Shakespeare in musica: il Quartetto op. 18 n.1 di Beethoven

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Il quartetto n. 1 op. 18 di Beethoven è il quartetto di apertura della prima raccolta del compositore di Bonn. Fu proprio il compositore a collocarlo in apertura della stessa, ma in realtà venne scritto dopo il quartetto n.3. Di questo quartetto n. 1 si hanno due versioni, una prima inviata da Beethoven privatamente all’amico Karl Amenda e una seconda, oggi quella di gran lunga più eseguita, che per Beethoven era la versione ufficiale, corretta e rivista a tal punto da scrivere ad Amenda di non mostrare più a nessuno la prima versione, poiché solo con la nuova aveva imparato “l’arte” di scrivere quartetti, tanto da arrivare ad affermare di vergognarsi della precedente. Pubblicata nel 1801 e dedicata al principe Lobkowitz l’opera 18, composta di 6 quartetti, subisce un’influenza haydniana (non bisogna dimenticare che Beethoven  studiò per un periodo con Haydn) nelle forme e nelle strutture, senza però rinunciare ad un’originalità del tutto nuova ed elaborata in un modo unico come solo il compositore di Bonn sapeva fare.

Nel dettaglio, il quartetto n. 1 op. 18 in Fa maggiore è composto di 4 movimenti (allegro con brio; adagio affettuoso e appassionato; scherzo-allegro molto; allegro).

Il primo movimento segue il tipico schema della forma-sonata (esposizione, sviluppo, ripresa dell’esposizione) ed è caratterizzato da un’ossessione, una cellula ritmica presentata all’unisono dai quattro strumenti nelle prime due battute e ripetuta subito nelle seconde due. Nel corso del movimento la scrittura si fa più raffinata e più incisiva, ma non manca mai questa ossessione ritmica, come fosse un’idea che ha “dato il LA” per comporre il movimento ma continua a martellare nella testa del compositore fino a tormentarlo. Nell’esposizione il primo violino tenta di giocare su questa cellula ritmica, di aggiungere fioriture e virtuosismi, ma nel frattempo sotto, al grave, c’è il violoncello che gli ricorda qual è davvero l’idea, l’ossessione, ripetendo ostinatamente la prima idea per poi passare il testimone alla viola che riesce a trovare nel pianissimo un compromesso tra l’impatto energico e tormentato della prima idea portata incessantemente avanti dal violoncello e la distensione e raffinatezza (soprattutto ritmica) della nuova idea proposta dal primo violino. Nello sviluppo, con uno studio attento all’arte del contrappunto, inizia un fugato, dal basso verso l’alto, dal violoncello al violino. Non è difficile  immaginare quale sia stato il tema scelto come soggetto della fuga: l’ossessione. L’idea, come torna in continuazione in mente al compositore di Bonn, così torna nella parte, se a una battuta la suona il violoncello a quella dopo la suona viola e così via. Ma questo non basta. L’idea è talmente dominante su tutto il resto che non riesce ad aspettare e deve farsi notare, deve farsi sentire, ed è così che nel fugato il secondo violino disturba l’ordine delle cose accavallandosi nell’entrata con il primo violino, perché l’ossessione  si è fatta notare e non ha potuto attendere la fine della battuta. E così si ritenta in un nuovo fugato, il secondo violino ha imparato, ma a disturbare ora è la viola, stesso errore, stessa impazienza di prima. Ultimo tentativo, di nuovo il secondo violino non riesce ad aspettare. Alla fine il tutto sembra essersi placato, il movimento sta per chiudersi con l’ossessione finalmente distesa in un ritmo più delicato, ma non è così, perché proprio quando tutto sembra essersi calmato, alle ultime 4 battute il primo violino sottolinea di nuovo la cellula ritmica, così da chiudere il movimento come lo si era aperto.

Il terzo movimento è uno scherzo con trio. lo scherzo che aveva preso il posto dell’antico minuetto è qui in una forma un po’ particolare, in continua alternanza tra varie articolazioni (come il legato e lo staccato), come a far sembrare tutto un gioco. Nel trio il tutto è affidato al virtuosismo estremamente legato e disteso del primo violino su un pedale armonico degli altri tre strumenti. Entrambe le forme, sia scherzo che trio, sono bipartite, quindi suddivisibili in due diverse parti.

