The Young Person’s guide to the Orchestra, secondo Britten

In Compositori by Michela Marchiana0 Comments

Ascoltare un’orchestra sinfonica suonare è un’esperienza unica, magica. Non importa il dove, il come, il perché, il mondo smette di girare e il tempo si ferma non appena il direttore d’orchestra alza la bacchetta per dare il primo attacco. Il suono dell’orchestra è sempre intenso e compatto, che si tratti di pianissimo, piano, forte o fortissimo, si raggiunge sempre il giusto equilibrio per rendere all’ascoltatore il suono uniforme. All’ascolto sembra come se l’orchestra in sé sia uno strumento musicale. Ma, come dopo aver a lungo osservato la bellezza di un quadro se ne scorgono i dettagli, e ci si rende conto delle varie tonalità di uno o un altro colore, così ascoltando un’orchestra (e anche osservandola) si nota quante diverse sezioni di strumenti ci siano, sicuramente dalle caratteristiche ben definite e distinte le une dalle altre.

Il 31 dicembre 1945, per il film a scopo pedagogico “The Intruments of the Orchestra”, il compositore inglese Benjamin Britten (1913-1976) compone “The Young Person’s Guide to the Orchestra. Variations and Fugue on a Theme of Henry Purcell” proprio con lo scopo di mettere in evidenza le varie parti dell’orchestra, risaltandone il timbro, il colore e le agilità. Dedicato da Britten “con affetto ai bambini di John e Jean Maud: Humphrey, Pamela, Caroline e Virginia, per la loro formazione e il loro divertimento” la composizione è pensata per orchestra e voce recitante, con testo (che è stato di volta in volta modificato e/o tradotto a seconda delle necessità, ma anche totalmente riscritto prendendo il testo esistente come modello) scritto da Eric Crozier, amico e librettista del compositore inglese, oppure per orchestra sola (questa versione è quella che ha prevalso nelle incisioni discografiche e nelle esecuzioni in concerto). È un tema con variazioni basato su una hornpipe en rondeau, tratta dalle musiche di scena composte da Henry Purcell nel 1695 per la tragedia di Aphra Behn “Abdelazer or The Moor’s Revenge”, e, probabilmente, non a caso Britten scelse proprio un tema di Purcell, non solo per la grande ammirazione che provava nei suoi confronti, ma anche perché, nell’appena concluso 1945, era ricorso il 250° anniversario dalla sua morte.

La Guida inizia esponendo il tema a pieno organico, ripetuto e variato dalle varie sezioni dell’orchestra prese separatamente. Un inizio più che deciso per esporre con carattere il tema di Purcell.

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Subito dopo la sezione dei legni (che è un “membro”, insieme agli ottoni, della sezione fiati) ripete il tema con piu morbidezza e tranquillità. Con l’entrata degli ottoni la morbidezza diventa decisione che viene poi imitata e rimaracata dall’entrata successiva, quella degli archi. L’ultima entrata, prima di una nuova ripetizione a pieno organico, è quella della sezione delle percussioni, che ripropongono molto chiaramente il tema di Purcell con timbri, colori e dinamiche uniche, come unici sono gli strumenti che formano questa sezione. Ma l’analisi nel più particolare dei dettagli inizia con le 13 Variazioni sul tema (contrassegnate nella partitura con le lettere dalla A alla M, comprese la J e la K), con cui Britten mette in rilievo un singolo strumento, accompagnato e sostenuto dai colleghi strumenti. L’analisi parte dalla sezioni fiati, in particolare dalla sezione legni, partendo dai leggeri flauti, con il loro “fratello piccolo” (dal testo di Crozier), l’ottavino, muovendo ai più malinconici oboi, passando per i sinuosi clarinetti fino ad arrivare ai severi fagotti. Successivamente si analizza l’immensa sezione archi, partendo dai brillanti violini, divisi in primi e secondi, scendendo sempre più al grave attraverso le calde viole, gli intensi violoncelli per arrivare agli ironici, ma non per questo meno affascinanti, contrabbassi. In seguito si passa a un altro strumento a corde, che rappresenta spesso una particolarità anche tra gli orchestrali, cioè l’arpa, che si mostra essere elegante, raffinata ma allo stesso tempo decisa. “Ora passiamo agli ottoni. Innanzi tutto i corni – quattro di loro” (dal testo di Crozier): con questa variante si crea come un’atmosfera di passaggio per arrivare alle scoppiettanti trombe e successivamente ai pesanti e incisivi tromboni e alla loro compagna più vicina, la tuba.

L’osservazione nel dettaglio si conclude con le percussioni, vari strumenti fondamentali, che sono spesso le colonne portanti (ritmicamente parlando) per ogni orchestra.

