porta i compositori verso uno sperimentalismo spesso spinto che poi però li riconduce su un binario diverso, a tratti reminiscente del passato ma necessariamente venato di un’originalità personale. È il caso di Fabio Mengozzi, compositore piemontese e pianista, che ha attraversato una profonda evoluzione nel corso della sua carriera e che è tutt’ora alle prese con una ricerca lungi dall’essere terminata, o almeno così dice. Ma andiamo con ordine. Compositori probabilmente si nasce, ma prima di tutto bisogna diventare musicisti consapevoli. Per Mengozzi questo passaggio è stato guidato dai tasti di avorio del pianoforte.

Ho cominciato a suonare e parallelamente a comporre, fin da bambino. Non mi sono mai immaginato come solo pianista o solo compositore, le due cose sono sempre state strettamente collegate. Ho sempre continuato a fare le cose in maniera piuttosto naturale.

Spesso e volentieri rimangono impressi nei musicisti gli insegnamenti profondi che lasciano i propri maestri. Quando i maestri sono eccezionali poi, questo passo appare perfino inevitabile. Ed è proprio il caso di Fabio Mengozzi, che come maestro ha avuto nientemeno che Aldo Ciccolini, uno dei più raffinati pianisti del secolo scorso in Italia. Oltre ad aver inciso e suonato un repertorio vastissimo, specie in ambito francese, Ciccolini è stato anche un appassionato didatta:

Sono diventato allievo di Aldo Ciccolini a 15 anni, dopo averlo conosciuto ad una masterclass. All’epoca stavo ancora preparando il compimento medio del vecchio ordinamento, quindi lavoravo su quel tipo di repertorio. Mi ricordo che mi disse che avevo molto da dire, ma poi iniziò a farmi tante, tantissime osservazioni dal punto di vista espressivo, tecnico, interpretativo. Aveva messo tanta carne al fuoco, mi aveva dato molto da riflettere. Così, una volta terminata la masterclass, andai a parlargli, a chiedergli come potessi fare per risolvere quei problemi che mi aveva mostrato. E lui con molta naturalezza mi disse “Se vuoi ti posso prendere come allievo nella mia accademia.” C’erano due problemi però: l’accademia era riservata ai diplomati, e soprattutto era in Puglia, ed io all’epoca ero in Piemonte. Mi disse che avrebbe chiesto una deroga al direttore, perché ne valeva la pena a suo giudizio. Io lì per lì accettai, temendo però che fosse una delle tante promesse da marinaio che si sentono nel mondo della musica e lo ringraziai per la proposta senza troppe speranze. E invece due settimane dopo mia madre ricevette una sua telefonata: il direttore aveva accettato la proposta, così sono diventato suo allievo. Da pendolare preparai con lui tutti gli esami che mi rimanevano, e anche oltre. Certo, con lui ho studiato pianoforte, ma mi incoraggiò anche a continuare a comporre: quando ero già studente di composizione al Conservatorio di Torino mi regalò delle partiture che secondo lui erano importanti e che aveva visto quanto mi incuriosissero. Ho una sua copia del Trovatore e dei Maestri Cantori di Norimberga, che mi aveva donato proprio per farmele studiare e per sentire le mie considerazioni.

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Effettivamente non gli piaceva molto lo stile in cui sperimentavo all’epoca. Ero ancora alle prese con un linguaggio quasi avanguardistico, atonale, a volte seriale, ma fu anche in questo profetico e mi disse che prima o poi avrei trovato il modo di esprimermi davvero con un altro linguaggio. Sono passati tanti anni, ed anche se neppure ora scrivo musica propriamente tonale, sono sempre più vicino a quello che immaginava lui per me.

Forse anche per la profezia del venerato maestro, o per l’intervento di cause esterne, quel mutamento c’è stato, e verosimilmente è ancora in corso:

Intorno ai vent’anni ho iniziato gradualmente la mia svolta, fino a quando un episodio mi ha portato al cambiamento radicale. Dovetti subire un’operazione alla mano, per la ricostruzione di un legamento di un dito, una cosa traumatica per un pianista. Una lesione che mi portavo da prima del diploma, diploma che ho preso sotto antidolorifici. L’esplosione di queste sofferenze mi ha fatto riflettere davvero su quello che stavo facendo, se lo trovavo soddisfacente o comunque mi rappresentasse.

Ho iniziato a vedere la musica che avevo composto fino ad allora come una serie di esercizi di stile: sempre ben fatti, con tutti i crismi e in tutti gli stili più disparati, ma non mi aiutava a dire quello che volevo dire. Ero soddisfatto a metà di quello che facevo e scrivevo e mi sono iniziato a domandare se fosse la scelta giusta. Non sono riuscito a cambiare dal giorno alla notte, ed ancora oggi non credo di essere arrivato ad uno stile definitivo. Ma riesco ad essere comunque soddisfatto quando metto l’ultima nota nelle mie partiture. È stato un atto molto coraggioso, anche rischioso volendo, ma è comunque una scelta che mi fa stare in pace con me stesso.

