luca francesconi

Testimoni del presente: dialogo con Luca Francesconi

In Compositori, Interviste by Valerio Sebastiani0 Comments

Le voci dei compositori dentro e oltre la pandemia

Una rubrica di interviste e colloqui con i compositori europei, per indagare le caratteristiche, le contraddizioni e le peculiarità del fare musica in un momento di così radicale cambiamento globale. Dei dialoghi riguardanti un presente profondamente segnato dagli effetti della pandemia e i possibili (e necessari) sviluppi dell’arte musicale in un panorama futuro. 
Abbiamo raccolto fino ad ora testimonianze molto ricche ed eterogenee (le conversazioni con Giorgio Battistelli, Luca Lombardi, Giorgio Colombo Taccani, Vittorio Montalti, Francesco Filidei, Fabio Massimo Capogrosso, Fabio Vacchi, Lucia Ronchetti, Marco Tutino, sono consultabili ai link qui riportati).
Oggi vi proponiamo una conversazione con il milanese Luca Francesconi. Le sue considerazioni – mordaci, attuali e vivide – affrontano le difficoltà per un compositore oggi di trovare una propria voce individuale, attraverso un tragicomico affresco del contesto socio-politico italiano. Il suo imperativo morale? Trovare la connessione definitiva tra il cuore e il pensiero.

L’intimo rapporto con se stessi: il compositore vive, per la natura stessa del proprio mestiere, una condizione di solitudine; tuttavia, a fronte della forzata reclusione, come cambia la percezione di questa solitudine, se cambia, e quali sono le riflessioni che emergono?

Come giustamente fate notare il compositore è abituato alla solitudine, al punto che personalmente nei primi tempi della quarantena pensavo “Ah che bello! Così non ho proprio nessuno che mi può distrarre dal lavoro!”. Dopo un po’ di tempo però ho cominciato a trarre spunto dalla situazione per un’analisi socio-antropologica di quello che mi stava intorno. Poi, nelle ultime settimane, ho cominciato a sentirne il peso, e non certo perché ho lavorato intensamente, come del resto devo fare sempre (mi sono addirittura avvantaggiato dicendo a me stesso: “non hai scuse, non puoi neanche uscire”). Sappiamo tutti cosa abbiamo passato. 

Ora tutto è affidato ai mezzi multimediali, il che mi provoca un grave sconforto soprattutto in questa situazione di clausura. Poco tempo fa guardavo un film sul Che, girato da Steven Soderbergh, pieno di abbracci, vicinanze, strette di mano e mi è venuta una un’emozione, una voglia di contatto che adesso mi manca terribilmente. Le macchine non sostituiranno mai l’uomo, del resto la più grande macchina multimediale è già il teatro d’opera. Non capiamo nemmeno la realtà reale, figurati quella virtuale. Non si creda che fuori dall’Italia il rapporto con la multimedialità sia migliore: hanno solo molte più possibilità di sperimentare. In Italia siamo stati inibiti nelle nostre capacità creative. I nostri governanti invece di sfruttare il nostro petrolio culturale l’hanno mortificato. Quando uno ha delle materie prime in genere dovrebbe cercare di promuoverle, di potenziarle. La nostra materia prima è il talento, la capacità di connessione delle cose e l’estro. Qualità puntualmente umiliate, piuttosto che spronate e valorizzate. 

Tornando alla reclusione: ho avuto modo di capire alcune cose sulle quali riflettevo da molto tempo. Questa situazione infatti, per noi comuni mortali, è emblematica di un affresco storico-politico agghiacciante, che è andato sempre più deteriorandosi e che ora emerge in tutta la sua evidenza. Un’epifania con risvolti veramente surreali, direi drammatici, che costituisce l’ennesimo spunto di riflessione su un argomento che mi sta a cuore. 

Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, con alcuni snodi particolari come il ‘68, poi l’esplosione del Neoliberismo e la manipolazione radiotelevisiva telematica, ci sono state fasi di bombardamenti contro l’unità dell’essere umano come individuo, contro, se vogliamo, quella connessione tra mente e corpo che, per assurdo, il cosiddetto capitalismo sociale aveva salvaguardato. Intendo ciò che emerso dalla seconda guerra mondiale, in cui se non altro, seppur sempre con poverissimi e ricchissimi, c’erano dei corpi sociali bene individuabili, c’erano i padroni, c’erano gli operai, c’erano gli scarti, c’erano i sindacati… Questo comportava dare un’identità a tutti: avevi il tuo ruolo, la tua figura sociale anche in periodo di grande crisi provocata dalla ricostruzione; comunque dei punti di riferimento ce li avevi. Al di là delle lotte operaie, delle ribellioni contro i padroni, altri punti ancora avevano un minimo di presa, come la Chiesa Cattolica… Ahimè, bisogna dirlo, con l’avvento del Sessantotto e con lo sfruttamento ideologico che poi ne è stato fatto, con questa presunta liberazione si è sostanzialmente provocata la distruzione di un senso di appartenenza a un gruppo sociale e a un insieme di valori. Poi, però, ci siamo ripresi una certa coscienza di classe che subito è stata indirizzata verso la violenza, che è stata gestita non soltanto dalla follia utopistica di pochissime persone (e ancora bisognerebbe dire fino a che punto in buona fede). Dopodiché su questa depressione delle coscienze, degli animi, questa tristezza che ha invaso tutti, chi arriva? L’edonismo reaganiano, la deregulation basata su questi principi: non ci sono regole, perché il mercato regola tutto; “ognun per sé, il Mercato per tutti”;  l’uso all’americana sempre più capillare della manipolazione televisiva. Da lì lo sdoganamento berlusconiano delle televisioni, che ha dato il colpo mortale – uno dei capitoli fondamentali della devastazione culturale di questo Paese: sdoganamento dello “scemenziario”, della goliardia, di seni e glutei, della presentatrice vestita come modella sadomaso, che oggi sono diventati all’ordine del giorno. Tutto questo ha generato una massa di solitudini, piuttosto che dei corpi sociali: ha distrutto, fatto strame, lacerato qualsiasi tipo di tessuto connettivo fra le persone, che non fosse quello avariato della televisione. 

Questi sono dati analitici secondo me assolutamente fondamentali per comprendere cosa stia succedendo adesso. Certo c’è una crisi di un’alternativa di pensiero a questo capitalismo finanziario direi monoteistico, anzi, ingoia tutte le possibili coniugazioni della diversità. 

Se volete il problema principale nella storia dell’umanità è sempre stato uno solo: che il 5% della popolazione possedeva il 99% della ricchezza e la loro massima preoccupazione era di non farlo sapere a tutti gli altri. In epoche diverse hanno trovato sistemi diversi. Con lo sviluppo del mercato, dell’industria e del commercio si è escogitato una trovata geniale: produrre soddisfacendo ogni bisogno primario delle persone e, affinché comprassero ancora, creare bisogni fittizi, illusori, e così si è messa in moto la macchina della propaganda. Trasformare gli schiavi in clienti, ecco la mossa, davvero riuscita, purtroppo: gli stessi che producevano certi beni ma che erano al contempo sfruttati, erano costretti a comprarseli. 

Sembra essere evidente quanto le sue riflessioni siano intrise delle problematiche più pungenti riguardanti la contemporaneità. A cosa ascrivebbe tali problemi, quasi decennali, e come si pone lei in quanto compositore? 

Ho sempre cercato di pensare individualmente, di sviluppare un pensiero autonomo. La grande fatica, il grande sforzo di pensare, anche musicalmente, sta nel tirarsi fuori, stare alla larga da ogni ambiente ristretto, o ancor peggio quei circoli che pretendono di imporre un certo stile, un certo linguaggio. Ho sempre fatto la pecora nera (ride), nel posto sbagliato al momento sbagliato! 