Analizzati tutti i particolari si torna ad apprezzare l’opera nella sua interezza, notandone ancora di più la sua bellezza. E così Britten, come stretta finale, sceglie di comporre una fuga, aperta da ottavino e flauti, inserendo, nelle varie entrate, gli altri strumenti nell’ordine in cui li ha descritti precedentemente. Infine, come tocco di classe, mentre l’orchestra continua imperterrita la fuga, una sua sezione, quella degli ottoni, si distacca per riproporre solennemente il tema di Purcell.

Conclusa la Guida l’ascoltatore non potrà non rendersi conto di quanto ogni singolo dettaglio, anche il più piccolo, sia indispensabile per un’armonia perfetta. Una formica da sola non riuscirebbe a costruire un’intera città sotto il suolo, ma tutte insieme le formiche creano incredibili formicai. Altri innumerevoli esempi si potrebbero fare, in tutti i campi, nella natura, nello sport, nel mondo del lavoro, per sottolineare quanto vivere e lavorare insieme sia fondamentale, e Benjamin Britten, oltre che creare un capolavoro, tra i più usati per l’educazione musicale, insieme al “Carnevale degli animali” di Camille Saint-Saëns e a “Pierino e il lupo” di Sergej Sergeevič Prokof’ev, ha dato quello che per noi di questo mondo pieno di note è il modello più bello di lavoro di squadra: l’orchestra.

Il testo di Crozier appuntato da Britten sulla sua partitura personale:

“Here you see before you, boys and girls, a full symphony orchestra – comprised of nearly/about a hundred musicians.

The fine noise of an orchestra, which you know so well, is made by these musicians either blowing, scraping, or banging the instruments which they hold in their hands.  Now using a grand tune of our own English composer Henry Purcell, we will tell you the names of these instruments and let you hear their own particular sound.

First of all, all the instruments together:

Of the instruments which you blow, some are made of wood, and called collectively, the woodwind.

And some are made out of brass – the brass instruments.

The other are the instruments you scrape with a bow – the strings!

Finally, the instruments you hit – the percussions

Now listen to the instruments which make up these groups.  first – the highest of the woodwind instruments, the flutes – and their small brother, the piccolo.

Now , also members of the woodwind group, but that are known as “double-reed” instruments, the oboes.

Not unlike the oboes to look at, but single reed instruments, are the clarinets.

Then the lowest of the woodwind, like the oboe a double reed instrument, the bassoons.

By far the most numerous instruments in the orchestra are the strings of which the highest are the violins, divided in two parts: the first violins, and second violins.

The same shape, held the same way, but slightly larger than the violins and darker in tone are the violas.

And larger, held between the legs, are the cellos.

The double basses are about the same shape, but even larger than the cellos.

Also a stringed instrument, but quite a different shape, and only plucked is the harp.

Now we come to the brass instruments.  First of all, the horns – four of them.

Then the trumpets, which every boy (and girl) must know.

And then are the solemn trombones, and the bass tuba that so often plays with them.

Then are a whole crowd of percussion instruments, but we have time to examine only the most common.  Let us start with the kettledrums or the timpani.

The bass drum and cymbals.

The tambourine, and the triangle.

The familiar side drum and the Chinese block.

The xylophone with its wooden bars.

The castanets, and the gong.

And finally, the sinisterly named whip.

Having taken the orchestra to pieces we must put it together again.  So here is a fugue, with the instruments coming in one after another – starting as begun with the piccolo and working right through to the percussion.  At the end you will hear the grand tune on the brass instruments.”

Michela Marchiana


About the Author

Michela Marchiana

Sono nata a Roma nel 1995. Ho iniziato a studiare il violino all'età di 12 anni. Frequento la facoltà di Musicologia presso La Sapienza e sono diplomata in violino presso il Conservatorio di Santa Cecilia a Roma. La risposta alla fatidica domanda "Qual è la tua musica preferita?" purtroppo (o per fortuna!) per me non esiste. Mi sono avvicinata al mondo della musica grazie ai miei genitori (non musicisti ma appassionati a tutto tondo) che mi hanno cresciuta a suon di cantautorato italiano misto a rock misto a reggae misto a (strano ma vero) Barbiere di Siviglia e Traviata. Successivamente, iniziato a studiare il violino sotto la guida di un'Insegnante con la "i" maiuscola, ho iniziato a scoprire il mondo dell'orchestra sinfonica e dei gruppi da camera. Dunque, se proprio dovessi dare una risposta sul genere di musica preferito (nell'ambito della musica classica), direi che preferisco la musica da camera, con un amore sconfinato nei confronti del Quartetto. Compositori preferiti? Nessuno dai, a parte la gigantografia di Ludovico in camera.