Orchestra di Padova e del Veneto

Ciò di cui l’OPV ha bisogno

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Giovedì 17 ottobre presso l’Auditorium Pollini di Padova si è inaugurata la 54a stagione dell’Orchestra di Padova e del Veneto (OPV), sotto la guida del direttore artistico e musicale Marco Angius. Il programma era dei più maestosi: a inaugurare il Percorso Brahms il Primo Concerto per pianoforte con Sunwook Kim e la Prima Sinfonia. Un programma complesso, ma che manifesta un forte desiderio dell’orchestra: il desiderio di crescere e cogliere sempre nuove sfide.

Marco Angius

Marco Angius

Crescere nei numeri, perché l’imponente repertorio inizia a richiedere sempre più strumentisti, e nel livello, perché la musica dell’Amburghese rappresenta una sfida tecnica e interpretativa notevole, di una difficoltà diversa rispetto a quella della Scuola viennese cui l’orchestra padovana è storicamente avvezza o a quella del Novecento e della contemporanea, cui Angius ha condotto la compagine negli ultimi anni. Una volontà sinfonica di tale livello (ma già da anni Angius porta il grande repertorio sinfonico in OPV, basti pensare alla Quarta di Bruckner o alla Quinta di Sibelius nel 2018) richiede in primo luogo un organico facilmente espandibile ma sempre compatto. Non basta chiamare aggiunti ottimi e conosciuti, infatti, è necessario proprio che il cuore dell’orchestra sia più ampio e solido, così da permettere a quegli aggiunti (soprattutto negli archi, ovviamente) di unirsi ad un suono che è già compatto e definito. Il rischio altrimenti è che non si riesca a creare un vero suono di sezione, con forti scollamenti sia tra (emblematica quella tra violoncelli e contrabbassi sul Concerto) che all’interno delle sezioni. Marcati i problemi di intonazione tra i legni, ma le imprecisioni si sono accumulate lungo tutto il concerto e soprattutto nel primo brano, anche per la sensazione di una certa svogliatezza da parte della compagine. A questo proposito è fondamentale proseguire sul percorso intrapreso da Angius di rinnovo dell’organico, con l’indizione di nuovi concorsi che vadano ad aprire a nuovi musicisti, cui sarà affidato negli anni a venire il compito di far evolvere l’identità dell’OPV. Un’identità che è in primo luogo una molteplicità, ossia la malleabilità di fronte ai più diversi repertori, la capacità di presentarsi come un’orchestra sfaccettata. Tanti volti quanti un prisma, chissà se anche questo significato si nasconde dietro a “Prismi”, il nome di questa stagione.

Per proseguire sul percorso di espansione, poi, è sicuramente necessario portare a collaborare con l’orchestra musicisti di primo livello. E Sunwook Kim ha decisamente passato la prova.

Sunwook Kim

Sunwook Kim

Il suono scuro e granitico del pianista sudcoreano si è sposato alla perfezione con il Concerto brahmsiano, di cui ha messo bene in luce la taurina fierezza. Ampio e maestoso il primo movimento, con splendidi punti di affannoso ed espressivo insieme nello sviluppo, che ha trovato le più felici intese tra Angius, l’Orchestra ed il solista. Serio e sobrio il secondo tempo e magnifico il Rondò finale: qui Kim ha dato prova di grande pianismo unendo una funambolica destrezza alla tastiera con il suono scuro e appoggiato che ha caratterizzato l’intero Concerto, non cedendo all’impulso di alleggerire il brillante movimento e preservandone l’indole appassionata e severa. Uniche critiche che mi sentirei di rivolgere al pianista vincitore del Leeds riguardano la scarsa consequenzialità (con improvvise sterzate dinamiche e collegamenti a volte poco sciolti) e una certa fissità timbrica, unita a tratti alla mancanza di chiarezza a causa dei pesanti pedali e del suono schiacciato. Lo si attende ora con vivace curiosità il 30 aprile, quando concluderà il Percorso Brahms con il temibile Secondo Concerto.

Quello del suono schiacciato ci getta dunque nell’ultima, forse più grande esigenza, dell’OPV. Collocato a bordo palco, il pianoforte di Sunwook Kim è apparso più volte sacrificato, spinto dall’Orchestra e dall’acustica al tentativo di sovrastare costantemente la compagine, con inevitabile appiattimento timbrico dinamico. Che questo possa essere un problema di dialogo e ascolto tra direttore, orchestra e solista è sicuramente da valutare, e di fatti raramente il pianoforte è riuscito ad inserirsi nella scrittura orchestrale (che pure è caratteristica così tipica di questo concerto!), ma l’esperienza di concerti pianistici all’Auditorium Pollini mi ha ormai insegnato quanto male reagisca il palco ai cambi di disposizione dei musici. La folta (per gli standard patavini) compagine non permetteva di certo altre soluzioni logistiche e dunque appare evidente che per eseguire questo repertorio sia ormai fondamentale donare a Padova una nuova sala da concerti, con un palco che possa ospitare solisti e cori e senza dover ricorrere ogni volta al Teatro Verdi (con costi imponenti tra camere acustiche e affitti), e con un’acustica che possa permettere al suono di espandersi e gonfiarsi. Certamente si poteva fare meglio, e l’esperienza con l’acustica dell’Auditorium poteva produrre migliori risultati di concertazione e chiarezza, ma c’è solo un certo punto fino a cui ci si può spingere, prima di arrivare letteralmente a combattere con l’acustica della propria sala. Avere nel futuro prossimo un auditorium degno della città di Padova (e garantirne l’utilizzo all’orchestra cittadina, magari sul modello Haydn a Bolzano) è una richiesta che cade nel vuoto da troppi anni.

Un auditorium nuovo, però, è un costo non sottovalutabile, tanto più se si vuol fare qualcosa di buono. Se lo merita la città? Considerando che l’inaugurazione degli Amici della Musica, appena due giorni prima dell’OPV, ha registrato un sold out tale da dover mettere le sedie sul palco, considerando che l’OPV ha comunicato di fronte ad una sala altrettanto piena (ma senza sedie sul palco, ché già l’Orchestra stava stretta) di aver registrato un aumento del 25% dei propri abbonamenti, in controtendenza con gran parte delle stagioni europee, e considerando che una sala da musica di valore diverrebbe facilmente un punto di riferimento per l’intera regione, ebbene, la risposta non è necessario nemmeno metterla per iscritto. Speriamo solo che anche questo messaggio, affidato all’ennesima bottiglia, contribuisca al futuro culturale di una città e della sua orchestra.

Alessandro Tommasi

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Alessandro Tommasi

Bolzanino, diplomato in Biennio di Pianoforte a Padova con tesi sull'opera pianistica di Alfredo Casella, scrivo anche per Amadeus online e Le Salon Musical. Improvvido organizzatore, ho studiato alla Fondazione Fitzcarraldo di Torino, sono Segretario Artistico del Festival Cristofori a Padova, Tour Manager della Gustav Mahler Jugendorchester e lavoro per Trame Sonore - Mantova Chamber Music Festival e il Concours International di Orléans. Dal 2017 sono membro della Media Lounge di Cremona Musica e dal 2019 membro dell'Associazione Nazionale Critici Italiani.