Le ambiguità del barocco che tanto ci affascinano: intervista a Raffaele Pe

In Interviste by Silvia D'Anzelmo0 Comments

Controtenore tra i più apprezzati a livello internazionale, Raffaele Pe si dedica con intelligenza e tecnica ferrea allo studio del repertorio barocco, insieme all’ensemble La Lira di Orfeo. L’ultima fatica discografica di Raffaele Pe e della Lira, Giulio Cesare, un eroe barocco, fa tappa al Teatro Argentina il prossimo 23 gennaio, all’interno della Stagione da Camera dell’Accademia Filarmonica Romana.

Per l’occasione abbiamo incontrato Raffaele Pe e abbiamo chiacchierato a lungo riguardo l’amore del barocco per le ambiguità. Tratto caratteristico dell’estetica barocca, infatti, è quello di mostrare la differenza senza sentire il bisogno di superarla o pacificarla in una coincidenza degli opposti. E così un condottiero come Giulio Cesare può esprimersi nella chiave di contralto senza risultare una contraddizione in termini. Anzi è proprio questo che ci affascina e turba profondamente ancora oggi.

Maestro Pe, il suo ultimo progetto discografico, Giulio Cesare, un eroe barocco tratteggia in musica la figura del condottiero romano. Da dove è nata questa idea?

Questo progetto, in realtà, nasce molto tempo fa. Anzi potrei quasi dire che è nato nel momento in cui ho scelto di intraprendere il mio percorso artistico da controtenore. Mentre stavo decidendo del mio futuro professionale, infatti, ho ascoltato per la prima volta il Giulio Cesare di Georg Friedrich Händel. Certo, conoscevo già il repertorio barocco ma ascoltare una figura che la storia ci tramanda come esempio assoluto di virilità cantare nella chiave di contralto è stata, per me, un’esperienza perturbante. È proprio questo ossimoro irrisolto che mi ha subito affascinato: come si può rendere credibile una figura del genere? Perché, ascoltando, mi sono reso conto non solo della bellezza ma anche del limite insito in certe interpretazioni. Per esempio, ho letto recentemente una critica alla messa in scena scaligera del Giulio Cesare di Händel, nella quale si evidenzia la bravura a mettere in mostra queste parti vocali così articolate con suoni ‘gallinacei’. E la cosa mi ha fatto ridere perché è facile cadere in quel tipo di interpretazione. Per me è necessario che si costruisca la figura di Giulio Cesare come credibile nella sua ambiguità. Per farlo ho lavorato molto sulla tecnica di canto così da arrivare a mettere l’accento sull’estraneità enigmatica di questa vocalità. Ho lavorato anche per ricostruire un tipo di vocalità che fosse chiaramente udibile, plausibile e in linea con la tradizione. Credo, infatti, che Giulio Cesare sia una delle figure più rilevanti che ci siano nel repertorio barocco: è condottiero, politico, oratore e amante. Giulio Cesare è un’icona e, per me, la più grande delle sfide.

La Lira di Orfeo

Lei ha fondato La Lira di Orfeo per poter eseguire soprattutto repertorio barocco e contemporaneo. Questo atteggiamento sembra ricalcare quello di alcuni compositori di oggi che fondano propri ensemble per gestire al meglio scelte tecniche ed estetiche. Pura coincidenza o necessità?

In effetti, il tipo di lavoro che noi de La Lira di Orfeo facciamo è molto lontano da quello che solitamente fanno le orchestre e più vicino a quello della musica contemporanea. Noi procediamo con calma, ci ritroviamo per lavorare approfonditamente sia sul testo che sulla musica. Questo tipo di repertorio, infatti, non si regge sullo sforzo del solista ma richiede una coralità d’intenti tra interprete vocale e strumentisti. Bisogna creare un dialogo continuo sul percorso da intraprendere, decidere come leggere gli affetti e interpretare le agogiche che non sono definite alla maniera ottocentesca ma sottese nella retorica della scrittura musicale. Inoltre, credo che il repertorio barocco crei dei legami viscerali tra parola e musica quindi bisogna far in modo che anche gli strumentisti ‘declamino’ come i cantanti. Altra cosa da tenere a mente è che il settecento è pieno di stili musicali che a noi sembrano simili ma all’epoca erano concepiti come assolutamente innovativi e profondamente differenti tra loro.  Il gusto e lo stile cambiavano rapidamente e un Geminiano Giacomelli poteva prendere il posto di Antonio Vivaldi nel giro di due stagioni. Queste particolarità ci impongono un tipo di lavoro che è simile a quello degli ensemble odierni, senza dimenticare che anche noi de La Lira di Orfeo eseguiamo molta musica contemporanea.

Nonostante il Giulio Cesare di Händel sia il cuore del suo progetto discografico, lei ha deciso di tratteggiare la figura del condottiero romano attraverso un’antologia di arie tratte da opere diverse e che coprono l’intero arco del secolo. Come mai ha scelto questa impostazione invece di concentrarsi solo sull’opera di Händel?

