West Side Story, il grande romanzo americano di Bernstein

In Musica e Altri Mondi by Enrico Truffi0 Comments

L’espressione “grande romanzo americano”, coniata da John William DeForest nel 1868 si riferisce al «ritratto delle emozioni ordinarie e i modi di fare dell’esistenza americana», secondo lo scrittore ancora mancante all’interno della produzione letteraria statunitense dell’epoca. Per anni questo termine ha dato adito a numerosissime discussioni atte a stabilire quale autore potesse aver prodotto tale opera così sintetica e rappresentativa, da Hawthorne a Melville, da Steinbeck a Faulkner, e via dicendo; la vicenda sembra essere molto rappresentativa della spinta americana all’autodefinizione, la ricerca idealistica di un’identità culturale a cui fare riferimento, ed è un problema che forse può essere anche preso alla base della composizione di West Side Story.

La necessità di questa precisazione, di trovare uno stile che fosse distintamente “americano” è qualcosa che preoccupava anche i musicisti che lavoravano qualche decennio prima di Leonard Bernstein, in particolare Aaron Copland, con cui Bernstein avrà in seguito un rapporto di amicizia duraturo e a cui guarderà più volte come ispirazione. Il compositore stava sviluppando una sua ricerca personale di una sintesi fra musica popolare e colta, attingendo a piene mani al folklore in opere come Salon Mexico e Appalachian Spring. In seguito molti hanno sostenuto l’immagine di un Bernstein infastidito dal suo lavoro più popolare, qualcosa che avrebbe oscurato le sue opere più “serie” e le sinfonie per cui avrebbe voluto essere ricordato. Eppure numerose testimonianze sottolineano il suo entusiasmo nel ricercare l’identità della musica americana proprio in questa commistione:

Quindi quello di cui i nostri compositori finalmente si nutrono, è una musica folk che è forse la più ricca al mondo, ed è tutta americana, nello spirito, che sia jazz, o quadriglia, o canzone di cowboy, o bluegrass, o rock and roll, o mambo cubani, o huapangos cubani, o Inni del Missouri. Sono come tutti quei diversi accenti che abbiamo nel nostro parlato; c’è un po’ di messicano nell’accento del Texas, un po’ di Svedese che si fa sentire nell’accento del Minnesota […]. Ma sono tutti accenti americani. Sono stati assorbiti.

Bernstein, Robbins ed Eisenstaedt discutono di West Side Story

È interessante notare perciò come in Bernstein, così come già prima in Copland, la visione di cosa definisca uno stile americano è direttamente connessa con tutto ciò che circonda l’America, con tutto ciò che varie generazioni di immigrati hanno portato nel corso del tempo negli Stati Uniti, ed è ovvio che le stesse origini di Bernstein ci possano dire molto a riguardo.

Il problema inevitabile allora per scrivere il “grande romanzo americano” in musica diventa quello di riuscire ad evocare l’esito dell’incontro/scontro di tutti questi diversi “accenti” musicali, ma anche quello di trovare una storia sufficientemente “epica” per radicare questi elementi all’interno di un immaginario collettivo. Anche in questo caso si deve prendere in prestito dalla tradizione del vecchio mondo, data la “giovinezza” di un paese che i suoi miti li sta ancora costruendo. Da qualcosa di già culturalmente iconografico come l’opera shakespeariana.

Questa è un’anteprima del saggio di Enrico Truffi su West Side Story, disponibile integralmente sul nostro prossimo numero “100 anni di Leonard Bernstein”, acquistabile qui

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Enrico Truffi