L’essenza del canto gregoriano. Intervista a Giacomo Baroffio

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Di Pietro Moroni e Clarissa Cammarata

 

In occasione del corso sul libro liturgico-musicale organizzato dall’Ibimus alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, abbiamo avuto la possibilità di conoscere ed intervistare uno dei più importanti studiosi di musica e liturgia medievale, Giacomo Baroffio.

Il contesto

 

Da martedì 27 febbraio a venerdì 2 marzo si è tenuta alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma la seconda edizione del corso di formazione Il libro liturgico-musicale dal Quattrocento all’ Ottocento: storia, contenuti e catalogazione organizzato dall’Istituto di Bibliografia Musicale (Ibimus).

Dopo i saluti del dottor Andrea De Pasquale, direttore della biblioteca, e del professor Giancarlo Rostirolla, presidente dell’Ibimus, la prima giornata è stata dedicata alla catalogazione, all’esposizione delle sue regole in base alle normative recenti, ad esercitazioni pratiche e all’ analisi di edizioni a stampa dei libri liturgico-musicali dei secoli XVI-XIX con tre lezioni tenute dalla dottoressa Valentina Piccinin. Dopo la lezione incentrata sulle tecniche di stampa della musica antica tenuta dal dottor Andrea De Pasquale, nella seconda giornata il professor Salvatore De Salvo Fattor ha approfondito alcuni elementi di paleografia musicale, dalla notazione in campo aperto alla diastemazia (notazione su rigo).  Le ultime due lezioni del secondo giorno sono state dedicate una alle edizioni liturgico-musicali a partire dagli incunaboli per giungere poi alle edizioni ottocentesche con una lezione tenuta dal professor Marco Gozzi, infine un’ultima dal titolo L’universo liturgico. Il repertorio della Messa e dell’Ufficio tenuta dal direttore del corso, professor Giacomo Baroffio, di cui proponiamo qua un’interessante intervista. Della terza giornata, oltre sempre al professor Baroffio, è stato protagonista anche il professor Nicola Tangari, con una lezione sui repertori bibliografici e le banche dati in rete legate al libro liturgico-musicale. Nell’ultima giornata di venerdì 2 marzo, prima della consegna degli attestati, vi sono state ben tre lezioni di approfondimento monografico sui libri della liturgia delle ore tenute nuovamente dal protagonista di questa intervista.
Il corso, oltre che alla qualità dei docenti e degli insegnamenti proposti, si è caratterizzato anche per l’alta professionalità di tutto il personale sia dell’Ibimus che della biblioteca, al quale va il nostro più sentito ringraziamento anche per la gentilezza e la disponibilità dimostrata a tutti noi corsisti. Non sono tuttavia mancati momenti di amicizia e svago: nella giornata di giovedì pomeriggio si è tenuta la presentazione del volume in onore di Saverio Franchi, seguita poi dal concerto con musiche della Roma del ‘600 tenuto dall’ ensemble Concerto Romano diretta dal maestro Alessandro Quarta, e dal momento conviviale della sera.

L’incontro

 

Il punto cardine di questo articolo è però un altro, ovvero il nostro incontro con il professor Giacomo Baroffio, il quale, gentilmente e con grande disponibilità, ci ha concesso di intervistarlo.

Per chi si occupa di Medioevo, in particolare di canto gregoriano e di liturgia, saprà benissimo di chi stiamo parlando e della figura di riferimento che rappresenta; per tutti gli altri, invece, ecco un’occasione per conoscere ed approfondire la sua figura, caratterizzata non solo da un’innegabile spiritualità ma anche da un profondo innamoramento verso colei a cui ha dedicato fin da piccolo – come il lettore avrà modo di notare – la propria vita: la musica sacra.

Giacomo Baroffio nasce a Novara nel 1940, da Giovanni ed Emilia Dahnk. Si dedica alla musica fin da piccolo e, ancora nella città natale, approfondisce lo studio dell’armonia con Felice Fasola e del violino con Giulio Riccardi. Studia in seguito discipline medievistiche (musicologia, liturgia, filosofia, storia dell’arte) e teologiche in Germania, in particolare a Kӧln, nella quale è discepolo di Karl Delahaye, Karl Gustav Fellerer, Robert Grosche, Heinrich Hüschen, e Marius Schneider e a Erlangen, formandosi con Bruno Stӓblein. Successivamente riserva un arco temporale del suo percorso agli studi teologici presso il Pontificio ateneo Sant’Anselmo e all’esperienza in ambito monastico. La tesi sugli offertori ambrosiani, con cui consegue la laurea a Kӧln nel 1964, segna l’inizio di uno sconfinato elenco di pubblicazioni che proseguono tutt’ora, riguardanti la sfera liturgica e liturgico-musicale, frutto di molteplici viaggi ed esplorazioni in biblioteche e archivi di ambito nazionale ed internazionale. La sua attività di ricercatore è coadiuvata non solo da quella di docente di Storia della liturgia, Canto gregoriano, Paleografia musicale e Storia della musica medioevale nelle principali istituzioni e università italiane – tra cui il Pontificio Istituto di Musica Sacra a Roma, l’Università di Cassino, l’Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano, l’Università di Trieste, il Dipartimento di Musicologia dell’Università di Pavia con sede a Cremona – ma anche da quella di interprete: ha diretto cori gregoriani e inciso diversi CD anche in qualità di solista. In pensione da professore ordinario, attualmente è direttore della Rivista Internazionale di Musica Sacra edita dalla LIM di Lucca, consulente di Medioevo Musicale a Firenze e consultore della Commissione del rito ambrosiano per la Diocesi di Milano. In passato è stato membro della redazione dei Monumenta Monodica Medii Aevi pubblicati da Bӓrenreiter, di Plainsong and Medieval Music a Cambridge.

