Capogrosso

Nuove strade: Fabio Massimo Capogrosso

In Interviste by Filippo Simonelli0 Comments

I Castelli Romani sono una meta piuttosto ambita per i turisti facoltosi dal nord Europa che vengono qui, a due passi dalla capitale, a cercare un buen retiro. Tra questi Hans Werner Henze, una delle menti più brillanti del secondo novecento tedesco, che visse in Italia gran parte della sua vita e trascorse gli ultimi anni proprio a Marino. Nonostante siano passati diversi anni dalla sua dipartita, alcuni luoghi del “Castello” portano ancora tracce del passaggio del musicista renano: le locande che ha visitato, i caffè in cui si intratteneva, le sue passeggiate cittadine.

Forse per una sorta di tributo involontario della storia, Marino si è iniziata a popolare lentamente di musicisti che vengono a cercare ai Castelli l’ispirazione necessaria. Tra questi c’è Fabio Massimo Capogrosso, umbro di nascita ma cresciuto musicalmente al Conservatorio de L’Aquila, che si sta rapidamente affermando come uno dei compositori da tenere d’occhio della sua generazione. La sua musica è stata già eseguita in alcune delle più importanti istituzioni musicali d’Italia, come l’Accademia di Santa Cecilia, la Stagione dell’Ensemble Sentieri Selvaggi, la IUC e l’Accademia Filarmonica Romana. A maggio un suo brano per Fabrizio Meloni e i percussionisti della Scala ha debuttato nel celebre teatro meneghino. Dulcis in fundo, per tutta la durata della stagione 2019-2020 appena iniziata, Fabio Massimo Capogrosso sarà composer in residence dell’Orchestra Toscanini di Parma, che porterà in programma sia suoi brani di repertorio che nuove commissioni, spaziando dalle più intime formazioni cameristiche fino ai bagordi della grandissima orchestra.

C’è abbastanza carne al fuoco da montarsi la testa, in teoria. In pratica, la persona che viene ad accogliermi nel cortile dello stabile di Corso Vittoria Colonna ha un aspetto amichevole, quasi timido in effetti. Quando arriviamo nello studio, al cospetto del pianoforte a coda e in compagnia di una miriade di fogli pentagrammati sparsi per tutta la stanza torna decisamente a suo agio.

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L’incontro con la musica è nato apparentemente in maniera apparentemente anonima: sono tanti i bambini che inizano lo studio del pianoforte in tenera età. Ma sono pochi quelli che una volta terminata la sequela di esercizi trovano l’ispirazione per elaborare l’esercizio ed arrivare addirittura ad improvvisare…

… a 13 anni ero un normalissimo studente di pianoforte, racconta, e come tutti ero alle prese con gli studi di Czerny, ad esempio. Ecco, avevo l’istinto naturale di trasportarli in altre tonalità, cercare piccole modulazioni, trasfigurare questi piccoli studi. Tutto questo senza aver mai studiato composizione. Di lì a poco cominciai anche a scrivere, sempre d’istinto. Tempo dopo andai a farmi ascoltare da una pianista amica di mio zio. Le suonai un improvviso di Chopin, che non la impressionò per niente, ma mio zio ebbe l’idea di dirle che scrivevo anche musica mia. Dopo averle fatto sentire i miei piccoli pezzi, lei mi disse senza mezzi termini che dovevo assolutamente passare alla composizione.

Ed ho iniziato a scrivere, tutti i giorni. Comprai anche un Atari, un sequencer con cui ho iniziato ad esplorare i timbri dell’orchestra e a scrivere partiture unendo sempre più suoni, mischiando anche strumenti etnici, tutte scelte inusuali. È stato un istinto: quando Stravinskij dice che il compositore è un animale che cerca secondo me si riferisce proprio a questa necessità di ricercare, vitale come è vitale respirare per una persona.

Di lì a poco il primo grande salto verso il conservatorio, il Casella de L’Aquila.

