Paradiso

Das himmlische Leben: Gustav Mahler e il paradiso visionario della Quarta sinfonia

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Composto da Mahler ad Amburgo nel febbraio 1892, e otto anni più tardi inserito come movimento conclusivo della Quarta sinfonia, il Lied Das himmlische Leben (La vita celeste) è una stravagante lirica sul testo di un più antico canto popolare cattolico bavarese – Der Himmel hängt voll Geigen (Il paradiso è pieno di violini) – inserita nel Primo volume della raccolta Des Knaben Wunderhorndi Arnim e Brentano.

In una fantastica dimensione celeste, ricca di pace, musica ed elementi surreali, il Lied celebra la gioia dei sensi di una vita ultraterrena vissuta con sottile, ironica innocenza: «una spiritosa cuccagna cristiana», secondo la definizione di Goethe; «una mescolanza di birichineria e, insieme, di profondo misticismo» per lo stesso Mahler. Perché, come spiegava il musicista all’amica Natalie Bauer-Lechner, nella Quarta sinfonia vi è «la gioiosità di un mondo superiore a noi estraneo, che porta però in sé qualcosa di spaventoso; e nel Lied finale il bambino, che già appartiene a quel mondo superiore, nella sua innocenza ne spiega il vero significato». Pensato, forse, per voce bianca, è stato composto per soprano con voce infantile e serena, senza parodia, secondo l’indicazione in partitura.

La Quarta, dunque,è una sinfonia felice solo in apparenza. Tutto, infatti, qui è sconvolto, capovolto: la gioia solo illusoria del Primo movimento, che attrae e, insieme, spaventa; la macabra danza dello Scherzo, dove Morte, suonando una fidel fuori tono, conduce in cielo; la beata quiete dell’Adagio che, nella Ruhedella morte, sigilla gli ultimi spasmi di vita; la visione di una vita celeste “oltre confine”, di un eterno presente dove ogni sorriso è doloroso, dove le esultanti vocine canore altro non sono se non innocenti Kinder morti troppo presto… gli stessi che avevano intonato Urlicht, Es sungen drei Engel, e che presto ritorneranno sulle visionarie alture dei Kindertotenlieder e tra le surreali sfere dell’Ottava sinfonia per un nuovo, profetico inno alla gioia dei sensi.    

Una breve introduzione strumentale, affidata ad arpa e legni sul pizzicato degli archi, avvia la prima strofa del Lied, rappresentazione di una silente Freude celeste, di una falsa Ruhevissuta lontano dal frastuono terreno, tra canti giocosi e danze, presto interrotti sull’ultimo laconico verso, sospeso nella tinta arcaica di un Mi minore naturale:  

Wir genießen die himmlischen Freuden,
drum tun wir das Irdische meiden,
kein weltlich Getümmel,
hört man nicht im Himmel.
Lebt alles in sanftester Ruh’.
Wir führen ein englisches Leben,
sind dennoch ganz lustig daneben,
wir tanzen und springen,
wir hüpfen und singen.
Sankt Peter im Himmel sieht zu!

[Noi godiamo le gioie celesti, fuggiamo tutto ciò che è terrestre, il frastuono mondano non si ode in cielo. Tutto vive in dolcissima quiete. Conduciamo una vita angelica, e per questo siamo molto felici, danziamo e salt
iamo, saltelliamo e cantiamo. San Pietro nel cielo ci guarda!]

L’introduzione strumentale della seconda e terza strofa

lied partitura

amplifica a dismisura i propri elementi tematici, deformandoli in una rapida bagarre sonora, eco distorto di “rumori” lontani tra i Naturlaute di una dimensione “altra”, dove il canto, tra tormentati effetti sonori, racconta la cuccagna del visionario banchetto celeste. Vi abbondano pane, carne, vino, pesci, erbe e vassoi di frutta, raccolti nel giardino divino: un banchetto spiritoso quanto inquietante, condotto in sapiente scrittura coloristica, a tratti contrappuntistica a tratti rapsodica, smorzata ancora una volta sull’ultimo verso (Sankt Martha die Köchin muss sein) nell’espressione solenne della cadenza d’inganno di un Re minore naturale, languida conclusione delle prime tre strofe.

Sulla quarta strofa l’orchestra rompe l’incanto con un’improvvisa virata al Mi maggiore per aprire le vetrate celesti, dove diafane vergini danzano su musica sublime, su voci angeliche che stimolano i sensi, affinché ogni cosa si risvegli alla Gioia:

Kein’ Musik ist ja nicht auf Erden,
die uns’rer verglichen kann werden.
Elftausend Jungfrauen zu tanzen sich trauen!
Sankt Ursula selbst dazu lacht!
Kein’ Musik ist ja nicht auf Erden,
die uns’rer verglichen kann werden.
Cäcilia mit ihren Verwandten
sind treffliche Hofmusikanten!
Die englischen Stimmen ermuntern die Sinnen,
dass alles für Freuden erwacht!

[Nessuna musica c’è sulla terra che possa paragonarsi alla nostra. Undicimila vergini ardiscono danzare! Santa Orsola stessa ne ride! Nessuna musica c’è sulla terra che possa paragonarsi alla nostra. Cecilia con i suoi parenti sono ottimi musicisti di corte! Le voci angeliche stimolano i sensi, perché ogni cosa si risvegli alla gioia!]

Ogni voce strumentale diviene ora cantabile, ogni suono tenero e incantato. Arpa, corno inglese e violini intonano musica pura, eterea, costruita su delicate terzine discendenti

lied partitura

mentre il canto procede solitario rispetto al contesto orchestrale, in cui ogni strumento intona un proprio Leitmotiv nel sistema “dissociativo” di una geniale prosa musicale, lontana ormai da elementi tradizionali, per poter evocare un mondo diafano, immateriale, trasfigurato oltre l’umano confine. Anche la coda conclusiva fluttua leggera, sospesa, aperta all’infinito, sublime mondo mahleriano del Sogno e della Morte.

Adele Boghetich

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