– Lei ha dedicato tutta la sua vita alla musica sacra ed in special modo, avvalendosi di un termine non del tutto corretto, alla cosiddetta “monodia liturgica”: ricorda il momento particolare o il percorso che lo ha portato a questo?

È stata una cosa ovvia, cominciata quando avevo cinque o sei anni nella mia parrocchia, Sant’Eufemia (Novara, ndr).  A casa mia c’era un po’ di attenzione alla musica: a quell’età ho cominciato anche a suonare il violino, mio fratello suonava già il pianoforte e mia madre entrambi gli strumenti. Non ricordo se me lo avesse chiesto il parroco o se avessi iniziato spontaneamente, sta di fatto che a quell’età ho cominciato a cantare in chiesa, in particolare la messa da morto ai funerali. Dopo qualche anno, oltre a cantare in parrocchia, iniziai a cantare nella basilica di San Gaudenzio nel coro delle voci bianche, dove era maestro di cappella Felice Fasola, che avevo conosciuto perché veniva a casa nostra ad insegnare pianoforte a mio fratello e, in quelle occasioni, ogni tanto cantavo qualcosa. In parrocchia cantavo a volte, oltre alla messa da morto, i vespri domenicali, mentre a San Gaudenzio soprattutto musiche di Perosi e Fasola.

– Poi è andato in Germania per compiere gli studi musicologici. Riusciva lo stesso a dedicarsi al canto o lo accantonò per dedicarsi alla teoria? Ci parli un po’ della sua esperienza da studente.

Quando sono andato in Germania per l’università, a Colonia, cantavo spesso all’abbazia benedettina di Santa Maria Laach.  In Germania, infatti, non c’erano esami, se non uno alla fine dei quattro anni: per la materia principale, nel mio caso musicologia, poteva essere chiesto, senza limiti, qualsiasi argomento, mentre sulle due materie secondarie ci si metteva d’accordo. Ricordo che per filosofia portai “il concetto di creazione nel Medioevo”, mentre per storia medievale i longobardi in Italia. Gli insegnanti, per sperimentare nuovi metodi e allargare nuovi orizzonti, mi esortarono ad andare a studiare fuori per un semestre o due, un po’ come l’Erasmus in Italia, anche se in Germania tale prassi esisteva da sempre, tanto che lo stesso fecero con mia mamma quando era studentessa universitaria negli anni ’20.  Parlando con il professor Karl Gustav Fellerer, con il quale feci poi la tesi, scelsi dunque di andare a Vienna, dove era vissuta mia nonna. In quegli anni, però – era il 1961 – c’erano dei disguidi politici con attentati e morti in Alto Adige, tanto che per recarsi in Austria, per un periodo, ci voleva addirittura il visto. Mio padre, italiano, ricordo che mi disse: “se proprio devi, vai dove vuoi, ma non in Austria!”. Mia nonna pianse per questo. Andai quindi a Erlangen, vicino Norimberga. Là c’era il migliore specialista di musica medievale, Bruno Stäblein, con cui mi trovai molto bene. Stetti un semestre a Erlangen, poi tornai per due semestri a Colonia e, infine, feci un altro semestre nuovamente a Erlangen. Anche negli anni di studio universitario continuavo a cantare e a suonare in orchestra: pratica e teoria andavano dunque in parallelo.

– Nella conferenza di qualche mese fa organizzata dall’associazione culturale Theophilo di Aversa e dalla Scuola di Musica per la Liturgia Cantatibus Organis del monastero di Santa Cecilia di Roma, ha accennato all’iniziale smarrimento o sconforto provato da chi si approccia per la prima volta alla ricerca nell’ambito del canto gregoriano. Sulla base della sua esperienza personale, che cosa consiglia ai futuri studiosi? Come affrontare l’imponente ostacolo della vastità del repertorio e delle molte conoscenze di base richieste per potersene immergere?

