Intonare il mare, ascoltare l’uomo: gli “studi” di Sciarrino

In Compositori by Alessandro Tommasi0 Comments

“Tutto è intonato, anche ciò che appare troppo vasto e indistinto. Come si intona il mare?”

Questo l’interrogativo che si pone Salvatore Sciarrino componendo gli Studi per l’intonazione del mare, responsorio del 2000 per voce, quattro flauti, quattro sax, percussioni, orchestra di cento flauti, orchestra di cento sax. Nato inizialmente per l’inaugurazione della Basilica Superiore di Assisi dopo i crolli del terremoto del ’97 e per il Giubileo del 2000, il progetto è stato poi realizzato in prima assoluta al Festival delle Nazioni di Città di Castello.

Percepire il mare

È uno studio per l’utopia quello di Salvatore Sciarrino, che nel suo tendere all’intonazione del mare evita tutti gli stereotipi dell’effetto marino, mostrando diafane sfaccettature dell’idea di onda. È un gioco di onde quello che in apertura del brano vede i taglienti suoni del vento eseguiti dai quattro flauti interrotti e contrapposti dagli schiaffi e dagli urti degli slaps dei quattro sassofonisti. Ma sono anche giochi di onde quelli tra solisti e masse orchestrali, una contrapposizione che assume le sembianze di increspature sull’acqua, un effetto di cerchi concentrici e un riflesso scintillante di impulsi. Impossibile non vedere il parallelismo con l’effetto concertino – concerto grosso di barocca memoria, comprendendo così anche un aspetto di ciò che Sciarrino intende con “infinito rispondersi tra piccolo e grande” su cui è basata la composizione.

L’unione di questo gran numero di suoni, cui si aggiungono anche i timbri delle percussioni, crea con incredibile suggestione un concetto di mare che è una vasta unione di elementi minuscoli. Non mancano le tempeste in questo responsorio, ma non si raggiunge mai una vera rappresentazione di un tumultuoso ambiente marino. Probabilmente la rappresentazione stessa non è l’interesse di Salvatore Sciarrino, più preoccupato di creare una percezione che non di raffigurare il soggetto stesso. Non è il mare ad essere intonato, siamo noi ad intonare il mare con il nostro canto, il nostro sentire. I parallelismi con Debussy si sprecano, soprattutto quando riflettiamo sul suo stesso approccio con l’argomento marino in quel capolavoro che è “La Mer. E per giochi timbrici, fascinazioni, mistero, sguardo, Sciarrino e Debussy sembrano compagni di viaggio, in questa loro navigazione notturna. Non volle forse Debussy la Grande Onda di Kanagawa di Hokusai come copertina della sua partitura marina? E non possiamo ritrovare questo carattere di stilizzazione, di simbolismo anche nel mare intonato di Sciarrino? L’ambiente sonoro marino diventa dunque percezione di un ambiente psicologico, di uno spazio risonante che risuona dell’ascoltatore.

L’uomo, viaggiatore notturno

Ma Salvatore Sciarrino pone un elemento apparentemente estraneo all’interno di questo affresco di vetro: l’uomo. La voce umana costruisce con i suoi tipici percorsi sciarriniani (“messe di voce, glissando sillabato a microtoni, glissandi ascendenti o discendenti di varia ampiezza” li elenca Gianfranco Vinay in Immagini Gesti Parole Suoni Silenzi. Drammaturgia delle opere vocali e teatrali di Salvatore Sciarrino, Ricordi, 2010) un discorso che ha un che di spaesato e spaesante. L’orchestra crea un ambiente sonoro, generando un’esperienza di ascolto che Sciarrino definisce “ecologico”, nel quale l’uomo viaggia, scivolando sulle onde ed essendone guidato, assecondando e contrastando il vento, diretto verso la sua irraggiungibile meta. Non è un viaggio chiaro quello del nostro navigante, che anzi si muove a tentoni nella notte, timoroso e suggestionato, attento ma coraggioso. La natura gli è amica e nemica e la presenza dell’uomo nel mare sembra darci un punto di riferimento per quel processo di “umanizzazione della natura” che, sempre citando Vinay, è parallela e convergente alla naturalizzazione della tecnica. “In mezzo c’è l’uomo, il linguaggio e la poesia”.

Il breve testo è composto da frammenti di Thomas Wolfe dalla “Leggenda dei tre compagni” e da “Pistis Sophia” e non sarà male citarlo per esteso:

Una città scintillante brucia i nostri occhi
quando passiamo il ponte con te faccia oscura.
Insieme abbiamo corso
sotto un milione di strade
le violente strade della notte.
Vieni da me fratello nelle veglie della notte
vieni come sempre sei venuto

traverso piazze e strade diceva:
chi mi dà una pietra avrà una ricompensa
chi mi dà due pietre avrà due ricompense
chi mi dà tre pietre avrà altrettante ricompense

i giorni si curvano come un’ombra
per udire il sospiro degli incatenati
sciogliere i figli degli uccisi

chi mi dà una pietra avrà una ricompensa
chi mi dà due pietre avrà due ricompense
chi mi dà tre pietre avrà altrettante ricompense.
Non ricorreva al linguaggio della sapienza


