La ferocia del contrappunto: Kirill Petrenko e la Sesta di Mahler

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Chi si fosse aspettato l’araldo di una civiltà decadente, il figlio di una Vienna che ricopre d’oro gli splendori passati senza riuscire a nascondersi la verità di un mondo malato alle soglie del suo tracollo, sarebbe rimasto assai sorpreso di fronte alla Sesta Sinfonia di Mahler eseguita alla Philharmonie di Berlino sabato 25 gennaio dai Berliner e il loro direttore musicale. Per Kirill Petrenko il Mahler della Tragica è un compositore vivo, forte, sicuro. La tragedia non è convulso divincolarsi ma un dramma universale da affrontare con maestosa rassegnazione, con sofferenza luciferina, persino con baldanzosa aggressività. E anche la sconfitta finale perde quel sapore amaro da contemplazione nichilista.

Kirill Petrenko e i Berliner Philharmoniker prima della Sesta di Mahler.
Petrenko e i suoi Berliner prima della Sesta di Mahler. Foto di Stephan Rabold.

Che il direttore siberiano non intendesse indulgere in languidi patetismi lo si è percepito da prima ancora dell’attacco: la concentrazione era tangibile. E la risposta degli archi non s’è fatta attendere. Scuro, compatto, ruvido, persino sporco, il suono dell’orchestra calzava come un guanto sul calibrato gesto del suo direttore, mentre questi disegnava i fraseggi di sezione in sezione, portando la frase dei secondi violini ai corni e rilanciandola verso i legni, mentre emerge un altro elemento cui segue un’ulteriore risposta negli ottoni, il tutto mentre l’inciso ritmico, percorso nelle sue sorprendenti articolazioni, dona coerenza e unità al discorso. È nota la concezione mahleriana, post-beethoveniana, per cui ogni sinfonia debba essere un mondo: per Kirill Petrenko la Sesta di Mahler non è un mondo, è un corpo, un organismo pulsante, attraversato da quell’intrico di vene e nervi che è la polifonia.

Il dominio del direttore di questo aspetto era già chiaro a chiunque abbia avuto modo di ascoltarlo nel suo concerto romano con la Nona di Beethoven e l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia, ma con la Tragica (peraltro il suo debutto mahleriano sul podio dei Berliner) Petrenko ha eretto un vero monumento alla polifonia e al contrappunto. Nella limpida acustica della Philharmonie si poteva saltare da una voce all’altra mentre il gesto di Petrenko portava in superficie con sapiente gioco di chiaroscuri tutte le parentele e tutte le connessioni tra una frase e l’altra, tra una sezione e l’altra, tra un movimento e l’altro, componendoti la partitura di fronte agli occhi. Una visione sorprendentemente astratta della Sesta di Mahler, ma quanto mai vicina al mondo espressivo di Quinta e Settima, una visione che è sembrata distaccarsi dal tono narrativo da grande poema sinfonico, con l’eroe che affronta il suo destino soccombendo sotto i colpi del famigerato martello conclusivo.

Colpi di martello che infatti Petrenko ha riportato a soli due, riprendendo la versione della Sinfonia più fedele alle intenzioni conclusive dell’autore. Tra le caratteristiche più importanti di questa versione vi è l’inversione di Scherzo e Andante. Alla vigorosa marcia dell’Allegro energico ma non troppo è seguita infatti l’oasi di pace dell’Andante moderato, tra i tempi lenti più belli mai scritti da Mahler. Solo dopo questa lunga e sofferente contemplazione della solitudine arriva l’efferata violenza dello Scherzo. Wuchtig, pesante, massiccio, scrive Mahler e così ha diretto Petrenko: l’equilibrio orizzontale-verticale ha donato un senso di monumentalità a questo Scherzo, quanto mai imparentato con il primo movimento, in cui le strettissime acciaccature dei corni balenavano come saette in un’astratta ma tratti grottesca tempesta, su cui regnava sovrana tutta la ferocità del contrappunto di Petrenko. Da notarsi poi come l’Andante al secondo posto e lo Scherzo al terzo, come più frequente nelle sinfonie pre-Nona di Beethoven, abbiano rafforzato l’effetto di sobria classicità proprio di tutta la chiara visione di Petrenko. Sobrietà che non ha però evitato le cavalcate nel fantastico, la grazia pastorale o la marziale veemenza dello Scherzo, fino a scomparire nei colpi di timpano finali.

I colpi di martello nel Finale della Tragica.
I celebri colpi di martello nel Finale della Tragica.

E d’altronde tutto questo controllo non ha mai fermato l’espressività, non ci si è mai percepiti di fronte ad un esercizio di stile o ad un’asettica contemplazione. Tutto per Petrenko si trasforma in materiale per costruire la propria tesa interpretazione, anche sostenuto dai magnifici musicisti dei Berliner le cui sbavature sono state meno che irrilevanti nella forza espressiva che convogliavano. Gli unici momenti di stanchezza sono apparsi nell’ultimo movimento, il più lungo e indomabile dei quattro. Oltre trenta minuti di Allegro che Petrenko ha tenuto magnificamente, ma senza riuscire a portarvi quel senso di urgenza e inevitabile che denunciava la strettissima rete di connessioni presente negli altri tre tempi. Su questo ha forse gravato anche la stanchezza della terza recita, come per alcuni dei grandi climax in cui il direttore mandava avanti la sua orchestra, anziché tenere alta la tensione con la cura dei dettagli fino a quel momento dimostrata. O forse si è trattato di una forma di pudore, quel pudore con cui Petrenko rifugge ogni eccessiva platealità e che dona questo carattere sacro e assoluto alla sua Sesta.

Quale che sia la ragione, non ha impedito al direttore di condurre a compimento la Sinfonia con scura severità, ma senza grandiosa tragicità e sollevando l’interrogativo su quanto e come Petrenko segua il famigerato programma. Il lungo ed estenuante finale, l’ultimo fortissimo a piena orchestra, non grido ma colpo di luce come le saette dei corni nello Scherzo, il cupo pizzicato conclusivo, hanno infatti lasciato molte più domande che risposte, restituendo l’immagine della Sesta come una sfinge il cui enigma non si può veramente comprendere. Ed esortando a riascoltare ancora e ancora questo concerto sulla Digital Concert Hall nel tentativo di afferrarne qualche frammento in più, in vista delle due future esecuzione (a Baden Baden a Pasqua e ad Amsterdam per il grande festival mahleriano di maggio) in cui Petrenko e i suoi Berliner torneranno ad affrontare la maestosa partitura del compositore boemo. E forse in quelle occasioni, dopo mesi di decantazione, alcuni enigmi verranno svelati, mentre altri nuovi sorgeranno.

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Alessandro Tommasi

Bolzanino, diplomato in Biennio di Pianoforte a Padova con tesi sull'opera pianistica di Alfredo Casella, scrivo anche per Amadeus online e Le Salon Musical. Improvvido organizzatore, ho studiato alla Fondazione Fitzcarraldo di Torino, sono Segretario Artistico del Festival Cristofori a Padova, Tour Manager della Gustav Mahler Jugendorchester e lavoro per Trame Sonore - Mantova Chamber Music Festival e il Concours International di Orléans. Dal 2017 sono membro della Media Lounge di Cremona Musica e dal 2019 membro dell'Associazione Nazionale Critici Italiani.