Rossini

Una piccola introduzione ai “Peccati” di Rossini

In Recensioni by Tiziano de Felice0 Comments

Celebre e prolifico compositore, autore del Barbiere di Siviglia, La Cenerentola e il Guglielmo Tell, Gioachino Rossini decide di ritirarsi professionalmente nel 1824 all’età di 37 anni, al culmine della sua carriera. Stabilitosi definitivamente a Parigi nel 1855, Rossini vive in modo agiato, astenendosi dal comparire nelle sedi ufficiali e consacrate dalla musica, anche quando venivano eseguite le sue opere. È in questo periodo che la sua villa a Passy, nei pressi del Bois de Boulogne a Parigi, diventa in uno dei salotti più sfavillanti e noti della capitale francese.

Un suo regolare ritorno alla composizione risale all’aprile del 1857, quando egli dedica ad Olympe Pélissier (sua seconda moglie sposata nel 1846) un preludio seguito da sei ariette per voce e pianoforte su l’aria di Metastasio “Mi lagnerò tacendo”. È una raccolta dal titolo Musique anodine, con dedica in francese che recita “Come una semplice testimonianza di gratitudine per l’intelligente cura amorevole che ha profuso su di me nella mia lunga e terribile malattia”. Negli anni a seguire, Rossini scriverà più di 150 composizioni strumentali e vocali. Questi lavori, la maggior parte per pianoforte (compaiono anche lavori per voci non accompagnate, per voce e strumento e per piccoli ensemble), sono tutti raccolti e divisi in 14 volumi pubblicati in maniera postuma e noti oggi come i suoi Péchés de Vieillesse o Peccati di Vecchiaia. Nonostante questo titolo che sembri voler indicare brani minori, innocui e da non prendere troppo sul serio, queste sono composizioni rossiniane che, destinate all’esecuzione privata nel suo salon di Parigi per la crema della società, sono ricche di un umorismo dissacrante che ben raffigura il conflitto umano del musicista, la sua ribellione, e che costituiscono indubbiamente un’incredibile combinazione di raffinatezza musicale, ironia e ingenuità a conferma del sommo e infaticabile genio del compositore pesarese. Nelle esperte mani di Rossini, la musica viene ora tarantellizzata o rossinizzata, e mentre adopera e rielabora note forme musicali come il tema con variazione, il fugato, il valzer, la marcia o la mazurka, un componimento per pianoforte può essere plasmato affinché diventi anche asmatico, zoppo, pretenzioso o persino inoffensivo. Leggendo i titoli, e naturalmente ascoltando la musica, è evidente come l’ironia e il gioco di parole sia stato per Rossini non solo un geniale escamotage creativo, ma anche un potente meccanismo di difesa per trovare una nuova forma di contatto con il mondo esterno, un adeguato canale di comunicazione per dar voce a quella sua spasmodica tensione interna, a sostegno di un’attività creativa infaticabile. È altrettanto incredibile osservare come Rossini, tramite questi lavori così tongue-in-cheek, dai titoli buffi e spesso fuorvianti, sia stato anche in grado di esorcizzare quei mali fisici e psicologici che lo affliggevano e che lo portarono al suo ritiro. Una catarsi, dunque, che si scarica nella risata ma anche l’imitazione e il commento sagace, nel passatempo da salotto e il giudizio ironico delle mode ed evoluzioni del mondo musicale e artistico contemporaneo, con sguardo distaccato ma sempre attento, battute di spirito, e naturalmente una originalissima produzione musicale.