Da studente avevo delle possibilità. Ricordo questa mia prima vera e propria composizione, la mia tesi di triennio di composizione, una suite in cinque tempi per pianoforte fiati e percussioni. Fu organizzata un’esecuzione durante la discussione della tesi, e mi guadagnai addirittura una standing ovation. Cosa che in effetti mi mise molto in difficoltà perché io, timidissimo, non riuscivo a trattenere le lacrime, ed il direttore del Conservatorio ne rimase comunque molto impressionato e decise di eseguire quel pezzo in un concerto in programma per il Premio Carloni a L’Aquila. Quella sera conobbi anche Roman Vlad, che era stato maestro del mio maestro, Sergio Prodigo, che mi salutò come se fossi un suon “nipotino”.

Per la tesi del biennio scrissi un pezzo ispirato al terremoto. C’ero quando nel 2009 il sisma colpì L’Aquila, ed è inutile dire quanto abbia ferito tutti noi studenti. Anche questo pezzo ebbe un enorme impatto emotivo sul pubblico in sala durante l’esecuzione. Ricordo che mi venne ad abbracciare anche Vittorio Antonellini (fondatore dei Solisti Aquilani, ndr). Il mio maestro di orchestrazione, Alessandro Cusatelli mi disse che a quel punto eravamo colleghi e non c’era più il rapporto maestro allievo, addirittura disse che era un capolavoro, anche se forse lo diceva più per incoraggiarmi. Ovviamente non era così, ho addirittura tolto il brano da Youtube (poi per fortuna rimesso, ndr), perché ascoltare un brano scritto 10 anni fa mi mette di fronte ad una serie di ingenuità che oggi non rifarei, ma alla fine va bene così. È comunque un pezzo che dice tantissimo. Da lì sono nate le mie vere opportunità: Sergio Prodigo fece sentire alla figlia Marlène, violinista dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, alcune mie composizioni, e le piacquero, tanto che mi commissionò un brano per l’ensemble che aveva appena fondato, il Red4Quartet, un quartetto scuro con il contrabasso al posto della viola. Avevano una certa fretta di suonare, quindi ebbi pochissimo tempo per scrivere il mio brano, Réve. Ricordo che quando dovetti andare a consegnare la partitura mi fecero entrare per la prima volta dall’ingresso artisti dell’Accademia. Penso di non essere mai stato così nervoso. O meglio, da un lato ero felice come un bambino di essere finalmente “dentro” l’Accademia, dall’altro ero terrorizzato dall’idea di aver scritto qualche sciocchezza. Per fortuna non solo le musiciste fecero di tutto per mettermi a mio agio, ma hanno anche apprezzato il mio pezzo, che da allora è entrato nel loro repertorio e lo hanno portato anche molto in giro. Per caso è stato anche ascoltato da un autore di testi teatrali, che è rimasto molto colpito e mi ha commissionato le musiche di scena per uno spettacolo teatrale, che sono poi diventate la suite Shelley. Lavorare per il teatro è stata un’esperienza formidabile, specie in una produzione di altissimo livello come quella. Mi sono dovuto confrontare con tantissime diverse personalità e non senza qualche attrito, ma il risultato è stato fantastico.

Dopo gli inizi, è arrivato il punto di svolta, sia umano che professionale. Anche questo è nato, almeno apparentemente, per caso:

L’incontro più incredibile è stato probabilmente quello con Carlo Boccadoro, ovviamente anche questo nato per caso. Oltre ad essere molto timido, purtroppo sono anche ipercritico, e spesso non carico neppure la mia musica su Youtube o non la condivido su Internet; ma un mio amico, un giorno, ebbe la bella idea di caricare un mio trio su Facebook, taggandomi. Io avevo tra i contatti Carlo Boccadoro che quindi trovò in bacheca il mio pezzo e mi scrisse, poco dopo, mentre ero ancora alle prese con le ultime battute della Shelley. “Ciao, sono Carlo, ho ascoltato il tuo pezzo e mi piacerebbe eseguirlo con Sentieri Selvaggi.” Collasso, totale. Sono corso dalla mia famiglia per raccontare loro quello che stava succedendo, ancora non ci credevo, ma alla fine è successo per davvero. I Sentieri Selvaggi hanno eseguito il mio pezzo, ha avuto un grande riscontro di pubblico e da allora è nata una grande amicizia con una splendida persona.

