“Tutto nel mondo è burla”: il nichilismo gioioso di Verdi

In Compositori by Francesco Bianchi1 Comment

Il congedo, l’addio, è sempre un momento decisivo in momento artistico. Si cerca sempre trovare per le conclusioni delle formule efficaci, che riescano a condensare bene un concetto in maniera potente, in modo da lasciare un’impronta. In particolare i finali hanno la capacità a volte di generare un fenomeno che con un francesismo si potrebbe dire d’apres coup, cioè creano qualcosa di talmente brillante ed espressivo, che dopo di esso tutto ciò che è venuto prima assume un significato diverso. E’ come se tutto ciò che è accaduto precedentemente lo vedessimo in maniera differente rispetto a come l’abbiamo vissuto finora. Uno dei finali più grandi della storia dell’arte in senso lato è la fuga “Tutto il mondo è burla” di Verdi, il momento conclusivo del Falstaff e della carriera del compositore. 

            Verdi è stato uno dei compositori nei quali la grandezza morale dell’uomo ha inciso profondamente nella sua opera e nella ricezione di questa stessa. Il suo impegno civile e politico per l’unificazione d’Italia è uno stigma che lo fa spiccare nel panorama musicale di tutta Europa, facendo sì che che la sua produzione, intessuta di valori politici e religiosi, sia l’emblema del connubio tra estetica e profondità morale. Dall’ ultimo atto della sua ultima opera ci si aspetterebbe un momento di un respiro quasi mitologico, una esaltazione di valori, una celebrazione beethoveniana, un finale coi fuochi d’artificio. Invece il commiato, di colui che aveva scritto solo drammi, è una commedia. Assolutamente lontana dall’essere uno scadimento nel superficiale, quest’opera è invece il vertice a cui giunge il genio di un artista quando ai furori romantici subentra la placida limpidezza della saggezza. La chiave per capire questo gesto artistico è in quella fuga finale che conclude l’opera. Analizziamola nello specifico.

            Lo svolgimento è concluso, Ford lascia cadere le sue pretese, acconsente al matrimonio fra Nannetta e Fenton e organizza una grande cena e Falstaff ritorna ad essere quello di sempre intonando il soggetto di questa fuga nel quale si dice “tutto nel mondo è burla, l’uomo è nato burlone”. Tutti ripetono questa frase e dall’elaborazione di queste parole e dall’aggiunta di poche altre battute che dicono “L’uom è nato burlone, la fede in cor gli ciurla, gli ciurla la ragione” si crea il finale.

Il significato di queste parole è molto chiaro, ma per comprendere a fondo l’intenzione verdiana analizziamo anche la forma musicale che Verdi adopera, la fuga. Questa forma al momento della composizione del Falstaff era oramai da più di un secolo passata di moda, non era più in voga. Era nata nel Rinascimento e aveva trovato la sua massima espressione nel Barocco perché, per caratteristiche che poi vedremo, diventa il genere principe della musica contrappuntistica. Cade poi in disuso con il Classicismo viennese che è caratterizzato da una reazione alla complessità della musica Barocca che sfocia nell’imporsi della forma-sonata. La caratteristica della fuga è la sua natura essenzialmente contrappuntistica in quanto si costruisce a partire da una o più frasi (soggetti) che vengono rielaborate tramite ripetizione sovrapposizione e trasformazioni secondo diversi modelli (inversione, retrogrado, aumentazione…). Tutto nella fuga si gioca nella capacità di giocare con queste frasi musicali, di riuscire a creare delle strutture compositive che si articolano secondo criteri anche matematici e geometrici, che alla fine producono un edificio compositivo che ha come mattoni i soggetti. Si tratta di una forma musicale nella quale l’abilità dell’artista è messa a dura prova perché è vero che esistono molti “pattern” ricorrenti che venivano usati per comporre fughe, che dunque faciliterebbero il compito, ma da cui emerge la bellezza solo quando c’è la capacità di abitare queste strutture artisticamente, quando cioè la schematicità non è più un elemento di rigidità ma un fattore di armonia e perfezione.  Non a caso l’esercizio di comporre o improvvisare fughe era un banco di prova per l’abilità di un compositore. Celeberrimo è il caso dell’Offertorio musicale di Bach il cui soggetto, complesso e dissonante, gli era stato dato da Federico II di Prussia con il compito di crearne una fuga per provare la sua professionalità. In sostanza nella fuga più importante del significato musicale del singolo soggetto è l’interazione e la relazione fra questo soggetto con se stesso ripetuto o con altri soggetti.