Écoutes recommandées

Nel Vol. I (Album Italiano), oltre alla vivace e spavalda Tirana alla spagnola (rossinizzata) su testo di Metastasio (“Mi lagnerò tacendo”) per soprano e pianoforte, un ascolto consigliato è L’ultimo ricordo, su testo di Giovanni Radaelli in fa diesis minore per baritono e pianoforte. Quest’aria, infatti, mette in evidenza non solo il carattere malinconico e drammatico di Rossini tramite il pathos della voce e la cantabilità del basso del pianoforte, ma introduce l’ascoltatore anche alla maestria tipicamente rossiniana del sapiente e avanzato uso della modulazione enarmonica, caratteristica di molte delle composizioni dei Peccati. Proseguendo con altre composizioni vocali, nel Vol. II (Album Francese) ritroviamo Soupirs et sourirs (Nocturne), composizione per soprano, tenore e pianoforte. Nota come Il Cipresso e la rosa nella versione in italiano su versi di Giuseppe Torre, questo è un lavoro che ben raffigura legami e contrasti tra gioia e malinconia. Nonostante il recupero di Rossini della salute e il superamento di una fase maggiormente buia e l’inizio della sua vita parigina, c’è spesso il contrasto tra gli anni della malattia e quelli del miglioramento. Dal Vol.III (Morceaux réservés) si potrebbe consigliare invece l’ascolto de Les amants de Séville (Tirana pour deux voix), per contralto, tenore e pianoforte su testo di Emilien Pacini. È musica da salon nella sua forma più sofisticata ed elaborata dove l’elegia e la delicatezza del bel canto si mescolano meravigliosamente con il ritmo popolare della danza.

Il Vol. IV (Quatre hors d’oeuvres et quatre mendiants) è una raccolta di otto composizioni per pianoforte, interamente a tema culinario. Si apre con quattro antipasti, che sono i ravanelli, le acciughe, i cetriolini sottaceto e il burro: Les radis, Les anchois, Les cornichons, Introduction: Thème et Variations e poi La beurre, Thème et Variations. Si conclude, naturalmente, con il dolce. I mediants sono infatti uno dei simboli della cioccolateria francese, dolcetti decorati con frutta secca o candita. Inoltre, ognuno degli ultimi titoli citati è un riferimento ad un preciso ordine religioso: Les figues sèches (fichi secchi) rappresentano i Francescani, la mazurka Bon soir Madame (Les amandes), ovvero le mandorle, sono i Carmelitani, mentre i Domenicani e gli Agostiniani sono rispettivamente Les raisins e Les noisettes (l’uvetta e le nocciole). Les raisins (À ma petite perruche) è tra le composizioni più stravaganti della raccolta e dell’intera collezione dei Peccati. Il brano, rondò che Rossini indica alla fine come Compilation des Talentes de Societé, è dedicato al proprio pappagallo, il quale si esibisce in diversi punti nel suo repertorio canoro spesso dall’impossibile intonazione per via degli intervalli e la velocità d’esecuzione. Vi sono anche precise indicazioni testuali fra i due pentagrammi, per esempio Bonjour Rossini, bonjour farceur, Oh c’te tête; e ancora Portez l’arme, Présentez l’arme; infine due popolari motivetti francesi: J’ai du bon tabac dans ma tabatière e Quand je bois da Vin clairet / tout tourne au cabaret. L’ultima composizione, À ma chère Nini (Les noisettes), è invece un andantino mosso in 3/4, mazurka amorevolmente dedicata all’amata cagnetta Ninì.

Altro aspetto peculiare dei Péchés è che spesso Rossini, attraverso la musica, raccontava anche episodi divertenti di vita quotidiana. Sappiamo che egli in età matura fu invitato a compiere un viaggio in treno, e questa breve e singolare esperienza di modernità lo sconvolse. Da queste impressioni nasce il brano pianistico Un petit train de plaisir comico-imitatif (piccolo treno del piacere comico-imitativo) del Vol. VI – Album pour les enfants dégourdis. La composizione è divisa in episodi e il primo di questi è un allegretto in cui il pianoforte imita la campana che richiama i viaggiatori e annuncia l’imminente partenza del treno. I passeggeri salgono (montée en wagon) e il treno quindi parte. Rossini con il pianoforte ne imita la progressiva marcia e si sente persino l’acuto fischio del treno a vapore (sifflet satanique). Si viene bruscamente richiamati all’attenzione con la dolce melodia dei freni prima dell’arrivo alla stazione. Il breve Andante in fa maggiore descrive i piacevoli attimi di conversazione e i passeggeri che scendono e salgono prima di ripartire. Il treno finisce poi per deragliare ferendo mortalmente diversi passeggeri. Scale ascendenti e discendenti illustrano comicamente il viaggio delle anime verso il paradiso o l’inferno. La polka finale (allegro vivace) è un grottesco contrasto che dovrebbe introdurre gli eredi dei passeggeri in lutto, i quali però stanno già allegramente pensando all’incasso di una cospicua eredità. Questo racconto musicale ancora oggi risulta sorprendentemente divertente e abbraccia quella sensibilità tipica del black humor, dove la disgrazia si fonde con l’amara ironia in una contraddittoria mescolanza di malessere e piacere. La composizione termina con un motto: Tout ceci est plus que naif, c’est vrai! (tutto questo è più che ingenuo, è vero!).

