Le letture del mese di Quinte Parallele

In Recensioni by Artin Bassiri Tabrizi0 Comments

La saggistica di ambito musicale è sempre stato un settore sofferente in Italia, sebbene non sia facile capirne il motivo. Perciò, non è semplice sollecitare una discussione attorno a tematiche musicali se l’editoria non fa circolare saggi interessanti, e viceversa. Un piccolo tentativo comincia da qui. Per queste ragioni, ci piacerebbe consigliare tre saggi che possano ravvivare, anche se solo parzialmente, un terreno arido.  


Il primo di questi saggi è Il suono come arma, di Juliette Volcler (2012), tradotto in italiano per DeriveApprodi. Il testo si rivela davvero ricco di spunti interessanti per ogni tipo di lettore; non solo vi è una prima (breve) parte analitica e compiutamente descrittiva in tema di acustica musicale, ma, queste nozioni forse per qualcuno basilari, sono arricchite da elementi che corroborano una tesi di fondo: l’impatto devastante che possa avere il suono sul piano psicologico di uno o più individui. Molte delle pagine sono dedicate proprio a vicende che costituiscono in qualche modo una storia “in filigrana” rispetto a quella ufficiale, ovvero il tentativo di costruire armi in grado di privare una persona dell’uso dei sensi, financo alterarne le capacità e la personalità. Certamente, leggere proprio in questi giorni le cifre spese dai governi per una forsennata ricerca verso lo sviluppo di tecniche di tortura sempre più “avanzate” è sconcertante. Tra queste pagine vi si trova una catalogazione di strumenti che mirano a raggiungere la “deprivazione sensoriale” dell’altro. Si pensi, ad esempio, alla sezione della Repubblica federale tedesca che, durante dal 1970, aveva cominciato a sperimentare su volontari – e poi sui prigionieri – la cosiddetta “notte acustica”, una deprivazione sonora totale che porta il soggetto ad avere allucinazioni, panico, problemi cognitivi. Il Novecento è ricco di tentativi di sviluppare armi soniche “non letali”, tentativi falliti quasi totalmente in quanto ogni tipo di tecnica sonora fortemente invasiva risulta incapacitante e dannosa. Emerge, da queste prospettive, il tentativo di trasformare lo spazio sonoro – che è sempre stato, per Volcler, uno spazio condiviso e collettivo – in qualcosa di individuale e separato.


Il LRAD (Long Range Acoustic Device), un’arma sonica dal raggio di azione di 500 metri.

Il secondo saggio che suggeriamo alla lettura è Debussy e il mistero di Vladimir Jankélévitch. Jankélévitch riesce sempre a combinare una scrittura dallo stile poetico ad analisi approfondite e interdisciplinari. La musica di Debussy ci presenta e ci trasporta in molteplici universi, senza tuttavia privilegiarne uno in particolare. Debussy vede « il mistero ambientale in cui sono immerse le cose ». Se l’uomo è circondato da simboli, Debussy è interessato a quelli concernenti la sfera naturale. Egli non si culla, come scrive Jankélévitch, « ad ascoltare il proprio cuore, come Gustav Mahler, ma lo scricchiolio dei rami. »

 L’elemento naturale è, per Debussy, qualcosa di eternamente statico e di inconsolabile. Egli sembra meravigliarsi di fronte al fenomeno stesso della vita; in un momento storico in cui non sembra esserci più tempo per fermarsi a contemplare un riflesso nell’acqua, delle foglie morte o dei passi sulla neve, Debussy riesce a intrappolare, nelle sue composizioni, un tempo infinito. Si tratta quindi di un’operazione rivoluzionaria : Debussy guarda alle cose come vi guarderebbe un uomo se non fosse obnubiliato dall’abitudine. Egli non cerca, negli oggetti naturali, un pretesto per cifrare la sua soggettività. Al contrario, se qualcuno parla di una visione «inespressiva» del reale, è proprio perché Debussy vuole abbandonare ogni tipo di wagnerismo e raggiungere un gesto musicale depurato di ogni ridondanza espressiva.

