La vocazione alla poesia… e un “Goya dodecafonico”: Mario Castelnuovo-Tedesco letterato della musica

In Compositori by Emanuele Franceschetti0 Comments

Mario Castelnuovo-Tedesco nasce nel 1895, a Firenze, da una famiglia di origini ebraiche. I tre dati possiedono un peso specifico notevole per avvicinarsi alla vita e all’opera del compositore. Procediamo a ritroso: le radici ebraiche, anzitutto, ragione di un allontanamento dall’Italia immediatamente dopo la promulgazione delle leggi razziali, nel 1939. Gran parte degli anni successivi, esclusi viaggi sporadici in Europa, Castelnuovo-Tedesco la trascorrerà  in America. Prima a New York, poi a Beverly Hills. L’America sarà luogo denso di incontri, di occasioni, di tanto lavoro come compositore ed insegnante, pur in un orizzonte quanto mai distante dalla  misura ariosa e quieta della terra toscana. Firenze: la Firenze degli anni giovani di Castelnuovo-Tedesco non era stata solo locus amoenus e rifugio del cuore; l’ambiente fiorentino dei primi anni del  Ventesimo secolo è un miracoloso e vivace punto di convergenza dei migliori intellettuali in circolazione. E quindi centro del dibattito, della critica, dell’elaborazione – spesso “energica” – di novità. Firenze è luogo di incontro e scontro. Si legga, necessariamente, il breve e suggestivo testo Firenze musicale ai primi del ‘900 (disponibile all’interno della raccolta di scritti La penna perduta), dove Castelnuovo-Tedesco rievoca anzitutto il suo incontro (1913) decisivo con Ildebrando Pizzetti, che riesce ad  offrire al giovane musicista, oltre ai segreti dell’armonia e del contrappunto, un’intimità domestica  feconda di incontri: Bastianelli, Gui, Papini, Palazzeschi, Barilli, Frazzi e molti altri. La Firenze di quegli anni, specie dal punto di vista musicale, è  una vivissima fucina di proposte, novità, scontri,  partigianerie più o meno coerenti. Non potrebbe  essere altrimenti: c’è in gioco la ridiscussione della tradizione (operistica e non solo), la costruzione  di una “lingua musicale nazionale” riconoscibile e  moderna, la definizione del ruolo del compositore e dell’intellettuale. Castelnuovo-Tedesco, oltre  a dar prova ben presto delle sue doti di pianista  e compositore, va costruendosi una formazione  completa: eclettica, appassionata, fedele tanto  all’operosità dell’artigianato musicale che all’esercizio della critica. Questa viene però praticata  sempre all’insegna di una certa ragionevolezza di toni, quasi una galanteria capace di conciliare lucidità di giudizio e distanza da atteggiamenti  eccessivamente battaglieri e duri. Per leggere al  meglio questo elemento si riaffaccia la necessità di  guardare al dato anagrafico del compositore fiorentino – per ultimare il focus sulle tre coordinate  iniziali – i cui natali lo collocano esattamente a  metà tra la cosiddetta Generazione dell’Ottanta e  quella (giustamente non altrettanto “indicizzata”) del primo decennio del nuovo secolo, cui appartengono – volendo menzionare due tra i nomi più  autorevoli – Goffredo Petrassi e Luigi Dallapiccola. L’idea di generazione, conviene ribadirlo, non  andrebbe mai intesa in senso eccessivamente esclusivo o normativo: tutt’al più, potrebbe essere utilizzata come categoria di studio e giudizio a posteriori, volendo verificare le eventuali convergenze di indirizzi poetico-stilistici in un dato  novero di individui. La Generazione dell’Ottanta  aveva trovato il suo elemento unificante, a dispetto  di una marcata eterogeneità di esiti compositivi,  in una condivisa necessità di riconoscersi diversi da ciò che era stato, cercando in particolar modo una marcata presa di distanza dal melodramma, di cui i nuovi compositori vedevano nella produzione verista (e nello stesso Puccini) una ultima e irreversibile degenerazione. Se il rapporto  privilegiato con Pizzetti e gli attestati concreti di  stima e vicinanza da parte di Casella potrebbero indurre ad avvicinare Castelnuovo-Tedesco all’orbita di detta generazione, il compositore riuscirà  sempre a mantenere, volente o nolente, una posizione di autonoma distanza da certe tentazioni  ideologizzanti e dalle importanti novità del linguaggio musicale che sempre più obbligavano a fare i conti con Schönberg e i suoi allievi. Autonomia, non indifferenza: Castelnuovo-Tedesco,  in veste di critico musicale, presta attenzione a gran parte della musica che lo circonda e che lo interessa (pur giocando un ruolo tutt’altro che secondario, in questo meccanismo, gli incarichi ricevuti di volta in volta dalle riviste), e uno sguardo all’elenco dei suoi scritti critici e recensioni non  può che confermarlo. Stravinsky, De Falla, Bartók, Honegger, Reger, Ives, Schönberg, sono solo  alcuni dei compositori oggetto delle pagine – ora  critico/analitiche, ora meramente cronachistiche  – di Castelnuovo-Tedesco. Il quale, coerentemente col proprio temperamento, riesce a mantenere  sempre dalla partitura una certa distanza carica di rispetto e stupore, palesando non di rado una certa insofferenza per approcci esclusivamente analitici. Castelnuovo-Tedesco, però, a differenza del  maestro Pizzetti, non percepisce l’attività critica  come una delle proprie maggiori vocazioni, preferendo di gran lunga il nascondimento operoso  della composizione, dello studio appassionato. È  suggestivo, a tal proposito, pensare che anche – e  soprattutto – durante la piena affermazione delle “nuove” avanguardie del secondo dopoguerra,  ben più coercitive ed ideologicamente orientate di quelle primonovecentesche, Castelnuovo-Tedesco sarà ancora una volta a distanza (imposta) di sicurezza, negli Stati Uniti, dedito perlopiù alla composizione di musiche per film ed alla propria attività didattica. Anche lì la sua attività proseguirà  felicemente corredata di successi ed attestati di stima, dimostrando la perfetta compatibilità tra  capacità di adattamento e coerenza spirituale e valoriale, cosmopolitismo e pieno radicamento nella (propria) tradizione europea ed italiana: e quindi vocazione al canto, all’espressività, alla poesia.

Emanuele Franceschetti

Castelnuovo-Tedesco

Castelnuovo-Tedesco

Questa è solo un’anteprima dell’articolo su Mario Castelnuovo-Tedesco, pubblicato in “100 Anni di Leonard Bernstein“, il numero di Quinte Parallele uscito a settembre 2018. Per scoprirne di più, clicca qui.

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Emanuele Franceschetti

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Emanuele Franceschetti (1990) vive tra Roma e le Marche. Si dedica ad attività di didattica e divulgazione, musicale e musicologica. Specializzato in Musicologia all'Università La Sapienza, frequenta i corsi del GATM di Teoria e Analisi della Musica. I suoi interessi di ricerca sono rivolti alla drammaturgia musicale, al teatro musicale del tardo ottocento e del novecento, alla musica per poesia. In ambito musicale ha studiato chitarra jazz e improvvisazione. In ambito letterario, è autore di due raccolte di versi (2011 e 2014). Collabora con diverse web-riviste, dove scrive di teatro, letteratura e musica.