“La salvezza nella nostra terra” – Storia di due maestri di coro

In Musica e Altri Mondi by Matteo Macinanti0 Comments

Volgi i tuoi passi a queste rovine eterne:
il nemico ha devastato tutto nel tuo santuario.
Ruggirono i tuoi avversari nel tuo tempio,
issarono i loro vessilli come insegna.
Come chi vibra in alto la scure nel folto di una selva,

con l’ascia e con la scure 
frantumavano le sue porte.
Hanno dato alle fiamme il tuo santuario,
hanno profanato e demolito la dimora del tuo nome;

pensavano: «Distruggiamoli tutti»;

hanno bruciato tutti i santuari di Dio nel paese.
Non vediamo più le nostre insegne,
non ci sono più profeti

e tra di noi nessuno sa fino a quando…
Eppure Dio è nostro re dai tempi antichi,
ha operato la salvezza nella nostra terra.
Salmo 73 . Di Asaf.

586 a.C.

Asaf è un maestro del coro, giudeo. Dalla sua modesta casa fuori da Gerusalemme, i suoi occhi possono ancora assistere alle fiamme: la Città di David brucia e il re dei Babilonesi Nabucodonosor ha disposto l’esilio forzato dell’intera popolazione. Lui e la sua famiglia sono tra i pochi rimasti ma ormai la Città Santa non è più un posto sicuro dove restare.
Le strade che conducono al monte Sion sono completamente vuote e, mentre cammina, Asaf incomincia ad avere il più orribile tra i presagi: la Casa di Dio, il Tempio che YHWH stesso ha fatto costruire al Re Salomone per custodire l’Arca dell’Alleanza, memoriale della fedeltà del Signore al suo popolo…
Avvicinandosi sempre di più quello che era un presentimento diventa certezza: il Tempio è violato e di esso resta ormai solo lo scheletro.
È così che il salmista Asaf, al colmo della disperazione, tira fuori dalla bisaccia la sua piccola cetra e prorompe in un grido modulato, interrotto dalle lacrime e dai singhiozzi.
Nel fare ciò tiene gli occhi fissi verso l’alto: è a YHWH stesso che si rivolge, al Dio dei suoi padri che, un tempo autore di prodigi e miracoli, ora sembra nascosto e appare noncurante della rovina del suo popolo e del suo Santuario.
Eppure non può finire tutto qui — canta ora con la voce più flebile ma stabile — YHWH, il vero Re, non lascerà impunito il re Nabucodonor dell’offesa compiuta contro il suo Nome e contro il suo Tempio Santo. Il Signore avrà riguardo per le sue pecore smarrite, lui che “ha operato la salvezza nella nostra terra”.

 

1933 d.C.

Pavel Grigorievich Chesnokov è un maestro del coro, russo. Nato il 24 Ottobre 1877 a Vladimir nell’Impero dello Zar, Chesnokov compie i suoi studi al Conservatorio di Mosca dove segue i corsi di solfeggio, pianoforte, violino e composizione. È in quest’ultima materia che l’aspirante compositore si specializza sotto la guida di due grandi maestri come Mikhail Ippolitov-Ivanov e Sergej Taneev. Quest’ultimo sarà colui che più influenzerà lo stile di Chesnokov in particolar modo per il suo repertorio legato alla musica liturgica russa del quale Taneev era anche studioso e profondo conoscitore.

La sua brillantezza precoce gli permette di divenire anzitempo un rinomato direttore d’orchestra e di coro, in particolar modo della prestigiosa Società Corale Russa.
Nel frattempo diviene anche professore al Conservatorio dove aveva precedentemente concluso i suoi studi, ed è proprio qui che ha occasione di incontrare e condividere la propria attività compositiva con maestri del calibro di Tchaikovskij.
All’età di 30 anni Chesnokov ha un repertorio già notevolmente vasto: circa 400 opere corali sacre dedicate alla liturgia ortodossa alla quale il compositore era profondamente devoto.
Qualche anno dopo la vita del compositore cambia: il regime zarista viene rovesciato dalla Rivoluzione Bolscevica e il potere finisce nelle mani dei consigli popolari.
Nella politica anti-religiosa dei Soviet non c’è spazio per la musica liturgica ortodossa: è così che, seppur stimato per le sue doti direttoriali, a Chesnokov viene imposto di dirigere la sua vena compositiva in altri ambiti musicali.
Abbandonata la sua principale attività artistica, il compositore russo dirige la sua ispirazione verso la creazione di un repertorio laico; la sua produzione secolare arriva così a comprendere un centinaio di opere su testi profani.
Nondimeno la carriera di Chesnokov non si arresta: al Conservatorio inaugura un programma di apprendimento della conduzione corale che portò avanti per oltre 20 anni fino alla morte; dirige anche importanti formazioni corali come il Coro dell’Accademia di Mosca e il Coro del Teatro Bolshoj.