Il discorso si sposta spesso tra Debussy e Ravel, o tra Debussy e Fauré, per far scontrare e incontrare le tematiche, per far emergere chiaramente le differenze. Debussy si rivela, agli occhi di Jankélévitch, una sorta di fenomenologo della stagnanza, ma anche uno stregone, che riesce a trasformare il movimento in quiete e viceversa. Cio che è in gioco nella musica di Debussy “è il mutamento dell’intera visione della realtà. Questa è ora vista, innanzi tutto, come un movimento di forme che accadono senza il supporto di una ‘sostanza’ presupposta, senza cioè trovare una spiegazione in una causa fondante, precedente o sottostante. Le aggregazioni avvengono dunque per leggi interne – non più universali –, che di volta in volta sono suscitate e risolte sur place.”


Il terzo saggio che vorremmo consigliare è fuori catalogo e rintracciabile solo in qualche biblioteca (ma potreste sempre contattare l’autore per domandare una copia digitale): Musica e natura. Filosofie del suono 1790-1930 di Riccardo Martinelli. Il compito che si prefigge l’autore è quello di esplorare l’interferenza tra due mondi: quello della fisica acustica e quello dell’opera d’arte musicale. Il punto di partenza è la Critica del Giudizio kantiana. Martinelli mostra innanzitutto come sia un pregiudizio pensare che Kant non si sia mai interessato pienamente alla questione della musica. Kant si pone al contrario il problema del valore estetico del suono (e del colore): in quale tipologia di giudizio estetico (empirico o puro) ricade il bello musicale? Il problema è che il suono non è totalmente scevro da componenti empiriche, giacché esso è soprattutto il risultato di una vibrazione. L’antinomia che pone il suono – poiché non si riesce a decidere a favore o contro la tesi empirista – fa sì che Kant bandisca la musica dall’universo delle arti, ed essa venga infine definita come un “bel giuoco di sensazioni uditive”. L’estetica musicale di Kant è la presa d’atto dell’imperfezione della musica a causa del predominio dell’elemento sensibile in essa.  A partire dalla disamina kantiana, sorgerà quella che noi chiamiamo l’estetica musicale; il libro di Martinelli si rivela una miniera soprattutto poiché la maggior parte dei testi che sono presi in analisi non sono disponibili in italiano (Herder e Stumpf su tutti). Si tratta di riportare alla luce, anche in questo caso, delle linee di pensiero che sono in parte seppellite in una più nota storia dell’estetica. Queste linee nascono proprio dall’insufficienza della soluzione kantiana; si pensi ad Herder, che manifesta l’esigenza della fondazione di una vera e propria “pragmatica dell’arte tonale”. Nel Kalligone, Herder tenta si superare la terza Critica kantiana: il punto di partenza di Herder è proprio l’analisi dei presupposti fisici della musica, che sono in grado di presentare l’interno delle cose.                      
Uno degli autori più sorprendenti di cui tratta il saggio è Ernst Chladni, un fisico tedesco che si è interessato alla possibilità di una rappresentazione visiva dei suoni. Egli, seguendo l’esempio di Georg Lichtenberg, comincio a sollecitare con un archetto da violino delle placche cosparse di polvere, creando delle “immagini sonore”.

Successivamente, Chladni inaugurerà nel 1802 lo studio dell’acustica, pubblicando il primo manuale espressamente dedicato specificatamente a questa disciplina.

Nelle pagine di Martinelli si comprende come la questione musicale abbia giocato un ruolo tutt’altro che secondario nella storia del pensiero occidentale. La musica ha costituito sempre un aspetto problematico, proprio per la sua natura duplice – matematico/fisica e trascendente – che ha provocato una costante oscillazione nel situarla all’interno o meno del discorso sull’arte.

Artin Bassiri Tabrizi

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