Al telefono con Enrico Pieranunzi

In Interviste by Emanuele Franceschetti0 Comments

Col ‘pretesto’ del concerto dedicato a George Gershwin che il pianista Enrico Pieranunzi (insieme a Gabriele Pieranunzi –violino- e Gabriele Mirabassi-clarinetto) terrà a Roma sabato 18 febbraio presso l’Aula Magna dell’Università La Sapienza, a partire dalle 17,30)abbiamo avuto il privilegio di poter fare una chiacchierata-intervista telefonica con lo stesso Pieranunzi. Il quale, diciamolo pure, non ha certo bisogno di presentazioni: tra i migliori pianisti sulla scena nazionale ed internazionale, ha inciso oltre cinquanta dischi, viaggiando tra musiche di ogni latitudine e collaborando, da sempre, con i ‘grandi’. Entriamo però subito in medias res, riportando parte dell’interessante e ricchissimo colloquio avuto con lui. Parte, certo: siamo stati così ‘felicemente’ prolissi, che qualcosa, probabilmente, rimarrà nel nostro archivio di fortunate memorie.

D. In che modo le forme e le strutture della musica sette-ottocentesca, da lei frequentata, praticata – e tutt’ora parte del suo bagaglio di esecuzioni e rielaborazioni- sono state di contributo e di ispirazione per la sua prassi di jazzista ed improvvisatore?

R. La forma –la ‘costruzione’ della forma- è quello che permette, nel fare musica, una narrazione, un racconto. Al di là dei nomi e delle etichette che abbiamo ereditato e che continuiamo ad utilizzare per conoscere le forme (Rondò, Passacaglia, Forma sonata, etc.), conta come riusciamo ad utilizzarle: per me, per l’appunto, hanno valenza narrativa, poetica. Oltretutto, e tengo a sottolinearlo, quella ‘lotta’ per il possesso della forma è il medesimo meccanismo che sta alla base del linguaggio improvvisativo, per quanto possa sembrare paradossale. Anche lì c’è architettura, seppur resa in modo estemporaneo. La battaglia per il possesso della forma è sempre totalizzante, imprescindibile. Basti pensare a Brahms, a Beethoven.. Durante uno dei miei viaggi recenti in America ho visitato un fondo di manoscritti autografi dei grandi compositori del passato: la cosa che più mi ha colpito, quasi commosso, sono state le infinite cancellature, gli appunti, interi gruppi di battute strappati via. Segni tangibili, appunto, di quanto fosse –e sia- arduo questo combattimento per raggiungere il controllo delle forme.

D. In lei trovano spazio, come fonti d’ispirazione, musiche diversissime tra loro. Quattro esempi, tra gli altri: Sting, Morricone, Shorter, Scarlatti. A quale mondo sonoro/creativo si sente più legato?

R. Utilizziamo, in risposta, i quattro che hai nominato. Io li amo tutti allo stesso modo. E voglio scendere nello specifico, motivando la mia affermazione. Sting ha una voce bellissima, un invidiabile senso del ritmo, della costruzione della canzone, grande gusto e perizia per gli arrangiamenti. Scarlatti ha una potenza inventiva notevole: in due pagine, riesce a spingere all’estremo il suo percorso di invenzione melodico-contrappuntistica. I suoi temi sono spunti perfetti per variazioni ed improvvisazioni. Voglio anche dire che non tutto è materiale ‘buono’ per improvvisare: io prediligo i temi brevi che si offrono a continue variazioni e rimodulazioni, piuttosto che quelle partiture ricche di infinite e lunghe idee tematiche. Da questo punto di vista Morricone è un gigante, e si avverte tutto il suo magistero contrappuntistico, gli studi con Petrassi, che lo hanno reso capace di dotare i suoi temi di forte ‘potenza musicale’, senza che questo vada mai a discapito della ‘verticalità’ delle sue partiture, della germinazione spontanea che quei temi producono. E poi, Shorter.. lo amo perché quando improvvisa sembra che stia scrivendo, rende l’ascoltatore partecipe del suo processo costruttivo in tempo reale. Le sue improvvisazioni sembrano composizioni, e viceversa, come accade sempre per i grandi. Anche lì, trionfa una logica narrativa, non meramente decorativa.

D. ..e Gershwin? Da cosa nasce il progetto?

R. Perché è un genio! Un grande equivoco, un artista spesso male interpretato.  Bernstein diceva che Gershwin non possedeva il pieno controllo dei suoi materiali musicali: io, personalmente, non sono d’accordo. Ma, ammettendo anche che questo potesse esser vero, Gershwin è stato un musicista straordinario, colto e popolarissimo al contempo, dotato di grande fantasia melodica. Con tutto questo arsenale di doti, è riuscito a fondere il linguaggio del blues, quel ‘dramma del maggiore-minore’, quella polarità irrisolta, con la nostra tradizione, e con la grande orchestra. Se dovessi poi dire qualcosa di strettamente personale, direi di come la sua musica sia arrivata alle mie orecchie (e alle mie mani) già quando avevo sette anni, e mio padre –chitarrista- mi forniva le prime partiture. Leggo e suono la musica di Gershwin da decenni: e fin da subito ne sono rimasto folgorato, commosso.

D. La storia della musica è anche la storia del rapporto travagliato (e affascinante) che da sempre la musica ‘intrattiene’ con la parola. Questo tentativo di armonizzare linguaggi diversi ha prodotto nei secoli esiti alterni, in alcuni casi indubbiamente grandiosi. Qual è il modo migliore con cui la musica è riuscita (e potrebbe riuscire) a congiungersi col linguaggio verbale?

R. Confesso: il mio sogno è scrivere un Musical. Se dovessi rispondere con un’unica scelta, risponderei così. Amo l’alternanza tra recitazione e canto, la trovo potentissima. Come potentissimo era il Melodramma, genere tipicamente nostro, anche se diventando genere di larghissimo consumo, per rispondere alle esigenze di spettacolarizzazione proprie della borghesia ha prodotto non di rado risultati scadenti. Cosa che capita in ogni genere, del resto. Ecco, se dovessi guardare indietro, direi più la forma breve, il lied, piuttosto che l’opera. Amo anche la canzone, laddove sia costruita con eleganza e criterio, come abbiamo già detto per il caso di Sting. Ma la mia risposta è questa: il Musical.

D. Dicono che il progetto più importante è sempre quello che verrà, che il disco migliore è sempre quello che dev’essere ancora inciso. Sicché: ci sono novità in arrivo?

R. Anzitutto, incidere in studio la musica di Gershwin che suoneremo sabato a Roma! E lo faremo prestissimo, proprio nei prossimi giorni. Dopodiché, sono già in calendario diversi concerti in cui suonerò con un’orchestra d’archi: musiche di Bach, Händel, Galuppi.. e molto altro. C’è sempre –c’è ancora- tantissima musica da fare.

Emanuele Franceschetti


 

 

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Emanuele Franceschetti

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Emanuele Franceschetti (1990) vive tra Roma e le Marche. Si dedica ad attività di didattica e divulgazione, musicale e musicologica. Specializzato in Musicologia all'Università La Sapienza, frequenta i corsi del GATM di Teoria e Analisi della Musica. I suoi interessi di ricerca sono rivolti alla drammaturgia musicale, al teatro musicale del tardo ottocento e del novecento, alla musica per poesia. In ambito musicale ha studiato chitarra jazz e improvvisazione. In ambito letterario, è autore di due raccolte di versi (2011 e 2014). Collabora con diverse web-riviste, dove scrive di teatro, letteratura e musica.