Il Vol. VII (Album de chaumière) è una raccolta di pezzi per pianoforte godibile nella sua interezza e davvero fantasiosa. Interessante e moderno per la sua introduzione è il quinto brano, Petite valse l’Huile de Ricin, dove Rossini simula in maniera grottesca con il pianoforte i dolori fisici e gli effetti che l’olio di ricino reca all’intestino. Prima di irrompere nella vivacità del valzer, Rossini scrive infatti un’introduzione giocando intorno alla nota re diesis dell’ottava centrale, alternando note in fortissimo nel registro grave (i rumori dello stomaco). Continua poi a girare intorno a questa nota-perno in pianissimo per ben quarantasei battute, sfruttando armonizzazioni sempre diverse dando l’impressione di una certa spossatezza e confusione. Una rapida scala di mi maggiore ci conduce però al tema del valzer. Sempre nello stesso volume troviamo un perfetto esempio di come Rossini fosse in grado di modificare una forma classica come il valzer. È Il decimo brano, il Valse Boiteuse. Scritto In re bemolle maggiore e in 3/8, dopo una brillante e teatrale introduzione, nel valzer Rossini inserisce una pausa sul secondo tempo della battuta nell’accompagnamento della mano sinistra rendendo il ballo per l’appunto zoppo, e decisamente poco ballabile. Tuttavia Rossini ricava una composizione gradevole e di bravura, melodiosa e piena di fantasiose modulazioni.

Il passato e il mondo classico in Rossini non sono né una zavorra né elementi dimenticati da riscoprire: sono lo snodo centrale della sua domestica ricerca. Ciò che è passato infatti non si riscopre, ma si reinventa e rielabora. Uno dei brani in cui la sua arditezza raggiunge vette innegabili è lo Spécimen de l’avenir (del ‘non-ancora’), ultimo brano del Vol. VIII (Album de château). Questo non è l’unico Spécimen della raccolta: vi sono anche lo Spécimen de l’ancien régime (primo brano del volume VIII) e lo Spécimen de mon temps. Rossini con queste composizioni sembra voler ripercorrere e scrivere una personale storia della musica, giocando come sempre indisturbato con la tonalità e muovendosi con grazia tra le armonie e sui tasti del pianoforte. Lo Spécimen de L’ancien régime è un brano lungo, vero e proprio tour de force compositivo dove ritroviamo lirismo classico e un pianoforte chopiniano per poi approdare ad un zoppicante allegretto in 3/4 fino ad una sezione con un’invenzione a due voci che diviene un poderoso fugato. Infine, dopo una ripresa variata, Rossini evoca il mondo sonoro del grand-operà ne l’esuberante e trionfale coda finale. Sebbene il suo tipico gusto per la melodia sia comunque presente, nello Spécimen de l’avenir Rossini osa, irrobustendo il discorso musicale con poderosi accordi arpeggiati, figurazioni pianistiche lisztiane, echi dell’orchestra wagneriana, arrivando persino anticipare una scrittura pianistica che sarà tipica del Novecento. Quest’ultimo Spécimen è anche la composizione inclusa da Francisco Hayez nel suo famoso ritratto di Rossini.

Rossini ritratto da Hayez, quadro esposto oggi alla Pinacoteca di Brera.