Il Santo e il dialogo

San Francesco è il protagonista di questo testo e soprattutto della conclusiva richiesta di pietre per (ri)costruire la sua chiesa, seguendo la spinta che inizialmente ha portato all’ideazione di questo responsorio, ma è significativo che il compositore abbia scelto di mantenerlo anche quando la commissione è caduta e si è spostata sul laico Festival delle Nazioni di Città di Castello. Anzi, nelle sue Carte da Suono, Sciarrino sembra addirittura compiacersi di questa cosa, sostenendo che “Il progetto, oggi riscattato da ogni occasione celebrativa, può mostrare con maggior forza le tematiche del suo canto: il viaggio come metafora esistenziale individuale e collettiva, il tema della solidarietà (che troppo sta divenendo estraneo alla nostra società).” Quante tematiche sciarriniane in questo testo! Leggerlo e interpretarlo ci può aprire numerose porte per la comprensione di quei brani di Sciarrino che “possono essere sempre letti in tanti modi, come un pezzo di musica oppure come un pezzo di mondo, oppure come una sorta di piano discorsivo che viene continuamente contraddetto o amplificato”, come sostiene il direttore Marco Angius, primo esecutore degli Studi e tra i più esperti del compositore.

La notte, il viaggio, il mare, sono tutti temi fondamentali per Sciarrino. Navigazione Notturna è tra l’altro il nome di un brano per quattro pianoforti lungamente lasciato incompleto, la cui prima esecuzione è avvenuta a Padova il 21 novembre 2017. Il testo degli Studi ci appare forse scollegato al tema del “mare intonato” e, come ho detto prima, pare viaggiare indipendente anche musicalmente a volte contrastando, a volte assecondando l’ambiente sonoro. Ma a ben vedere, non costruisce San Francesco la sua chiesa pietra su pietra, come Sciarrino costruisce il suo mare suono su suono? E la sovrapposizione di elementi, nei suoi momenti più tempestosi, non ci riporta a quella percezione di inferno notturno, così lo definisce il compositore, già suggerito dalle “violente strade della notte”? Sciarrino stesso paragona la creazione del suo mare intonato al gigantesco fenomeno acustico naturale di un fiume, del canto degli uccelli, dei grilli, del traffico, della pioggia. Quale santo è più adatto di San Francesco per entrare in dialogo con la natura nella sua moltitudine? E proprio la pioggia, momento di incredibile suggestione nella terza sezione del brano realizzato con trilli sulle chiavi da parte dei cento flauti e dei cento sax, si fonde con il Santo, che a Sciarrino pare “di sentir sguazzare tra le pozzanghere, folle e felice”. Forse è lui il nostro vero navigante notturno.

Studi per un poema informale

Il brano è una sorta di poema per voce solista e orchestra (anche se è difficile e probabilmente superfluo inquadrarlo in una forma precostituita e non autogenerata), ma possiede le caratteristiche del responsorio, tra cui i già citati giochi di risposta ed eco tra voce e strumenti, tra solisti e orchestra, tra flauti e sassofoni. Vinay suddivide il brano in tre sezioni, la prima dall’inizio a battuta 124, la seconda fino a battuta 299 e la terza da battuta 300 fino alla fine. Nella prima sezione troviamo un’esposizione soprattutto a livello contenutistico.  Vi vengono presentati i principali suoni e motivi di solisti e masse e si raggiungono i principali climax per sovrapposizione e addizione, i momenti più tempestosi e allusivamente infernali della composizione. La seconda sezione è la più meditativa, con il suo ipnotico ondeggiare su di un unico verso “Vieni da me fratello nelle veglie della notte”, vagheggiato, eluso, esposto ed al contempo nascosto. La frammentazione di questo verso si avvale degli strumenti per amplificare negli armonici e nei soffi l’invocazione iniziale: “Vieni”. È sicuramente il cuore espressivo della composizione, che abbandonato l’intento contemplativo ed evocativo si dedica interamente a meditare sul messaggio umano ed umanitario, di fratellanza come risposta ai timori della notte, un messaggio mistico e cristiano cui lo stesso Gianfranco Vinay riconosce un valore erotico. Come improvvisamente ridestatosi, dopo questa lunghissima meditazione di centosessantotto battute, il verso successivo viene espresso con fulgida rapidità. La terza e conclusiva sezione è quella che più si concentra sulla narrazione. Dopo le scintillanti immagini e le ipnotiche meditazioni, giungiamo qui all’esplicitazione del messaggio e alla sua contestualizzazione: è qui infatti che si apre con il citato gioco di trilli di chiave da parte dell’orchestra quel meraviglioso effetto di pioggia che tanto aveva colpito pubblico e compositore alla prima esecuzione.

L’esperienza degli Studi per l’intonazione del mare è sicuramente tra le più suggestive del repertorio contemporaneo e acquisisce notevole valore quando si riesce a fruirne dal vivo, potendo respirare in un’ampia acustica le rarefatte atmosfere di Salvatore Sciarrino che soprattutto in questo brano riesce a raggiungere un controllo di tecnica ed effetti dal grande impatto sul pubblico. Questo è stato più volte dimostrato dal successo delle numerose esecuzioni, tra cui quella recente per l’inaugurazione del Festival Sciarrino di Milano Musica, il 21 ottobre 2017. Ulteriore occasione, questa, per notare quanto lo spazio che circonda gli Studi sia fondamentale quanto l’esecuzione stessa: è l’ambiente stesso a risuonare, sonoramente e visivamente. La massa orchestrale si scontra con i volumi della sala, i respirati silenzi acquisiscono nuovo valore nell’echeggiare di uno spazio che da estrinseco si trasforma in intrinseco. E l’ascolto esteriore si converte in ascolto interiore nel realizzare che, predisposti ad intonare il mare, ci si scopre ad ascoltare sé, ad ascoltare l’uomo.

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Alessandro Tommasi