In questa fase di crisi pandemica, abbiamo iniziato ad avvertire un feroce affastellamento di informazioni, il quale, secondo me, è un effetto collaterale del sistema in cui viviamo; un effetto perverso di ipertrofia di segnali, già preparato da decenni, con l’avvento della televisione. Per cui oggi, questa situazione di solitudine e di disinformazione (che produce un senso di totale alienazione e spaesamento di fronte a eventi terribili come questa pandemia) è esplosa in maniera così visibile ed eclatante. Il motivo? E’ da tantissimo tempo che viviamo in una situazione virtuale di pace, di acquiescenza, di falso benessere fisico e mentale, con la sensazione quasi di aver raggiunto l’immortalità, di essere immuni dalla sofferenza. La cosa interessante è notare come tutto ciò sia emerso in un periodo in cui è diventato ancora più urgente, e quindi pregno di più motivazioni, il dover immaginare, per quanto sia difficile, una soluzione politica. Penso sia evidente che in questo momento vige un sistema monocratico, basato esclusivamente sul profitto e che produce un totale individualismo, nessun rispetto per l’essere umano nei suoi diritti basilari e il desiderio di dominare sull’altro. In tutto ciò l’unico elemento sacralizzato è il soldo, in un contesto in cui la capacità di immaginare qualcosa che non sia puramente spendibile in termini commerciali è completamente annichilita. A fronte di questa totale assenza di spiritualità, di anima, di cuore, la prima cosa da fare è cercare una strada di emancipazione. Non so se questo sia possibile a livello collettivo, ma a livello individuale è ormai cruciale. L’aspetto drammatico è che gli uomini sono arrivati alla disconnessione fra testa e corpo: la testa se ne va per zone virtuali, astratte, non verificabili, inutili; si perde nel web, perde tempo, perde se stessa (ogni volta che fate una ricerca seria, anche se non lo volete, va a finire che vi distraete e invece di starci cinque minuti, state un’ora e mezza); dall’altra parte ci sono i corpi che sono staccati dalla testa e sono ridotti a dei pezzi di materia senz’anima, da perfezionare in maniera ossessiva in quei musei chiamate palestre. Dunque il corpo diventa materia svilita, la testa aria; quindi l’atto veramente rivoluzionario da compiere sarebbe in definitiva una connessione fra corpo e mente. 

Sicuramente la quantità di informazioni a cui siamo esposti quotidianamente, a volte può confondere e creare un senso di incapacità interpretativa. Ma questo è vero, probabilmente, anche per quanto riguarda la fruizione della musica. Online è presente uno “storage” abnorme di documenti sonori, dove è praticamente impossibile discernere e fare delle valutazioni oggettive. Questo affastellamento di informazioni di cui lei parla, interviene in qualche modo nell’attività compositiva?

Sicuramente interviene nell’ascolto e nella ricezione della musica, provocando un’iper-saturazione di informazioni che rende la luce completamente bigia, dove tutto è uguale a tutto. Il meccanismo è quasi psicotico: sono libero perché sull’iPhone ho una playlist con Madonna, Justin Bieber, Monteverdi, la Nona di Beethoven e quindi credo di poter scegliere; ma, in sostanza, nella nebbia assoluta, densissima, di questa over information tutto è uguale a tutto, non si distingue più niente. Il concetto stesso di qualità rischia di non esistere più. Quali sono i criteri per stabilire cosa abbia valore o sostanza?  

La cosa che mi fa molto male è vedere, anche alcuni compositori, anche giovanissimi, crogiolarsi in uno sbrodolamento di narcisismo svenevole post-decostruzionista, nichilista, “concettualneoromantico”, narcisista, molto, molto self indulgent: IO, IO, IO, Io soffro, io non sono ascoltato, io qua…io là. E sostanzialmente si arrendono. L’artista che si suicida in questo modo, non può che far piacere al sistema: non ha neanche bisogno di sparargli addosso. E’ fondamentale resistere. E resistere secondo me vuol dire semplicemente rifiutare l’idea che si sia diventati tutti impotenti e che non sia possibile “significare”. Anche, soprattutto, in una situazione di grave crisi, dovremmo essere ancor più coraggiosi e cercare di dire una parola o due parole…ma che siano concrete. Contro quello che diceva Adorno “dopo Auschwitz non si può fare più poesia” direi piuttosto: dopo Auschwitz, mille altre poesie! Lì sta il coraggio, invece che chiudersi in una specie di intimismo autoindulgente, con i soldi del ministero della cultura, con i soldi degli stessi che ci impongono questo sistema basato sul profitto. Guardandosi attorno poi si vedono anche tutta una serie di cattivi maestri che hanno propugnato per anni e anni l’impossibilità di significare, di scrivere e di comunicare, nel senso di condividere del termine, ma anche di produrre. L’unica cosa rivoluzionaria che si può dire ora è: BASTA NEO-AVANGUARDISMI. A Darmstadt avevano tutte le ragioni storiche per esserci e fare quello che facevano; per anni si è cercato di proseguire senza rendersi conto che è un vicolo cieco, oppure, per contrappeso, c’è chi si è dato alle filastrocche tonali ripetitive o roba simile.

Maestro Francesconi, come ha influito questo clima da Lei riscontrato nel suo percorso, e come ci si rapporta tutt’ora? 