La cosa più incredibile di questa storia è che un musicista che ha esecuzioni in tutto il mondo, con la sua fama, vada a cercarsi i pezzi di un ragazzetto qualunque come ero io all’epoca, su Youtube, veramente un esempio. Da lì Carlo mi ha dato altre grandi opportunità. Scrivere per l’Orchestra Maderna, con una commissione da cui è nato Lovecraft Dream, ad esempio. E grazie a questo pezzo sono stato contattato da David Romano, spalla dei secondi violini di Santa Cecilia e fondatore del Sestetto Stradivari, che mi ha contattato in maniera se possibile persino più diretta di Carlo.

“Voglio un Sestetto”, ricordo questo messaggio su Facebook in una tarda serata. Così è nata la Maschera della Morte Rossa, un brano per sestetto eseguito più volte proprio dagli Stradivari. Mi ricordo che alla rassegna di Carlo è stato portato in cartellone assieme a Brahms e Tchaikovskij… una cosa che mi fa ancora impallidire.

Capogrosso

FOTO ©Flavio Ianniello

E tutti questi incontri, sia musicali che personali, impatto pensi abbiano avuto sulla tua musica?

Una volta in una critica è stato scritto di me che sono un compositore “contaminatissimo”. Ora, non so se fosse un complimento o meno, ma penso che sia proprio così. Come vedì, (dice indicando la parete con dei diplomi e quattro ritratti di compositori), lì ho il mio pantheon: Bach, perché Bach è sempre contemporaneo ma anche per lo studio fitto del contrappunto che richiede. Mozart perché è il mio contatto giornaliero con il divino. Pensa che quando mio figlio è nato non lo abbiamo fatto battezzare subito, perché ero convinto che avesse già avuto il suo battesimo ascoltando Mozart dalla pancia della mamma (sorride, ma in realtà è piuttosto convinto). Poi c’è Beethoven, la massima espressione della potenzialità dell’uomo…e poi Stravinskij. Stravinskij è la luce per me. Non saprei dirti quale sia il suo pezzo che mi ha influenzato di più, ma c’è una storia dietro al mio amore per lui. Da piccolo i miei genitori mi portarono in vacanza a Malta. Nella casa che avevamo affittato c’era un bell’impianto stereo, di quelli belli potenti, e tra i dischi ce n’era uno con le Jazz Suites di Shostakovic e la Sagra della Primavera. Io per la prima volta così, a dodici anni ho ascoltato la musica di Stravinskij per caso. E rimasi folgorato. Sentivo un fuoco dentro di me ad ogni nota. Io non ho scelto nulla nel mio percorso, sono sempre stato trovato dalla musica. Poi è curioso che ogni persona che ascolta la mia musica trovi sempre dentro riferimenti diversi: ci sono dei miei pezzi in cui la gente ha sentito Prokofiev e Ligeti, ad esempio. Tutti geni che adoro, loro come molti altri più contemporanei. Quando ho scritto Lovecraft Dream, per esempio, ho studiato e amato Cobalt and Scarlet di Luca Francesconi. Una partitura pazzesca.