A eccezione di Händel, gli autori inseriti sono tutti italiani: Giacomelli, Niccolò Piccinni, Francesco Bianchi…Dopo aver scoperto il Giulio Cesare del sassone, infatti, ho proseguito il mio lavoro di ricerca per capire qual era il contesto dal quale è venuta fuori l’opera. Ovviamente, negli studi musicologici la faccenda è già chiara da tempo ma quei nomi e quelle opere, seppur conosciuti, non sono uditi. Ho voluto dar loro una voce. Tutte le arie scelte, infatti, sono in prima esecuzione moderna (a parte quelle di Händel, ovviamente). Ci tenevo molto a far rivivere queste musiche perché permettono di capire come il capolavoro del sassone emerga da un milieu molto articolato e denso in cui l’Italia ha un ruolo di assoluta preminenza. Ho voluto rinfrescare la nostra memoria collettiva, anzi il nostro udito perché questo è il repertorio alle origini del teatro d’opera più conosciuto e dovremmo frequentarlo con la stessa assiduità e lo stesso orgoglio con il quale ascoltiamo Giuseppe Verdi o Giacomo Puccini.

Mentre il Seicento musicale ha scelto Orfeo come nume tutelare, il Settecento ha eletto Giulio Cesare come eroe per antonomasia. Come mai? Quali i caratteri del condottiero che tanto hanno affascinato gli operisti di questo secolo?

Indubbiamente nell’arco del seicento si passa dall’attrazione per il mito a un maggiore realismo e Orfeo viene progressivamente messo in ombra da Cesare; non dobbiamo, però, pensare a dei tagli netti che separano le tendenze di diversi periodi: ci sono intonazioni del Giulio Cesare già prima dello scadere del secolo. Detto questo, in effetti è il settecento a guardare con occhi diversi il condottiero romano: l’introspezione del personaggio cresce con l’aumentare delle note a lui dedicate. E questo perché, il secolo dei lumi nutre un’ambigua attrazione per la tirannide che Cesare incarna perfettamente, attraverso le sue abilità politiche, militari ma anche per il suo lato puramente umano. Nei libretti troviamo sempre echi della situazione storica coeva e, in un periodo di rivoluzioni e rivolgimenti politici, il personaggio di Cesare non solo permette ma stimola riflessioni. Faccio un esempio: nel 1788 viene eseguita La morte di Cesare di Francesco Bianchi. Siamo a un anno dalla Rivoluzione Francese e, per la prima volta, viene messo in scena un regicidio a vista (fino a quel momento vietato!) senza alcuno scandalo anzi con grandissimo successo dell’opera. Dunque, Cesare è, tra le figure di teatro, quella più sensibile alle condizioni politiche e storiche. E, in effetti, con la chiusura del settecento si decreta la fine dell’intonazione della storia del tiranno, almeno fino al novecento (mi viene in mente Arrigo Boito con il Nerone, per esempio).

Con il tramonto dell’attenzione al personaggio di Giulio Cesare, tramonta anche l’era dei castrati. Sembra quasi che ci sia un’identità sintetica tra queste due figure. Concorda? Se sì, come mai il settecento fa questo accostamento?

Assolutamente sì. Anzi, credo che la chiave di contralto messa davanti a tutti questi ruoli sia il simbolo della tragicità del personaggio. Cesare, infatti, non è semplicemente un condottiero pratico e astuto ma è anche l’amante che cede al fascino di Cleopatra e la vittima che cade uccisa per mano del proprio figlioccio (gesto che annulla la virilità della quale parlavamo prima). L’enigmatica vocalità dei castrati diventa il personaggio stesso: il barocco, infatti, riconosce nel timbro del contralto la stessa cangiante ambiguità che ritrova nell’identità del tiranno e che vorrebbe attraversare per carpire fino in fondo, senza mai riuscirci veramente.

Cosa significa interpretare un eroe barocco oggi?

Aprendo i giornali, oggi, troviamo due temi ricorrenti: la politica e l’identità che può essere declinata in diversi modi (identità culturale, di genere, storica…). E la figura di Giulio Cesare, in qualche modo, li condensa entrambi in sé. Quindi interpretare questo eroe barocco diventa, paradossalmente, estremamente attuale. Se, infatti, nell’opera ottocentesca le dinamiche identitarie si cristallizzano nei modi e nelle voci: il tenore è l’eroe, il soprano la donna d’amare e il baritono il contendente; nel barocco un uomo può avere la voce di contralto senza perdere nulla della sua virilità. E questa ambiguità, credo, sia molto più vicina alla nostra idea di identità, che è sfuggente e labile.  Ed è sempre per questo motivo che subiamo così tanto il fascino del barocco: la sua apertura e  le sue instabilità enigmatiche hanno ancora tanto da dirci.

Silvia D’Anzelmo

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Silvia D'Anzelmo

Silvia D’Anzelmo, nata a Formia nel 1990, vive tra Itri, Roma e Napoli. Appassionata di musica fin da bambina, studia pianoforte e Teoria e Analisi musicale privatamente. Nel 2014 si laurea in Musicologia presso l’Università di Roma “La Sapienza” con il massimo dei voti e la Lode e da quel momento svolge un’intensa attività di divulgazione musicale attraverso lezioni concerto per conto dell’Accademia di Santa Cecilia; collabora con varie istituzioni come la “IUC: Istituzione Universitaria dei Concerti” e il Fondi Music Festival per le quali cura le note di sala; inoltre, da circa un anno si dedica alla scrittura di libretti per CD classici e collabora con vari magazine come “Zero”, “La gazzetta musicale” d’Italia, il “Corriere Musicale” per la presentazione e recensione di spettacoli.