Si è già parlato di come Rossini, tramite la sua ironia, abbia trovato una personale via di salvezza. Un brillante esempio lo si può ritrovare nel Vol. IX (Album pour piano, violon, violoncello, harmonium et cor) e in particolare nella composizione per pianoforte Marche et Réminiscences pour mon dernier voyage, autoironica marcia funebre ove un “Rossini sopravvissuto” scrive e celebra in musica la sua controparte morta. Si apre con l’andantino mosso della marcia, e le reminiscenze semiserie e silhouettes rossiniane si susseguono giungendo al cuore della sua esperienza drammatica: il passato che si cela dietro la maschera della quotidianità. Ciò che ne risulta è una collezione dei suoi temi più celebri da opere come Tancredi, Cenerentola, Semiramide, il Barbiere, Guglielmo Tell e altre ancora, il tutto inframezzato e sopraffatto più volte dalla grottesca marcia funebre caratterizzata dal ritmo puntato e dall’alternanza di due accordi prima sforzati (sf) seguiti da uno in triplice piano (ppp). Rossini sul finire ritrae persino se stesso (Mon Portrait) in modo alquanto brillante e con le indicazioni grazioso e leggero, prima che si chiuda tutto in un pianissimo e le annotazioni allons, j’y suis e, infine, requiem.

Il Vol. X – Miscellanée pour piano presenta una celebre composizione rossiniana per pianoforte: Petit Caprice (Style Offenbach). Fra i brani più noti dei Peccati di Rossini, questo è l’esempio di come egli amasse omaggiare altri compositori, in questo caso Jacques Offenbach. Rossini qui fa il verso alla credenza che costui fosse portatore di sfortuna indicando 2 e 5 come diteggiatura per eseguire l’Allegretto grottesco iniziale, obbligando così’ il pianista a suonare facendo le corna come gesto scaramantico. Il pezzo possiede un carattere decisamente teatrale, pieno di colpi di scena e slanci melodici. Dopo l’incipit saltellante, Rossini passa a dei glissandi in ottava alternati al tema iniziale, per poi arrivare a una veloce e scalpitante sezione in fa maggiore, dove è quasi possibile sentire delle trombe che intervengono sopra un accompagnamento orchestrale. Infine, vi è una ricapitolazione e una serie di quartine ascendenti, poi tutto si conclude in maniera frenetica, con un’ultima sferzata umoristica in fff nel registro grave.

Un Rien sur le Mode Enharmonique è il ventiquattresimo e ultimo rien de l’avveniristico Vol. XII, appropriatamente intitolato Quelques riens pour album. Riens, ossia delle cose musicali da nulla: Rossini indica così una volontà nel non voler catalogare composizioni che in verità sono non soltanto brillanti e originali, ma anche brani dove egli si cimenta nell’esplorazione di ogni tonalità, nello stile dei 24 Preludi di Chopin o un volume del Clavicembalo Ben Temperato di J.S. Bach (Rossini in questi anni era infatti uno dei sottoscrittori della sua opera omnia), rendendo questo volume un vero e proprio microcosmo autocontenuto di narrazione musicale. A seguito di due brani con tema e variazioni (uno sul modo maggiore, l’altro minore) troviamo Un Rien sur le Mode Enharmonique, pezzo per pianoforte in Re bemolle maggiore alquanto eccentrico e singolare. Rossini apre questo brano con un Adagio introduttivo dove vaga in modo ambiguo alla ricerca di un appiglio, quasi come un pianista che prima di un’esecuzione suona qualche accordo per entrare in confidenza con lo strumento.  L’Andantino mosso a battuta dodici ci introduce al materiale musicale del brano nella sua forma più semplice, sempre con un carattere puntillistico. Conservando questo spirito di improvvisazione/riscaldamento, Rossini fa seguire una serie di episodi con figurazioni in continuo cambiamento, variando il suo materiale di partenza. Lento: un paio di battute arrestano il discorso prima di ricominciare con un nuovo ed espressivo episodio (Primo Tempo) dove la mano sinistra scavalcando la destra alterna la melodia in un dialogo tra il registro basso e quello acuto. Una serie rapidi passaggi virtuosistici con note ribattute ci riporta ad una ripresa dell’Adagio iniziale che però Rossini porta per concludere verso un nuovo e brillante Allegro vivace nelle ultime otto battute.

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Il mare Magnum dei “peccati” rossiniani, complice anche le restrizioni che su di essi aveva imposto il vivente Rossini, non è riuscito a farsi strada nel repertorio pianistico, anche forse a causa del carattere vagamente schizofrenico delle composizioni. Solo con l’approssimarsi delle celebrazioni per i 150 anni dalla morte del compositore finalmente il pianista Alessandro Marangoni si è cimentato nella titanica opera di studio ed incisione di questi brani, che poi a partire da questo sforzo sono stati riscoperti da altri interpreti come Roberto Prosseda.