Il quarto movimento è in forma sonata-rondò. Anche in questo movimento, come nel primo, domina l’elemento ritmico; ma a differenza del primo movimento, questo lascia molto più spazio anche all’elemento melodico puramente musicale. Con straordinaria abilità, Beethoven fa percorrere al tema ritmico tutte e quattro le parti, lo stesso accade poi per i temi melodici. Non manca inoltre un incisivo tema all’unisono come a voler ricordare all’ascoltatore che è ancora immerso in quel quartetto che si apriva con un’idea ritmica esposta all’unisono e poi ampiamente (ossessivamente) ripetuta. Straordinariamente sovrapposte sono spesso le idee ritmiche a quelle melodiche e viceversa. E pur nella sovrapposizione, l’ascoltatore sarà in grado di distinguerle e di dare più importanza all’una o all’altra o, perché no, a entrambe. Il tutto si conclude con il primo violino che rende noto agli ascoltatori che il quartetto sta per concludersi e cerca di farlo capire anche al secondo violino e alla viola che fino alla fine continuano a giocare sull’elemento ritmico, a passarselo tra loro e a suonarlo insieme all’ unisono in un ultimo gioco prima dell’accordo finale.

Il secondo movimento merita una trattazione a parte. Da una lettera di Beethoven all’amico Karl Amenda si sa che per comporlo si è ispirato a un autore inglese, nato nel 1564. Un autore che era già romantico prima che il romanticismo nascesse, che era già pirandelliano prima che Pirandello nascesse, un autore che racchiude la sua genialità assoluta nel suo nome: William Shakespeare. Nello specifico il compositore di Bonn si è ispirato alla scena della tomba (atto V scena III) del “Romeo e Giulietta”, composta tra il 1594 e il 1596. A questa stessa scena si era ispirato nel 1790 il pittore Joseph Wright of Derby. Il dipinto, realizzato con grande perizia nel rendere le scene illuminate a lume di candela, raffigura il momento in cui Giulietta, inginocchiata accanto al corpo di Romeo, sente un rumore di passi ed afferra il pugnale per uccidersi.

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Beethoven si ispira a tutta la scena, essendo la musica, a differenza della pittura, un’arte dinamica, che dura nel tempo e non statica in un attimo. Satie e Debussy fra gli altri non sarebbero d’accordo.
Il movimento, è bene sottolineare, è in re minore, nella relativa minore rispetto alla tonalità di inizio, e già questo fa capire l’intento drammatico e patetico della composizione. È curiosa l’indicazione “adagio affettuoso e appassionato ” a voler sottolineare lo sfondo di una tenera storia d’amore, ma al tempo stesso colma di passione, caratterizzata da una bramosia, uno struggimento, insomma dal tipico Sehnsucht del romanticismo tedesco.
L’inizio del movimento, nelle parti del secondo violino, della viola e del violoncello, va a costruire un vero e proprio corale sulla staticità del primo violino che inizia a muoversi solamente dopo 4 battute dall’inizio. Il tema passa successivamente al grave sempre accompagnato da un corale. Un tema dolce e quasi ammiccante si muove poi tra il primo e il secondo violino per poi estendersi anche alle altre parti. Ma il momento saliente, il momento che può a ragione essere paragonato al monologo di Romeo di fronte alla sagoma immobile di Giulietta, avviene dopo un pianissimo e una staticità lievemente mossa solo dal primo violino, con un tema tragico colmo di sofferenza suonato a distanza di ottava dal secondo violino e dalla viola. La sofferenza che è piena d’amore per la fanciulla si anima in momenti di rabbia nei confronti della Morte abilmente rappresentati dai rapidi e bruschi movimenti del primo violino. Quando si muove il tema amoroso, se pur tragico, il primo violino con dei lunghi sforzati tenuti cerca di trattenersi, ma poi esplode di rabbia e suona le sue biscrome mentre secondo violino e viola hanno un momento di staticità, poi il primo violino si ferma in uno sforzato  e  di nuovo cerca di placarsi, lasciando spazio ai movimenti della sofferenza amorosa sottostanti.

