Che fare della musica Classica?

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“Mi scusi, giovanotto? Si, dico proprio a lei. Ecco, salve, volevo sapere cosa ci fa lei a questo concerto? Lei che è così giovane, sicuramente è un appassionato, magari è anche competente. Come dice, ah suona? Bene, che bravo, complimenti… ma le piace davvero questa musica?”

L’intervallo dei concerti offre spesso spunti di conversazione gradevoli. Che bravo il direttore, adorabile il solista, e così via. Poche volte si va oltre il semplice passatempo. Ma non questa volta. La frase che ho riportato me l’ha rivolta una signora decisamente attempata, oltre la settantina, appena uscita decisamente provata dal Concerto per Violino di Arnold Schönberg.

Forse era solo una curiosità passeggera la sua, un modo per riprendersi da un’esperienza intensa come solo l’ascolto di musica seriale sa essere, ma sta di fatto che ha posto le più importanti questioni che tormentano chi ami la musica classica e che in essa riponga qualche cosa che va oltre il semplice apprezzamento, che la valuti più di un buon sottofondo con cui studiare.

Cosa ci faccio io qui? Beh, è una domanda più che legittima, nella sua semplicità. Un ragazzo di vent’anni che passa il suo sabato all’Auditorium è un avvenimento che desta stupore. Eppure non trovo veramente modi migliori per passare un pomeriggio da solo che non in compagnia di questi grandi vecchi, da Bach in giù.

E questo mi porta inevitabilmente e immediatamente alla seconda domanda. Forse preso da un eccesso di zelo politicamente corretto, ho omesso la considerazione originale della nostra simpatica signora, che aveva domandato, concedendosi per un attimo la calata capitolina “cosa ci fa lei qui, un ragazzo in mezzo a tutti ‘sti vecchi?”. Già, come mai “tutti sti vecchi” vanno a sentire i concerti, e i giovani si contano sulla punta delle dita? Biglietti troppo costosi, verrebbe da dire così, su due piedi. Eppure gli ingressi in discoteca, per fare un qualsiasi esempio, sono tutt’altro che economici, non di rado più costosi di un biglietto alla balconata della Sala Santa Cecilia.

Perché la musica non è impegnata, non serve? Già ci stiamo avvicinando al nocciolo del problema. Con il passare del tempo, con la politicizzazione di qualsiasi aspetto della nostra vita privata tipico del novecento, si è iniziato a pretendere dalla musica di fare qualcosa che non le competeva. Comunicare un messaggio che non fosse strettamente musicale. Portare questo o quel vessillo, o, in tempi più recenti, promuovere un’ideale politico, la giustizia, l’uguaglianza, o quale che sia l’ultima moda di turno. I giovani, i miei coetanei, o almeno quelli che hanno la pazienza di dedicarsi alla cosiddetta musica colta, sono troppo spesso intrappolati in questo modo di ragionare, costretti più o meno consapevolmente nelle filosofie francofortesi di Adorno e dei suoi sodali, e chiedono alla musica classica un’utilità sociale, una precisa collocazione nel mondo, una celebrazione politica che semplicemente non le compete, funzione da cui si era affrancata da quando, al termine del periodo barocco, il musicista cessò di essere un cortigiano. Oppure un continuo rinnovarsi che si risolve in esercizio fine a se stesso, vuota ricerca di soluzioni inconcludenti che da Schönberg, Berg, Ives in poi tormentano l’animo di chi si confronta con il pentagramma.

Ma a ben vedere lo spunto per la risposta definitiva lo offre la terza ed ultima domanda, molto velata per la verità, della signora. Sono competente io? Forse si, più probabilmente no, verosimilmente lo diventerò approfondendo i miei studi. Ma altrove, nel pubblico, nell’ascoltatore medio, esiste, oltre all’indispensabile inclinazione personale, la competenza per apprezzare una sonata di Beethoven, una Ouverture di Wagner, un concerto di Haydn? Chi sia passato sotto le forche caudine delle ore di musica della stragrande maggioranza delle scuole medie italiane, con la didattica del flauto e poco più, difficilmente può dare una risposta positiva. Persino Ennio Morricone, che di responsi positivi di pubblico ne ha avuti eccome (andando avanti nella conversazione, la signora mi ha confessato il suo grande amore per il maestro romano), è recentemente sbottato e ha tuonato contro l’educazione musicale italiana.

” Servirebbero dieci anni per cambiare le cose, basandosi su due aspetti fondamentali: nuovo programma e nuovi insegnanti preparati, attraverso corsi di formazione, a svolgere quel programma […] bisognerebbe dare a tutte le scuole un impianto per ascoltare la musica e un corredo di una trentina di incisioni discografiche importanti, da fare ascoltare agli studenti come esempio degli argomenti teorici” 

Senza soffermarsi troppo sul merito delle proposte del premio Oscar, si può facilmente condividere la sua insofferenza. Insofferenza per una assenza di una cultura della musica che relega necessariamente questo genere di creazioni all’angolo, nel dimenticatoio. Certo, si può benissimo affermare che con internet e la musica digitale la musica classica si sia diffusa, e che mai come ora il suo pubblico sia vasto e variegato. Ma a questa diffusione quantitativa, a questo trionfo del mercato, non è seguito un miglioramento della competenza e della consapevolezza degli ascoltatori. Di chi sia la colpa, ammesso che esista un colpevole, non è facile a dirsi.

Rimboccarsi le maniche per diffondere questa cultura è un dovere per chi può e vuole contribuire alla salvezza e alla sopravvivenza di questo patrimonio, e alla conservazione del suo intrinseco messaggio. Con questo spirito e queste intenzioni nasce questo blog, un tentativo di sfruttare le potenzialità che la tecnologia digitale mette e a disposizione per completare l’opera, e salvare la musica “classica”.

E magari, perchè no, anche per rispondere alla nostra simpatica signora.

Filippo Simonelli

 

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Filippo Simonelli

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Chitarrista di formazione. Devoto a Johannes Brahms, ho sviluppato col tempo una passione per la musica britannica e per Aaron Copland. Mentre ero alle prese con una laurea in Relazioni Internazionali ho deciso di fondare Quinte Parallele.