Cultura

I mestieri della cultura, oltre il “divertimento”

In Prima Pagina by Filippo Simonelli0 Comments

Durante la Conferenza stampa del 13 maggio, in cui è stato annunciato il contenuto dell’ultimo decreto con cui il governo ha scelto di organizzare i propri sforzi per il paese, il Premier Conte ha parlato per la prima volta espressamente anche ai lavoratori dello spettacolo. Il breve passaggio della diretta, per quanto un passo in avanti non indifferente rispetto al silenzio pressoché totale da parte dell’inquilino di Palazzo Chigi negli ultimi mesi, ha destato un certo scontento tra gli operatori del settore: Conte infatti si è rivolto al “Settore Cultura” parlando agli artisti che tanto ci fanno divertire e appassionare (La conferenza è visibile nella sua interezza qui: il passaggio a cui facciamo riferimento si trova al minuto 13:05). Ora, lungi dal voler fare un attacco ad hominem al Presidente del Consiglio per una dichiarazione improvvida: ma quello che in un passato neppure troppo remoto si è definito l’avvocato del popolo italiano ha portato nelle sue parole quella che verosimilmente è la percezione nel senso comune della professione culturale in generale e musicale nello specifico. Non che divertire o appassionare siano due cose sbagliate o negative in sé, anzi, ma occorrerebbe qualche sforzo in più anche solo per comprendere la natura di questi mestieri, senza dubbio. Ma andiamo per gradi.

Di cosa parliamo quando parliamo di cultura?

Innanzitutto dobbiamo renderci conto che, lavorativamente parlando, non esiste nulla che possa essere assimilato alla “Cultura”; si parla di filiera culturale talvolta o di beni-attività culturali, ma anche qui la definizione finisce per essere costantemente fuori fuoco. Con questi termini, al contrario, siamo abituati a fregiarci noi che facciamo – o riteniamo di fare – mestieri alti e di concetto, culturali per l’appunto; al tempo stesso però viene liquidato anche, in maniera un po’ sbrigativa, ogni tipo di professionalità intellettuale senza tenere conto delle differenze che ogni mestiere ha. L’unica costante è che spesso si ritiene che facendo lavori a contatto con l’arte, la cultura, la bellezza, tutti termini vergognosamente inflazionati, anche quando vengono eretti a mo’ di vessillo di autoconsolazione da parte di chi lavora, si possa sottostare a condizioni lavorative un po’ diverse. Un po’ di nero qui, qualche strizzatina d’occhio e pacche sulla spalla, pagamenti in visibilità e così via, sono cose che ci siamo sentiti dire quasi tutti. Non che queste siano caratteristiche precipue del solo settore culturale, ma in questo assumono comunque carattere endemico. Sembra esserne consapevole anche il Governo, che infatti nel cosiddetto Decreto Rilancio ha inserito la possibilità per i lavoratori dello spettacolo di accedere ai famigerati bonus con soli 7 giorni di contributi, ovvero di lavoro regolarmente pagato. Il Mibact ha poi aggiunto anche una nota in cui specifica gli interventi per il suo settore di competenza, sintetizzati qui.

La cultura è un lavoro, anzi tanti lavori

Bisogna poi tenere conto di un altro dato di fatto, conseguenza diretta di quanto detto sopra. La cultura è un insieme di professioni molto dissimili l’una dall’altra: è chiaro che due attori che interpretano uno un ruolo comico e l’altro drammatico svolgono un lavoro diversissimo pur essendo – di fatto – la stessa cosa: l’uno diverte, l’altro fa appassionare, per rimanere alle parole del Presidente del Consiglio. Ma questo potrebbe essere considerato un esempio specioso e persino un po’ fuori luogo. Ma se questo discorso lo estendiamo a tutta la cultura in senso lato emergono professioni che sono agli antipodi: un curatore museale non svolgerà mai la stessa professione di un tecnico del suono, un pianista non sarà mai un pittore e così via. In una produzione operistica convivono professionalità che vanno dalla sartoria alla regia, dagli architetti che devono progettare le sceneggiature agli artisti che le devono riempire. Siamo sicuri che siano tutti uguali, tutti riconducibili sotto l’unico indistinto appellativo di settore cultura?

Artisti e Artigiani a tempo pieno

C’è poi un ulteriore fattore da tenere in considerazione nell’affrontare, sia a livello puramente concettuale che poi legislativo, il lavoro nel mondo della cultura. Un fattore che però accomuna gran parte del versante artigianale della cultura: l’artista, l’attore, il cantante e il musicista sono dei professionisti veri e propri, magari non tanto liberi, ma che a differenza di tanti loro omologhi in altre categorie vivono in un processo di formazione permanente, di revisione e correzione dei propri errori da cui poi il prodotto di ciascun artigianato esce continuamente migliorato. È un processo che inizia spesso fin dalla più tenera infanzia e dura il più delle volte per tutta la vita, laddove quella artistica si sovrappone a quella anagrafica riempendo poi quest’ultima di un valore aggiunto: eppure questi discorsi spesso non vengono proprio presi in considerazione quando si va ad impiegare un professionista della cultura di qualsiasi sorta, andando a mortificare spesso le aspirazioni e il lavoro di una vita.

Spunti per il dopo

Il riconoscimento di questa professionalità però deve passare da una presa di coscienza dell’importanza del proprio mestiere, prima ancora che tramite un qualsivoglia provvedimento legislativo. Ed è una scelta individuale del singolo musicista (o artista o operatore culturale, visto che questo discorso è valido più o meno per tutti) prima ancora che per una indistinta collettività che raccolga un insieme di esperienze di natura disparata. Attendere dalla politica una soluzione dei nostri problemi difficilmente ci aiuterà, portando al contrario una crescente frustrazione per l’inattività o la scarsa considerazione di cui si gode all’interno dei centri decisionali, soprattutto se raffrontata alle azioni che sono state prese all’estero da istituzioni pubbliche o da iniziative private di mutua assistenza. È chiaro che ogni Stato fa storia a sé e che soprattutto in un’ottica emergenziale come quella in cui opera il governo la priorità è stata data a settori quantitativamente più “pesanti” per l’economia italiana; e c’è da aggiungere anche che forse non è neppure così opportuno offendersi se qualcuno ci trova divertenti o emozionanti, visto che sono due componenti piuttosto fondamentali della vita di ciascuno di noi. Basterebbe ricordarsi che queste sono parti integranti di uno, anzi di tanti lavori e che come tali avrebbero diritto più a certezze e risposte sul futuro del proprio mestiere che non di mancette o bonus.

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Filippo Simonelli

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Studente di composizione al Conservatorio Santa Cecilia di Roma, chitarrista di formazione. Laureato in Relazioni Internazionali, direttore di Quinte Parallele.