La cosa più tremenda dopo Darmstadt, per intenderci, è stato il progressivo proliferare di manierismo e di accademismo, il che ha creato un problema gigantesco da cinquant’anni a questa parte. Fino ad oggi infatti, sono state costruite una quantità di posture manieristiche infinite, per cui basta scegliere quelle più in voga in un determinato periodo e scrivere pezzi con la fotocopiatrice (ci sono addirittura dei programmi di IRCAM attraverso cui è possibile comporre pezzi lunghi una settimana, o un mese  “à la Boulez”!). 

In tanti hanno approfittato del decostruzionismo, creando una vera e propria landa mortifera in cui la parola d’ordine era “il linguaggio è morto”. La crisi di Donatoni, il mutismo di Evangelisti, la fuga dalla società di Dieter Schnebel avevano una loro profonda ragione d’essere. Purtroppo però, dopo di loro, è venuto determinandosi un nichilismo imperante, che portato ha ideologizzare l’assenza di senso di opera. Sulla scia di questa deriva nichilistica, totalmente concettuale, sono derivati quegli atteggiamenti snob, autoreferenziali che hanno distrutto quel poco che era rimasto. 

L’unica cosa che posso dire in questo momento, come ho sempre fatto è “non ti far confondere” (un detto toscano!). C’è chi ha costruito la carriera sul nulla, su pochi suoni soffiati, che però ci inseguono da ogni dove da almeno cinquant’anni, e che hanno costituito un vastissimo, quasi totalizzante, manierismo sostituendo ogni sforzo di riflessione sul linguaggio. E’ facilissimo copiare semplici figure oleografiche sotto il nome di tecnica alla moda. Questo vuoto di riflessione ha messo drammaticamente a repentaglio il pensiero musicale di quasi tre generazioni. Ma allora che senso ha oggi il rapporto con la storia e con l’esperienza passata?

Maestro Francesconi, alla luce delle difficoltà che chi scrive musica oggi deve affrontare, come può riuscire un compositore a farsi strada?

Per rispondere a questa domanda dovremmo chiuderci almeno due giorni a parlare. Sono questioni davvero complesse per quali non ho formule o ricette; posso solo basarmi sulla mia esperienza personale, peraltro piuttosto travagliata. D’altra parte sono riuscito, senza appoggi ma solo con la mia musica, a costruirmi una professione, arrivando a coprire per mia fortuna diverse aree geografiche. Cosa vuol dire questo? Che se un giovane compositore ha una sua energia, che è anche onestà intellettuale, che è anche forza interiore, allora può arrivare. E riesce ad arrivare nonostante il linguaggio. Se questa energia c’è all’origine, arriva anche allo spettatore che non conosce nulla di musica, cosa che  ho potuto sperimentare moltissime volte. Allora è possibile avvicinare un pubblico più largo a tale monolite che è la “musica contemporanea”! Allora scopriamo che non è un semplice problema di programmazione, ma soprattutto di produzione. Imitare linguaggi e gestualità alla moda non porta assolutamente a nulla. 
In questo senso, vale la pena raccontare un episodio incredibile avvenuto durante un mio corso: c’era un periodo in cui in ogni pezzo che veniva portato dagli allievi alle masterclass, si apriva con il soffio di uno strumento a fiato. Un giorno (non ne potevo più) mi sono impuntato: “adesso non esce nessuno dalla classe finché non mi dite perché tutti i pezzi iniziano con il corno che soffia”. Ovviamente non vedevo alcuna ragione precisa per farlo. Alla fine, uno studente confessa: “perché altrimenti non ci eseguono…”. Oh! Finalmente ci siamo arrivati! La questione per loro era impiegare clichés o gestualità preconfezionate perché ciò garantisce l’esecuzione. Magari è così, magari ne sono soltanto scioccamente convinti, ma a parer mio per essere eseguiti è necessario assecondare una propria, profonda motivazione: alla base ci deve essere un forte pensiero musicale. 

E questo vuol dire fare i conti sia con la musica del passato, come con Helmut Lachenmann; ma anche con tante altre cose: la poliritmia africana, Berio, Stravinskij… modelli che una volta assorbiti, bisogna lasciar andare. 
Quello che non vedo in alcuni giovani compositori di oggi, è un pensiero musicale profondamente motivato che può recuperare una dimensione politica di condivisione e di fiducia nella significazione. Questo implica tagliare il nodo gordiano con tutto quello che riguarda qualunque snobismo concettuale da salotto, recidere un legame esiziale, velenoso di una pratica onanistica permessa soltanto nei circoli di avanguardia autoreferenziali e ben finanziati.

