Il ricordo di Keith Emerson, tra Bernstein e Mussorgski

In Compositori by Filippo Simonelli1 Comment

Si potrebbe intavolare una lunga discussione sul progressive rock, se sia ascrivibile alla musica colta o alla musica triviale. Ma, un po’ per affetto un po’ per devozione, nessun amante della grande musica può restare indifferente all’eredità di una leggenda come Keith Emerson.

Dici Emerson e pensi alle tastiere. Gruppi di tastiere, in numero considerevole e sempre maggiore concerto dopo concerto. E immediatamente dopo pensi a tonnellate di cavi, moog e orpelli tecnologici di vario genere che servivano al pianista britannico per imbellettare una musica spettacolare e addirittura spettacolarizzante come era spesso, ma non sempre, il prog della prima scuola, quello da classifica e da prime serate in tv. Se queste erano le manifestazioni più frequenti del progressive rock, quella che è universalmente ritenuta una musica colta per gli anni, forse sono meno note le incursioni di Keith Emerson come arrangiatore di pezzi della grande musica, che è l’argomento di cui qui ci si occupa più spesso.

Eppure basta scorrere la discografia del musicista di Todmorden per scoprire una carrellata di grandi nomi riarrangiati o interpretati nel corso della lunga carriera da far impallidire molti professionisti della classica. E che dunque il suo lavoro ci riguarda eccome.

Il contributo alla contaminazione del giovane Keith inizia alla sua prima esperienza, quella con i Nice. Con il supergruppo londinese Emerson portò alla ribalta il brano “America”, riarrangiamento di un celebre passaggio della West Side Story di Leonard Bernstein. Nella loro versione i Nice utilizzarono il tema di una delle canzoni più celebri del musical, quella in cui Anita canta un inno alla vita americana. La trasposizione per band fu ovviamente seguita da Emerson che si preoccupò di rispettare l’intenzione originaria di imitare le arie della Carmen di Bizet, sullo stile della Habanera, costruita anch’essa su un tempo ternario. Ma il lavoro del tastierista non si limitò a questo. Infatti nel brano si possono sentire interpolati dei passaggi ripresi dalla Nona Sinfonia “Dal Nuovo Mondo” di Antonin Dvorak, dedicata dal compositore ceco alle melodie dei nativi che aveva ascoltato durante il suo soggiorno nel continente americano. Il pezzo fu un successo clamoroso, anche per le sue motivazioni “politiche“, e guadagnò alla band fama imperitura. Oltre a questo si contano una collaborazione con la Royal Philarmonic di Londra e una partecipazione al programma televisivo Switched-On Symphony, con la Los Angeles Symphony Orchestra guidata addirittura da un giovanissimo Zubin Mehta. Accanto a queste apparizioni pur meritorie non vanno dimenticate le incisioni, sempre in forma rock (e talvolta travisate), di brani che vanno dal repertorio dei grandi nordici come Sibelius ai concerti Brandeburghesi.

Ma è con il trio Emerson Lake & Palmer che Keith lascia una traccia indelebile nel mondo della contaminazione musicale. Dopo due album folgoranti come l’eponimo ELP e Tarkus, il gruppo decide di incidere un album dal vivo. Non si tratta di un album qualunque, bensì di un arrangiamento integrale dei Quadri di un Esposizione di Mussorgski. Il 26 marzo 1971 andò in scena per la prima volta e nonostante alcune reazioni non favorevoli, tra cui quella di Rolling Stone, segnò una svolta nella carriera della band e nello sviluppo artistico dei musicisti. In molte parti la musica è perfettamente aderente all’ideale del musicista russo. L’aggiunta delle liriche di Greg Lake, di stampo assolutamente favolistico eppure così adeguate, è un tocco di classe. E l’effettistica astronomica di Emerson concorre a dare all’opera una veste del tutto nuova. Forse proprio per rispettare l’idea assolutamente russofila di Mussorgski i tre hanno abbinato uno “Schiaccianoci” di Tchaikovski a mo’ finale, dando un aspetto crossover all’opera che in fin dei conti sembra un po’ rabberciato, ma non manca di stupire e affascinare a modo suo, anche grazie all’uso (a tratti abuso) dei pirotecnici effetti del moog da parte di Emerson.

Certamente le invenzioni brillanti e i contributi di Emerson alla diffusione della musica classica presso il grande pubblico non finiscono qui, e già questi non sarebbero di poco conto. Assieme a Rick Wakeman è stato il musicista più capace di inculcare l’amore per la complessità nell’ascoltatore medio del suo tempo, ancora assuefatto alla brevitas della forma rock. Il suo lavoro non è probabilmente figlio di un progetto cosciente quanto piuttosto di un frutto della fervida immaginazione del musicista. Se l’impatto della sua opera sia stato positivo sul rapporto di musica e cultura di massa è meno semplice da dirsi di quanto sembri. I suoi quadri di un’esposizione, per fare di nuovo l’esempio più caro a chi scrive, hanno il pregio di incuriosire l’ascoltatore e di mantenersi per larghi tratti fedeli alla scrittura originale; sempre nei Quadri, tuttavia, si trova ancora quel gusto kitsch forse eccessivo che va decisamente più incontro al gusto dell’epoca che non ad una esigenza artistica. Ma il ritratto di Keith Emerson, esulando dalle passioni individuali, non può non essere quello di un musicista curioso e virtuoso, amante della grande musica ma ineluttabilmente figlio del suo tempo, capace di rivoluzionare uno stile, un genere e addirittura una scuola di pensiero andando a pescare dall’unica vera inesauribile fonte di ispirazione, la grande tradizione classica.

Farewell, Keith.

Filippo Simonelli

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Filippo Simonelli

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Chitarrista di formazione. Devoto a Johannes Brahms, ho sviluppato col tempo una passione per la musica britannica e per Aaron Copland. Mentre ero alle prese con una laurea in Relazioni Internazionali ho deciso di fondare Quinte Parallele.