Il vero evento fondamentale per la sua attività compositiva però doveva ancora venire.
È il 5 Dicembre 1931 quando Stalin emana l’ordine di demolire la Cattedrale di Cristo Salvatore, tra le più importanti chiese del mondo Ortodosso, del quale Chesnokov era stato l’ultimo maestro di coro.
Al posto dell’immensa cattedrale il progetto sovietico prevedeva la costruzione di un enorme grattacielo, la Casa dei Soviet, sulla cui sommità sarebbe stata posta una statua  d’alluminio alta 100 metri raffigurante il leader bolscevico Lenin.
Alla demolizione della cattedrale, però, non fece seguito l’attuazione di questo tronfio progetto e così l’area venne impiegata per la costruzione di una grande piscina.

Chesnokov venne sconvolto dall’avvenimento; turbato per questa ferita inflitta alla sua profonda spiritualità, mise fine alla propria attività compositiva e si limitò a dirigere diversi cori e a insegnare la stessa disciplina della direzione corale fino alla data della sua morte, sopraggiunta il 14 Marzo 1944.

Tra le composizioni corali sacre del maestro di coro risalta una perla di piccole dimensioni.
Composta nel 1912, non molto tempo prima della svolta imposta dal regime nella direzione profana, questa piccola composizione corale si regge su un unico versetto preso dal Salmo 73 del maestro del coro Asaf e la melodia è basata su un canto sinodale di Kiev.

“Spaséniye sodélal yesí posredé ziemlí, Bózhe. Allilúiya.”: “ha operato la salvezza nella nostra terra. Alleluia”.

La composizione si presenta come un lento e profondo respiro mistico.
Le voci maschili, tenore e basso, procedono solenni nella presentazione della melodia, quest’ultima di natura semplice e costruita per gradi congiunti.
Questo tappeto costruito sulla tonalità di Si minore sembra arrivare alla conclusione ma viene distolto da una cadenza evitata sul sesto grado: l’accordo di Sol maggiore inserisce uno spiraglio di luce nella gravità dell’ambiente sonoro, il quale subisce un’improvvisa apertura con l’entrata delle voci femminili superiori.
Viene quindi ripetuta la melodia per gradi congiunti ma a questa segue un secondo momento importante.
La nitida tonalità di Re maggiore dischiude il secondo nucleo melodico: ad un salto di 5 alla voce sopranile corrisponde un’elevazione verso l’acuto e quindi verso l’Alto.
Ma è solo un momento: dopo un accordo costruito sul 5° grado, la materia sonora si riabbassa verso il registro grave e si spegne sull’accordo minore di tonica.
Dopo questo primo momento, il corpo corale ricomincia il suo processo di costruzione basato su un grande crescendo sonoro e su un consequente diminuendo.
Questa seconda respirazione dell’anima, basata sulle due fasi di inspirazione ed espirazione, arriva a conclusione in una luminosa chiusura in chiave maggiore.

La semplicità e l’essenzialità sono i veri mattoni della costruzione sonora di questa piccolo affresco corale che il compositore non ebbe mai modo di ascoltare dal vivo.
Possiamo però immaginare che le parole del versetto, disperate ma allo stesso tempo fiduciose, del cantore Asaf di fronte alla rovina del Tempio del suo popolo, siano risuonate nella testa e nel cuore di quest’uomo, distante nel tempo ma non nello Spirito, la cui ispirazione non poté resistere alla distruzione del proprio Tempio.

Matteo Macinanti

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Matteo Macinanti

Romano di nascita e per passione. A 8/9 anni ho ascoltato per la prima volta Giovanni Sebastiano Ruscello e da quel dì non ho più ho smesso di essere musicopatico. Sono diplomato in Clarinetto al Conservatorio Santa Cecilia di Roma e studio Musicologia a Roma e a Parigi.