Camillo: come raccontare musicalmente la Fantasia

In Interviste by Matteo Macinanti0 Comments

Sabato 18 Febbraio l’Orchestra LaVerdi di Milano presenterà la prima esecuzione assoluta di “Camillo” la nuova “Opera Sinfonica per Voce Narrante, Ballerina ed Orchestra” di Roberto Fiore.
Un racconto musicale all’insegna della Fantasia dedicato in particolar modo al pubblico più giovane ma non solo.
Siamo andati ad intervistare il compositore ed ecco il risultato della nostra chiacchierata.


Partiamo dalla definizione: “Opera Sinfonica”, “Racconto Musicale”, “Lavoro”
Qual è il nome più appropriato per definire la tua nuova composizione?

La tua domanda cade a fagiolo su alcune questioni che mi sono posto nell’ideare e nel realizzare la composizione. L’intenzione principale era di costruire un racconto musicale che potesse coinvolgere una fascia di età che andasse dal primo approccio musicale fino all’adolescenza e che, in secondo luogo e con un secondo livello di lettura, potesse arrivare anche ai più grandi, per esempio gli stessi genitori.
L’idea era quindi di dare vita ad una drammaturgia strutturata a livelli ma allo stesso tempo anche facilmente fruibile da tutti.
Il titolo è “Opera Sinfonica” perché uno dei personaggi principali, sia dal punto di vista di percezione uditiva ma anche dal punto di vista della narrazione, è l’orchestra.
“Camillo” vuole essere anche un vero e proprio “primo incontro” con l’orchestra, dal momento che i bimbi, ascoltando gli strumenti, vengono a conoscere per la prima volta l’organico orchestrale, senza tuttavia esaminarli uno alla volta come in “Pierino e il lupo”. Bisogna dire inoltre che è un’ “opera sinfonica” perché non c’è il canto ma, al contrario, è presente un narratore.
La storia da cui ho preso l’ispirazione è un libro di Lorenzo Einaudi scritto nel 1987 che parla di questo personaggio che può essere qualsiasi cosa noi possiamo immaginare: passa da essere la musica, ad essere il Caso, ad essere un puntino blu che disegna, ad essere un cubo che si tramuta in una sfera. Camillo in realtà non ha un’unica trama ma si presenta come una stratificazione di nove racconti differenti aventi ognuno la sua ambientazione e storia.
È stato complicato in effetti scegliere la definizione ma, in definitiva, il termine “opera sinfonica” rende bene l’idea di opera con una trama strutturata pur rimanendo nell’ambito sinfonico.

E tu come hai incontrato Camillo? 

Questo fa parte della mia storia personale. Ho incontrato Camillo perché fortuitamente i miei genitori mi comprarono questo libro trenta anni fa, nel 1987,  quando avevo 6 anni. La lettura di questo libro mi è rimasta sempre come un patrimonio personale, come fonte di suggerimenti per la vita o comunque come un piccolo cammeo di bellezza nel mio approccio alla fantasia.
L’aspetto più forte del libro è proprio questa potenza che è immaginativa più che fantastica: Camillo non è un libro fantasy, non ci sono gnomi o fate, è legatissimo alla realtà e alla quotidianità.
Faccio un esempio: Camillo, in una delle nove storie, è disoccupato e si arrovella per cercare lavoro visto che tutti gli altri posti sono stati occupati da altri, finché lui stesso non sceglie di essere il Caso. Nella società dove vive, infatti, il Caso non esiste :tutto è già programmato e stabilito, addirittura il futuro è già definito, e lui invece si inventa di essere qualcosa che non c’è e, di conseguenza, la società cambia.
Questo messaggio, tanto astratto quanto concreto, di poter cambiare la società obbedendo ad una gentile creatività è qualcosa che, per esempio, può arrivare facilmente anche ai genitori. Da piccolo mi colpì tantissimo il fatto che Camillo nelle nove storie si presenti in nove modi differenti. Inoltre  le sue sono storie che non seguono il solito plot: cattivi non ce ne sono quasi mai. É sempre lui che affronta una data situazione con fantasia.
Questa cosa mi diede tantissimi spunti e trasmise qualcosa di positivo nell’approcciare la vita.
Camillo non vuole essere un lavoro con un’impronta morale, lungi da me!, e questo si distanzia anche da composizioni come quella di Prokofiev: la mia intenzione era invece quella di trasmettere una certa sensazione dell’incanto che ti lascia il senso di una bellezza positiva. Questi sono i propositi che mi hanno spinto a presentare il progetto alla Verdi, sempre attenta ad inserire eventi per i più giovani.