“Com’è vero che gli uomini, morendo, hanno un fugace tratto di letizia: uno sprazzo, che quelli che li vegliano soglion chiamare ‘il lampo della morte’. Oh ma poss’io chiamare questo tuo soltanto un lampo?… Amore mio, mia sposa, La morte che ha succhiato tutto il miele del tuo fiato, non ha ancor trionfato di tua beltà, non t’ha ancor conquistata! Ancor sulle tue labbra e le tue guance risplende rosea la gloriosa insegna della bellezza tua: su te la Morte non ha issato il suo pallido vessillo…
[…]
Debbo creder che palpita d’amore l’immateriale spettro della Morte? E che quell’aborrito, scarno mostro ti mantenga per sé qui, nella tenebra, perché vuol far di te la propria amante?” .

Dopo questo punto culminante, il tutto si riversa in un pianissimo, dove però a ricordare il dolore della perdita è il violoncello che ripete, in una dinamica ormai rassegnata le biscrome del rabbioso primo violino. Dopo una stasi pressoché totale il corale iniziale ricomincia, variato dapprima solo al secondo violino che è mosso da un fermento interiore che è subito capito e imitato dalla viola. per poi sfoggiare nelle ormai note biscrome, che in principio erano rabbia, poi sommessa rassegnazione e ora infinita disperazione. Romeo ha trovato una dolorosa soluzione alla sua sofferenza.

“Occhi, miratela un’ultima volta! Braccia, carpitele l’estremo amplesso! E voi, mie labbra, suggellate con un pudico bacio un contratto d’acquisto senza termine con l’eterna grossista ch’è la Morte!
[…]
Così, in un bacio, io muoio…”

Il cerchio sembra essersi chiuso, e così il tema dolce riparte, stavolta in un dialogo tra primo violino e viola per poi di nuovo estendersi alle quattro parti. Ma quasi subito un fermento, un movimento si fa strada nel pentagramma, quello che era il dolore di Romeo ora è della rinvenuta Giulietta che vede il suo sposo accasciato a terra e di nuovo la rabbia della tragedia .

“Veleno! … È stato questo la sua fine. Cattivo! L’hai bevuto fino in fondo, senza lasciarne una goccia amica che m’avrebbe aiutato! …”

Ma l’Amore riesce comunque a far trovare una soluzione a Giulietta, che vede il pugnale dello sposo, e nel solo, quasi come fosse una cadenza, del primo violino, la tragedia si consuma così come questo meraviglioso movimento.

“Ah, dei rumori… allora non c’è tempo! Pugnale benedetto! … Ecco il tuo fodero… qui dentro arrugginisci, e dammi morte!”

Michela Marchiana


About the Author

Michela Marchiana

Sono nata a Roma nel 1995. Ho iniziato a studiare il violino all'età di 12 anni. Frequento la facoltà di Musicologia presso La Sapienza e sono diplomata in violino presso il Conservatorio di Santa Cecilia a Roma. La risposta alla fatidica domanda "Qual è la tua musica preferita?" purtroppo (o per fortuna!) per me non esiste. Mi sono avvicinata al mondo della musica grazie ai miei genitori (non musicisti ma appassionati a tutto tondo) che mi hanno cresciuta a suon di cantautorato italiano misto a rock misto a reggae misto a (strano ma vero) Barbiere di Siviglia e Traviata. Successivamente, iniziato a studiare il violino sotto la guida di un'Insegnante con la "i" maiuscola, ho iniziato a scoprire il mondo dell'orchestra sinfonica e dei gruppi da camera. Dunque, se proprio dovessi dare una risposta sul genere di musica preferito (nell'ambito della musica classica), direi che preferisco la musica da camera, con un amore sconfinato nei confronti del Quartetto. Compositori preferiti? Nessuno dai, a parte la gigantografia di Ludovico in camera.