La duplice natura di pianista-compositore porta spesso Mengozzi ad essere interprete dei suoi brani, non solo nella fase creativa ma anche per il “battesimo” in pubblico. Viene sempre spontaneo chiedersi come ci si rapporta poi ad interpretazioni diverse dalla propria e cosa si chiede agli interpreti.

Ogni interprete osserva i brani che ha di fronte con una diversa angolazione. Quando sento eseguire i miei brani da altre persone ovviamente sono felice, anche perché magari si tratta di persone che valorizzano altri aspetti della mia musica rispetto a quelli che io per primo metto in evidenza.

Io ho una visione molto peculiare della mia musica, so che la concepisco come una creazione “stratificata”: spesso sono dettagli che mi piace anche approfondire con l’interprete per dargli chiavi di lettura che gli possano permettere di orientarsi tra questi strati e arrivare a livelli di conoscenza più profonda. È chiaro che se mi rapporto con un interprete che sta dall’altra parte del mondo è anche difficile non solo spiegare queste sottigliezze, ma anche il confrontarsi propriamente detto quindi capita che ci siano interpretazioni anche soddisfacenti che però si limitano agli aspetti più superficiali del mio lavoro. C’è invece chi arriva a cogliere e ad apprezzare anche i rimandi, i riferimenti, gli aspetti simbolici e numerologici legati alla mia musica, cose che emergono a chi ha effettivamente la chiave di lettura che offro io, sia come interprete che come “narratore” della mia musica.

Ma questi strati sono pensati per essere percepiti più dall’interprete o dall’ascoltatore?

Anzitutto servono a me, quando organizzo i miei brani dando loro una struttura e questi livelli servono da punti di riferimento: ce n’è uno più superficiale, e poi via via gli altri sempre più nascosti. La partitura finita è già stratificata, ma sta poi alla resa dei musicisti il compito di portare l’ascoltatore più in fondo possibile: certo, il primo strato appare sempre molto più semplice di quello che voglio che sia, ma in questo modo riesco ad arrivare anche ad un pubblico che difficilmente si approccerebbe alla musica colta, e men che meno alla musica contemporanea. Quindi diciamo questo primo livello funge anche un po’ da protezione per i significati più profondi che ci sono nella musica. E infatti generalmente il pubblico apprezza, e sono convinto che qualcuno riesca ad arrivare anche più a fondo.

Per molto tempo la musica di Fabio Mengozzi è stata eseguita in giro per il mondo, ma senza lasciare tracce tangibili: certo, le registrazioni su Youtube sono sempre girate, ma la necessità di un prodotto più durevole si è fatta sentire. Di qui il passaggio all’incisione discografica si è reso necessario, con tutte le peculiarità che porta con sé. Il compositore spiega così il suo modo di rapportarsi con questa forma di memoria musicale:

Mistero e Poesia raccoglie composizioni che ho scritto in realtà in un periodo di tempo piuttosto lungo, che va dal 2011 al 2017. Alcuni brani sono frutto di commissioni, altri invece sono frutti liberi, nati da mie esigenze. O meglio, mi sono trovato un giorno con un fascicolo enorme di musica pianistica, la maggior parte della quale ancora mai eseguita in concerto, ed ho iniziato a pensare all’idea di un’incisione discografica, senza aver prima contattato nessuna casa discografica: a loro il lavoro l’ho presentato solo una volta realizzato il master.

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A livello musicale comunque mi rendo conto di come emergano dei tratti comuni, una sorta di DNA compositivo che è rimasto latente in tutto il periodo di tempo in cui ho lavorato a questi brani… alla fine però, sia per questo tratto comune che li lega sia per il modo in cui li ho disposti questi brani rappresentano un percorso, sia personale che musicale.

Dulcis in fundo uno sguardo al futuro: quali sono i prossimi progetti?

Sicuramente sto continuando a comporre, che è il pane quotidiano, ma soprattutto sto lavorando ad un costante rinnovamento, personale e musicale. Avverto da un po’ di tempo la necessità di andare oltre determinati stilemi: essi sono il frutto dell’evoluzione che mi ha portato all’attuale modo di comporre, ma poiché l’arte necessita di un costante rinnovamento sento il bisogno di superare anche questi.

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Filippo Simonelli

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Chitarrista di formazione. Devoto a Johannes Brahms, ho sviluppato col tempo una passione per la musica britannica e per Aaron Copland. Mentre ero alle prese con una laurea in Relazioni Internazionali ho deciso di fondare Quinte Parallele.