Accumulando ed assorbendo impulsi e stimoli esterni, Capogrosso ha via via affinato il proprio stile in un linguaggio personale ma non “originale a tutti i costi”:

In sostanza sono diventato una spugna musicale. Tutto quello che ascoltiamo, tutto quello che viviamo può influenzare la scrittura musicale, qualsiasi esperienza sonora può essere trasformata sul pentagramma. In un unico pezzo mi piace far convivere scritture anche di secoli diversi. (Afferra una delle tante partiture che popolano il suo scrittoio). Qui, per esempio, nella Maschera della Morte Rossa, gli archi creano sonorità molto metalliche suonando al ponticello; volevo creare un effetto che esasperasse l’ansia del racconto di Poe, con questo male, questa morte rossa che “da tempo devasta le mie terre”. A queste tecniche avanguardistiche, sempre al servizio della narrazione di Poe, ho associato una scrittura rigorosa. Qui c’è un fugato, ad esempio, questo è il soggetto e questo il controsoggetto e così via… in altri punti ci sono delle strappate in pizzicato, dei picchiettati al ponticello, ma tutto al servizio della linearità e della drammaturgia. Adesso un altro musicista che è entrato prepotentemente nel mio modo di scrivere è John Adams, soprattutto dal punto di vista armonico. Sto lavorando ad una nuova commissione per La Scala, una composizione per percussioni e clarinetto, in cui un movimento è dedicato ai sassi di Matera. Ecco, ho scelto di usare le lunghe fasce sonore che caratterizzano moltissimi lavori di Adams per evocare la staticità dei “sassi”, mettendo un po’ da parte la mia solita ansia, le armonie mutevoli e ansiose che ho sempre messo al centro dei miei pezzi.

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Partitella?

Come ogni buon compositore contemporaneo, Fabio ha uno studio in cui ai più classici attrezzi del mestiere si alternano strumenti tecnologici variegati: i sequencer citati all’inizio dell’intervista, schede audio, computer, un piccolo sintetizzatore. Il suo lavoro, probabilmente non sarebbe lo stesso senza di loro, pur non essendo di fatto attrezzi vincolanti

Sicuramente la tecnologia mi ha aiutato a diventare il compositore che sono oggi. Fin da piccolo ho iniziato ad usare i sintetizzatori, le schede audio, i computer, tutti strumenti utilissimi. E anzi, c’è chi come Adams ne fa un uso ancora più estensivo. Quando sono andato a conoscerlo avevo con me dei fogli di appunti: lui li guardò perplesso e mi chiese perché non prendessi appunti direttamente al computer. Non aveva poi tutti i torti, in effetti, visto quanto sono disordinato! Cerco di far convivere aspetti molto artigianali con aiuti tecnologici. Ho iniziato ad esempio a registrare, anche solo col telefono in una nota audio, idee che mi balenano in testa all’improvviso, quando magari non posso trascriverle sulla mia agendina pentagrammata, anche perché è una bruttissima sensazione quella di perdere un’idea per così poco.

Ho iniziato anche a convivere con quel che la tecnologia può fare per aiutarmi a far conoscere il mio lavoro. Carico spesso i miei lavori, quelli che sopravvivono alla mia autocritica, su Youtube, cosa che come dire mi ha anche dato opportunità impensabili. Poi la mia timidezza non mi aiuta, non sono troppo portato a fare pubblicità, pensa che la mia pagina Facebook “ufficiale” sta ferma da due anni e ogni tanto ricevo le notifiche sconsolate dall’App che mi avvisa che i miei fan non ricevono notizie da due anni… per fortuna l’editore Curci crede molto in me e mi da una grossa mano, quindi non mi posso lamentare. Anzi, a loro devo molto, ma probabilmente le persone a cui sono più grato sono proprio Sergio Prodigo e Sesto Quatrini, che è stato mio compagno di studi e di crescita personale, e che nei momenti più difficili della mia formazione mi portò, quasi di peso, proprio a studiare con Sergio. Non fosse stato per loro probabilmente avrei smesso di studiare, e invece sono qui, ora, oggi.

Filippo Simonelli

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Filippo Simonelli

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Studente di composizione al Conservatorio Santa Cecilia di Roma, chitarrista di formazione. Laureato in Scienze Politiche con tanta voglia di scrivere, direttore di Quinte Parallele.