           Ritornando ora al Falstaff pensiamo all’importanza dell’uso specifico della fuga fatto in questo finale d’opera. Verdi prende la frase “tutto nel mondo è burla, l’uomo è nato burlone” e la rende il soggetto della fuga. Che cosa si ottiene? Che con il crescere delle voci che si sovrappongono le parole perdono di peso, si confondono e si mescolano e diventano il semplice supporto fonematico di una nota. Tutto nel mondo è burla, è vero, e le stesse parole dei cantanti non hanno più senso infatti, perché nella fuga l’elemento principale è l’elaborazione non la frase, il turbinare schematico di tutte le possibili rifrazioni armoniche delle emanazioni della singola frase. E’ come se tutti i personaggi abbandonassero l’attaccamento al significato delle loro parole per lasciarsi andare al gioco dei suoni. E’ proprio questo il punto: il concetto del mondo come burla si trasfigura, perde senso esso stesso, non può più essere preso sul serio neanche lui, perché le voci che dicono che tutto nel mondo è burla, che tutto è finto e che l’uomo è costantemente ingannato, nel pronunciare queste parole non sono a loro volta libere, ma vincolate alla struttura musicale, ad uno schema nel quale parlano e solo attraverso il quale possono parlare. E poi la struttura si complica sempre di più, si aggiungono voci, si creano armonie sempre più complesse fino a che queste parole, divengono veramente un semplice suono funzionale a supportare un’intonazione: non hanno più senso per quello che significano, ma per il suono che intonano. E allora l’unica cosa che è rimasta è giocare con questi suoni che ci ingannano costantemente, e combinarli musicalmente in maniera meravigliosa. Verdi prende il foglio su cui sta scritto suo testamento e lo straccia, e decide di concludere così affermando ancora una volta la superiorità delle note sulle parole: tentare di dire qualcosa di ultimo, di conclusivo, di assoluto, che valga per tutti e tutto, è follia. Allora Verdi decide di cercare di metamorfosare il mondo intero in musica. Questa è una cosa che egli stesso faceva normalmente: era infatti solito girare con un taccuino su cui appuntava delle frasi musicali e sui cui costruiva delle brevi fughe traendo ispirazione da rumori e suoni che sentiva. Si narra che una volta trascrisse in musica addirittura un alterco politico mentre sedeva in senato, tanto da lasciare senza parole il suo amico Piroli e Quintino Sella.

            Tirando le fila dobbiamo dire che Verdi alla fine concluda con una vena ironica che cela un messaggio nichilista? Concorda con il “tutto è vanità” dell’Ecclesiaste? No. Tutto nel mondo è burla sta a indicare che tutto nel mondo è contingente, precario, ingiustificato, non necessario, e che qualsiasi cosa noi tentiamo di fare, non riusciremo mai a lasciare un’impronta profonda nell’essere. E tutto ciò che facciamo è solamente un grande gioco, che ha delle regole, che possiamo conoscere e studiare, ma che non padroneggeremo mai, perché appena ce ne mettiamo davanti alcune per modificarle, subito ce ne compaiono altre dietro che ci determinano e che dobbiamo rispettare. L’atteggiamento di Verdi di fronte a ciò è quello di un nichilismo mistico, che contempla la nullità del mondo in cui è immerso non per annullarlo, ma per ascoltarne il suono complessivo che si ode solo astraendo dal quotidiano.  La fuga finale del Falstaff è l’apoteosi di questa felicità del superamento dei valori, dei significati e della pesantezza che tutti questi si portano dietro. E’ l’affermazione della leggerezza come lo stato che discende dal nichilismo e che prelude ad una gioia autentica, la gioia di chi, non più succube del peso della vita, guarda al mondo con la facilità e il tocco di un bambino. E con questa leggerezza di movimento si è a tal punto immersi in quel mondo che è emerso dopo aver annichilito tutto ciò che ci proiettiamo sopra, che l’unica cosa che occupa il nostro pensiero è questo nulla da cui tutto si genera, che è per noi un vuoto liberatorio, proprio come quel niente, che abbiamo in testa, quando ridiamo.

Francesco Bianchi

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Francesco Bianchi

Filosofia e musica mancano costantemente il luogo del loro incontro tanto utopico quanto necessario. Il compito impossibile di trovarlo è il modesto ufficio che in questa rivista ricopro, scrivendo articoli partoriti attraverso impegnativi dialoghi schizofrenici fra me e i miei alter ego, fra cui possiamo ricordare Stavrogin, il barone di Charlus, Adrian Leverkühn, Simon Tanner, Ferdinand Bardamu e Malte Laurids Brigge.