Un conto è lo studio, un conto la pratica: per la pratica si deve cantare, per lo studio e la ricerca non bisogna avere alcun timore. In Italia avere opinioni personali è un guaio, se qualcuno ne ha una diversa, è già un nemico. All’estero, non è così. Fui allievo e poi molto amico di Stäblein, ma ero altrettanto amico di Michel Huglo. Pur avendo posizioni opposte, per esempio sull’origine del gregoriano (il primo diceva che era nato a Roma, l’altro in Francia), erano amici e si aiutavano. In Italia, invece, se dici una cosa diversa, sei un nemico e vieni escluso. Comunque, un giovane che approda per la prima volta in quest’ambito, non deve lasciarsi spiazzare dagli studi già fatti o dagli studiosi che li hanno compiuti prima di lui. Dopotutto, la ricerca è solo agli inizi! Io ho inventariato circa 33.000 fonti liturgico-musicali italiane, ma sono convinto che nel giro di pochi anni, se ci fosse uno squadrone di ricercatori, si arriverebbe tranquillamente a 50.000 o più: di frammenti ce ne sono e vengono fuori continuamente, ma bisogna poi studiarli. Ho fatto un calcolo secondo il quale un terzo dei frammenti, pur non essendo inutile, non dice proprio nulla; un secondo terzo dice qualcosa e merita attenzione; un ultimo terzo, infine, presenta cose ignote, inedite o di altre recensioni, davvero interessanti e meritevoli di approfondimento. La materia è certamente immensa e una preparazione adeguata è necessaria. Ovviamente la fortuna vuole anch’essa la sua parte e io riconosco di aver avuto quella di essere bilingue sin da piccolo e di aver avuto Stäblein come amico: dopo poche settimane che ero a Erlangen, mi diede le chiavi di casa sua e mi disse che potevo prendere in prestito tutti i libri che volevo, a patto che lasciassi via via un bigliettino con su scritto quello che avevo preso, in modo che ne fosse a conoscenza.

– Al giorno d’oggi risulta quasi impossibile non avvertire un generale disinteresse verso il canto liturgico, spesso soprattutto da parte di chi dovrebbe promuoverne e difenderne la diffusione e la pratica all’interno della liturgia: talvolta è più facile ascoltarlo in concerto che nel rito. Nonostante la Chiesa con il Concilio Ecumenico Vaticano II abbia ribadito, accanto al ruolo primario della polifonia e dell’organo, l’importanza del canto gregoriano, sembra quasi che, a partire da quello che i pontefici definirono primavera della Chiesa, la situazione sia al contrario precipitata. Il problema consiste nella sua distorta interpretazione oppure nell’incompleta chiarezza delle disposizioni conciliari?

Non basta affermare dei principi teorici se poi non si applicano. Tra i fatti concreti che comportano l’allontanamento dal canto gregoriano c’è sicuramente la mancanza del suo insegnamento, poiché bisognerebbe formare i futuri preti già dal seminario. Ma la questione è ancora più delicata: persino i vescovi sembrano non avere alcun interesse per la liturgia e, di conseguenza, ancor meno per la musica liturgica. Un altro fatto grave è che la maggior parte delle persone che si interessano al canto gregoriano, lo fa per un mero scopo culturale e/o commerciale, tralasciando così l’aspetto spirituale, che ne è, invece, il fondamento.

– Di conseguenza, il canto gregoriano è o era il repertorio proprio della Chiesa?

In teoria lo è e lo sarà; in pratica non lo è da secoli. La situazione potrà cambiare solamente quando si raggiungerà il fondo, ma questo è abissale e non lo abbiamo ancora toccato.

– È indispensabile per un gregorianista – o aspirante tale – avere fede?

Anche culturalmente il canto gregoriano ha il suo valore; quindi lo si può capire, ma in modo parziale. Per comprenderlo in quanto preghiera, invece, o si ha fede o si rimane estranei. Infatti, quando qualcuno viene da me per comunicarmi l’intenzione di fondare un coro gregoriano e per chiedermi delle direttive a riguardo, la prima cosa che consiglio è: “Per un anno fate lectio divina, imparate a leggere la Bibbia e a meditare”, perché se si perde la via della preghiera, si rischia allo stesso modo di abbandonare precocemente l’attività.

– Volendo definire sinteticamente il canto gregoriano non dal punto di vista tecnico ma da quello della sua intrinseca essenza, quali termini o espressioni utilizzerebbe?

È preghiera.

 

 

 

 

 

About the Author

Pietro Moroni

Sono studente al terzo anno di Musicologia presso l'Università degli Studi di Pavia, nella storica sede di Cremona. Sin dai primi anni della mia frequentazione del Liceo Musicale "F.Petrarca" di Arezzo, mi occupo di Musica Sacra e da circa un anno la mia attenzione è particolarmente focalizzata verso la Monodia Liturgica.