Sì, ho vissuto un’esperienza abbastanza spiazzante, un Rossini che non ti aspetti proprio, per me per primo è stata un’immersione totale in un mondo fantastico. Non posso dire di non essermi divertito, anzi. Però ci sono tanti tantissimi capolavori dentro questa raccolta che magari non hanno mai trovato posto nelle sale da concerto, eppure sarebbero una ventata di aria fresca nel nostro repertorio.

Come ci si approccia a dei brani che erano pensati per non essere eseguiti?

In realtà Rossini li ha composti più che altro per non farli pubblicare, ma amava anzi che fossero eseguiti a casa sua, nei fantastici pomeriggi musicali che organizzava nella sua casa di Passy. Proprio questa assenza di vincoli e commerciali e di diffusione gli conferisce una libertà espressiva incredibile. C’è un range molto ampio di caratteristiche anche proprio pianistiche che li rendono brani da concerto assolutamente all’altezza. Molti sono proprio di grande virtuosismo, quasi alla Liszt, che in effetti frequentava la casa rossiniana e probabilmente ne ha anche eseguiti alcuni.

Diciamo pure che dopo il 1829 Rossini era probabilmente il compositore più amato e riverito, persino Beethoven lo aveva apprezzato, quindi era proprio libero di fare quel che desiderava, e da questa libertà scaturiscono questi pezzi. Moltissime emozioni, moltissima ironia, ma anche una grande profondità. Dietro alla maschera che di solito gli attribuiamo Rossini era una personalità complessa, soffriva di numerose malattie veneree, era ciclotimico, insomma non si faceva mancare nulla.

Rossini si è sempre ritenuto un pianista piuttosto modesto: quale rapporto con lo strumento emerge da questa raccolta?

Rossini, pur mostrando di conoscere moltissime evoluzioni nella tecnica pianistica (alla faccia del pianista di quart’ordine che amava ritenersi), è rimasto comunque sempre relativamente molto legato al linguaggio armonicamente antico, come se avesse assorbito solo la parte meccanica dell’evoluzione della musica.

Beh, per molti pezzi in effetti la cifra si mantiene piuttosto regolare e sembra quasi statico. Ma in altri brani, magari poco noti o addirittura inediti prima d’ora, va molto avanti, superando il linguaggio di Schubert o persino arrivando verso Brahms. È una produzione molto ineguale, ricca e varia sotto tutti i punti di vista, ed è anche questo che lo rende all’avanguardia. Potremmo anche dire che per certi versi anticipi alcuni aspetti del Novecento: velleità alla Satie nel “Petit Train de Plaisir”, far cantare ai pianisti come avrebbe fatto Rzewski, o approcci meta-teatrali come quando celebra il suo funerale musicale.

L’eclissi di Rossini dalla scena dell’opera ha scatenato comunque un ricco dibattito sulle ragioni di questa scelta: come mai ha separato in maniera così netta i due periodi della sua produzione?

Rossini era anche un grande calcolatore. Aveva un contratto con il Teatro dell’Opera di Parigi che gli garantiva, in cambio dell’esclusiva delle nuove esecuzioni di sue opere, un lauto vitalizio. Perché avrebbe dovuto infrangerlo? Certo, il silenzio in apparenza fu assordante, ma questi 200 pezzi raccolti nei volumi dei Pechés sicuramente lo hanno aiutato a sopportare l’inattività. Ma quel che rimane più interessante è la presenza di una tale ricchezza all’interno di questo modo, sia dal punto di vista strumentale che compositivo che teatrale. Ma non solo per la produzione pianistica: è molto interessante anche la parte cameristica e vocale, tutt’altro che residuale, che è molto diversa nella ricerca da quella che era invece la vocalità nell’opera Rossiniana.

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Tiziano de Felice

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Compositore e pianista (d'assalto). Scrive, orchestra e arrangia musica dalla mattina fino a sera. Laureato in Musica Elettronica e studente al triennio di Composizione presso il Conservatorio G. Rossini, attualmente sta terminando gli studi di composizione presso il Royal College of Music di Londra. Condivide umilmente le sue osservazioni su Qp nella speranza di accendere un vivo interesse per la musica nei lettori.