Ciò non significa tornare a scrivere in Do maggiore. La grande sfida è non un sussiegoso diniego, bensì prendersi il rischio del senso. E’ molto più facile rifiutarlo e basta. 
Perché se si passa vent’anni a cercare di imitare le varie mode poi si finisce per bruciare il periodo più fertile…e quando dopo ti chiedono un pezzo non sai più che fare: tiri fuori i vari fischietti, giocattolini e all’improvviso viene fuori, più o meno sporco, l’accordo di Mi maggiore…

Maestro Francesconi, ha fatto riferimento al suo imporsi con il solo appoggio di se stesso, solo con la forza della sua musica; come è riuscito a costruirsi uno spazio nel panorama musicale attuale?

A suo tempo, sono semplicemente emigrato da Milano. Mi sono sempre rifiutato di sottopormi a qualunque ricatto delle scuole che c’erano in questa città – forse l’unico vero centro musicale italiano all’epoca dei miei studi. Mi sono rifiutato di seguire linguaggi preconfezionati, e ho cominciato a far concorsi: avevo talmente tanta voglia di scrivere che mi davo delle scadenze al limite della follia, ovviamente senza alcuna garanzia, o speranza, di essere eseguito. Poi ho cominciato a vincerne qualcuno, e di conseguenza ho potuto sentire la mia musica suonata. Sono andato in crisi totale. Il Conservatorio in questo, oltretutto, non mi ha aiutato: mi avessero mai eseguito una nota! 
Basti pensare che a ventun’anni composi un Quartetto per archi che è rimasto nel cassetto, ineseguito per molto tempo, finché, dopo trentacinque anni, misteriosamente un quartetto americano ne venne a conoscenza e mi propose di suonarlo. Se lo avessi sentito allora… quanta sofferenza mi sarei risparmiato, perché era un pezzo ben fatto, di una certa sostanza.

Dopo Milano, ho cercato di andare in posti dove mi ascoltavano per quello che facevo e non per una tessera politica o per il clan di appartenenza; da cosa poi nasce cosa. Però i rifiuti e le difficoltà hanno contribuito a forgiare una certa tenuta psichica che mi ha permesso di andare avanti. Ci tengo a sottolineare una cosa: non si può di fatto negare che esista nel corso del Novecento, un’esplicita tendenza al disfacimento del senso, il che vale per ogni parabola discendente di una grande cultura. 

L’artista dovrebbe rendersi conto che tutta una serie di valori sui quali noi pensavamo fosse fondata anche la cultura occidentale (o addirittura la cultura dell’uomo), sono stati messi in discussione soprattutto dal profitto, dalla commercializzazione di ogni aspetto dell’emozione artistica.

Questo è un furto disumano a danno di tutti noi. Bisogna essere molto preparati, molto aperti per riuscire a recuperare una dimensione espressiva nella musica. Dal mio punto di vista trovo aberrante regalare la terra incognita delle mie emozioni a San Remo: non sono disponibile a questo scambio. Anche perché, come ho già detto, per me il valore di una qualsiasi cosa è imprescindibile dalla connessione fra testa e cuore. 
Dobbiamo filtrare, vedere cosa è rimasto delle grandi tradizioni e che cosa si può utilizzare: una grande prova di  onestà intellettuale.

Sogno di fondare una nuova Bauhaus a Milano e lì accogliere e raccogliere giovani compositori.

Intervista a cura di Michele Sarti e Valerio Sebastiani

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Valerio Sebastiani

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Classe 1992. Laureato in Musicologia con una tesi sulla ricezione della musica di Gustav Mahler nei compositori del primo e secondo Novecento. I suoi ambiti di ricerca sono: la musica tardo-romantica, le avanguardie storiche e le musiche tardo-novecentesche; i rapporti tra musica e poesia; storia delle mentalità in relazione alla musica. Ama Pier Paolo Pasolini e Alexander Scriabin, Claude Debussy e Luciano Berio, Rosa Luxemburg e Bertolt Brecht, Arvo Pärt e Lenin, Gustav Mahler e Wu Ming, Philip Roth e Vittorio Sereni, Lars von Trier e Michel Foucault, gli infiniti silenzi e la musica elettronica, la profondissima quiete e Igor Stravinsky, Woody Allen e il tiramisù, Theodor Adorno e Louis C.K.