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“Una storia musicale che parla di fantasia”. Solitamente la fantasia è ciò che si cela dietro la creazione di una storia.
Curiosamente invece qui il racconto parla proprio della fantasia.
Gli psicologi dello sviluppo insistono molto sull’”anestesia della fantasia” che caratterizza i bambini di oggi, sottoposti a continui stimoli e ad un ritmo esistenziale molto accelerato e perciò incapaci di annoiarsi. Tu che ne pensi? 

È un tema molto importante oggi, non so se ieri le cose erano davvero profondamente diverse. Per esperienza personale con piccoli allievi ti posso dire che spesso i bambini sono forzati ad un ritmo iperattivo e mi rendo conto che spesso ciò appare come un voler riempire un contenitore vuoto, cosa con la quale assolutamente non si possono identificare i bambini. Ciò che mi ha dato lo stimolo per la scelta del tema è stato proprio il senso di libertà che deriva dal poter esercitare la propria immaginazione e fantasia. Spesso infatti le storie di Camillo parlano di una società bloccata, schematica, prevedibile dove non c’è spazio per la libertà della fantasia, ma lui, con le sue soluzioni legate ad una necessità di fornire una risposta alla società nella quale si trova, riesce ad intervenire attivamente nella propria realtà. Ciò accade ad esempio nella storia dove è presente una città in cui non esiste l’ombra ma solo una luce poderosa che avvolge tutto e non fa dormire. Camillo riesce a trovare un rubino rosso che raccoglie e succhia questa luminescenza oleosa e, da uno stato di ambiente lattiginoso e soffocante che toglie il sonno, porta il mondo ad uno stato di normalità dove si può tornare a dormire e quindi a sognare.
La volontà centrale è portare la storia al pubblico e sperare che questo incanto e fascino che io ho provato a 6 anni possa essere trasmesso ai bimbi di oggi.

Quali caratteristiche deve avere un’opera scritta per bambini e ragazzi?

Questa domanda sul tipo di linguaggio da usare è molto interessante perché i compositori agiscono come investigatori e esploratori alla ricerca di una tecnica innovativa e sempre aggiornata, ma in questo ambiente professionale simile al mare aperto bisogna tener conto che si è in una società e, se si vuole scrivere un’opera per ragazzi, bisogna tenerne conto dal momento che il gusto dei più giovani non può essere lo stesso di un adulto. Non puoi cucinare qualcosa di molto pesante o condito, o servire un alcolico se stai preparando una cena per dei bimbi — devi andare a cercare magari un’ingrediente più semplice. Qualcuno potrà dire “sì però dobbiamo iniziare ad educare sin da subito” – come se alla musica li dovessimo educare più che far interessare. Se non mi interessa qualcosa posso esser accusato di esser una persona poco interessata ma non posso farmi piacere Schoenberg o Shostakovich perché mi hanno educato a sentirle perché altrimenti sarò sterile, e non amerò in profondità l’epoca moderna ad esempio.
La prima cosa importante è stata quindi creare qualcosa che potesse essere non estraneo ai bambini e tutto è partito da un’indagine durata 4 mesi che ho compiuto sui materiali melodici propri della tradizione europea, ricavando da questi delle caratteristiche strutturali; in seguito ho raccolto 2 melodie che ho inserito nel lavoro e sono diventate l’incipit per 2 storie. Con tutto il resto del materiale ho tratto una specie di sintesi di queste melodie cercando i caratteri generali. Questo è il mio modo di lavorare: ricercare materiale da cui far crescere in un secondo momento la mia ispirazione.

Ad un livello più tecnico il linguaggio armonico si mantiene semplice ma varia da storia a storia. C’è inoltre spesso una ambiguità tra maggiore e minore e spostamenti armonici vicini.
Il campo principale dove ho lavorato per creare i contrasti tra i diversi quadri è stata l’orchestrazione. Devo riconoscere a questo proposito una grandissima disponibilità da parte dell’Orchestra LaVerdi nel darmi la possibilità di dipingere la musica con tutti gli strumenti che io ritenevo idonei. È per questo che l’orchestra di Camillo è un’orchestra del XX secolo dove sono presenti: archi, legni, corni, trombe e tromboni e 2 percussionisti (marimba, xilofono, glockspiel, piatti sospesi, gong, triangolo, tamburello) e in più celesta e pianoforte.

Storie, musiche ma non solo. Camillo è una vera e propria opera multi sensoriale in cui la musica si mischia con la danza e la figura. È la prima volta che ti trovi a comporre un lavoro pluri-artistico?

Non è la prima volta che mi propongo di scrivere basandomi su un elemento extra musicale. La prima volta è stata con la mia prima grande composizione per orchestra del 2008, un lavoro sul Faust, un’opera per orchestra, video ed elettronica. Abbiamo rimontato il Faust di Murnau, ridotto, senza cambiare la cronologia della storia, da 2 ore a 45 minuti. In quel caso il video è stato montato direttamente sulla partitura.
Sono abbastanza convinto che questo genere di lavori ricapiterà nel futuro.
In Camillo invece ci sono disegni ispirati a quelli del libro di Einaudi, che verranno proiettati durante lo spettacolo. Di certo è un lavoro di teatro musicale perché è presente un’attore che non legge ma racconta agendo in prima persona – in questo l’ispirazione è venuta da “Il Sopravvissuto di Varsavia” di Schoenberg. Tuttavia l’attore non è mai solo ma è sempre accompagnato dalla musica. L’idea è stata di costruire la parte musicale come un concerto per solista e orchestra: quando l’attore parla non è mai da solo c’è sempre la musica sotto che gli fornisce un ritmo. Ci sono però anche momenti in cui la musica prende il sopravvento. Infine la parte performativa è svolta dalla ballerina che si identifica sempre in modo astratto con lo stesso Camillo e segue con il suo movimento l’andamento del racconto. 

Camillo rappresenta un prodotto più unico che raro. I compositori di oggi vivono spesso distaccati dal pubblico e dalle sue esigenze in nome di una libertà artistica per quanto riguarda le loro ricerche personali.
Come vivi tu la tua condizione di compositore nel 2017?

Devo essere sincero, io sono totalmente libero, non ho avuto nessuna indicazione dall’orchestra che mi ha dato carta bianca e ha solo sentito una piccola demo preparatoria.
Odio l’autoreferenzialità in questo lavoro: chi dice che fa musica di ricerca o comunque non per gli altri si sta ponendo dei problemi che lo allontanano dalla figura del compositore. La mia idea di compositore è di cercare primariamente quelle che sono le mie intenzioni e i miei interessi. Sono convintissimo che al di fuori di ricevere una richiesta il compositore deve proporre le proprie intenzioni: comporre è costruire le proprie intenzioni e assecondare le sane ossessioni di andare a ricercare sempre qualcosa di nuovo.
Il problema di scrivere per un pubblico particolare è una grandissima sfida per un compositore che non può pensare di portare roba trita e ritrita, deve vivere all’interno. Sia che agisca come un ripetitore della società, sia che vada contro gli aspetti del mondo se è dominato dall’autoreferenzialità diventa noioso. Per quanto mi riguarda bisogna chiedersi cosa sto proponendo e in che modo, quali propositi musicali sto portando. Per me il mio proposito principale era servirmi della potenza dell’orchestrazione, ricercare le melodie e comunicarle.A questo proposito mi viene da pensare alla potenza espressiva incredibile di un pezzo come “Ma mère l’Oye” di Ravel, scritto per i 2 figli per un amico.
Questo aspetto della composizione calata nella società è molto importante e non bisogna dimenticarsi che una delle ultime grandi composizioni di uno dei più grandi compositori di sempre, Beethoven, pur presentando i risultati delle sue proprie ricerche personali è indirizzata a tutti gli esseri umani.
il compositore dovrebbe tornare a questa realtà che non significa creare una musica che accontenti tutti, ma vuol dire soprattutto smettere di stare nella sua stanzetta, aprirsi e pensare come consegnare qualcosa alla società all’interno della quale vive.

Matteo Macinanti 

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Matteo Macinanti

Romano di nascita e per passione. A 8/9 anni ho ascoltato per la prima volta Giovanni Sebastiano Ruscello e da quel dì non ho più ho smesso di essere musicopatico. Sono diplomato in Clarinetto al Conservatorio Santa Cecilia di Roma e studio Musicologia a Roma e a Parigi.