Tifu

Tra il “Sacre” e il profano. Una serata a Santa Cecilia con Anna Tifu e Carlo Rizzari.

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Programma quantomai eterogeneo quello della terzina di fine ottobre nella sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica: si è passati dal romanticismo francese di tradizione con l’Overture: Béatrice et Benedict di Hector Berlioz (all’interno della cornice del 150° anniversario dalla morte del compositore), passando attraverso le rarefatte sonorità tardo-romantiche al limite del secolo del Concerto in re minore per violino orchestra op.47 di Jean Sibelius e la piena modernità del Sacre du printemps di Igor Stravinskij. Protagonisti d’eccezione Anna Tifu, giovane (e celebre) virtuosa del violino e Carlo Rizzari, direttore assistente dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale, che ha risposto con entusiasmo all’indisposizione di Mikko Franck, forte della sua sintonia con i professori d’orchestra, ben sedimentata in anni di collaborazione. Le aspettative, a causa di tutte queste premesse, erano pertanto altissime.

La prima parte del concerto con l’overture dell’opera Béatrice et Benedict ha permesso un esordio in maniera tiepida e misurata, con una composizione che non si crogiola nelle atmosfere sospese tra cielo e inferno della Damnation de Faust, né ha la forza drammatica del Benvenuto Cellini e nemmeno l’estroversione della Symphonie Fantastique È un’opera che rappresenta nel modo più puro e scanzonato la fine di una carriera, affrontata da Berlioz in solitudine, con disillusione e cinismo. L’opera in sé, tuttavia, non fu assolutamente un insuccesso, anche il soggetto tratto da Molto rumore per nulla (una delle poche opere comiche di Shakespeare) fece la sua parte. Questa overture riflette appieno infatti il clima di intrighi e di ironia dell’opera shakespereana e la resa dell’orchestra di venerdì sera ha confermato perfettamente questa coerenza strutturale: timbri estremamente chiari e andamento scattante hanno concorso a realizzare un’esecuzione veramente soddisfacente.

Il concerto di Sibelius è una vecchia gloria della Tifu: nel 2006 è stato il brano che le ha permesso di vincere il Concorso Enescu ed effettivamente si percepisce un certo grado di sintonia con questo compositore. Anna Tifu con grande energia e concentrazione è infatti riuscita a tenere il filo del discorso, in un concerto sicuramente non facile per quanto riguarda gli agglomerati tra orchestra e strumento solista. La forza di questo concerto risiede esattamente nel dialogo integrativo tra violino e orchestra, in un continuo scambio in cui i due protagonisti si alternano accompagnandosi quasi per mano. In numerosi punti però questa integrazione è stata disattesa: la scelta di portare sulla superficie esclusivamente il suono del violino della Tifu ha causato in più punti la sostanziale manchevolezza di quella profondità di suono necessaria per scandagliare ed esprimere le zone più oscure e melanconiche della composizione. Sull’ultima nota del Concerto, ho sentito distintamente da una vicina la seguente frase: “…dai a volte basta la bellezza e la prestanza”. Rimando al lettore le amare conclusioni… Bello e coinvolgente il terzo movimento, in cui la musica di Sibelius ha potuto parlare da sola, senza troppe magagne.

 

Due interessanti bis della Tifu hanno chiuso una performance se non memorabile, quantomeno dinamica: il Secondo movimento della Sonata n.2 di Ysaÿe e la prima delle Impressions d’enfance op.28 di Enescu.

Finalmente la volta del Sacre du Printemps. La realizzazione della partitura, come è ben noto di straordinaria difficoltà, non è da includere nella normale amministrazione di un’orchestra. L’opera simbolo del ‘900 musicale, passata attraverso il setaccio di numerosi interpreti (ma anche intellettuali e artisti) ha dato luogo alle analisi più disparate creando un reticolo di ipertesti che hanno reso estremamente difficile, se non impossibile, riuscire a riconsegnarne l’ennesima interpretazione memorabile. È facile asserire che il livello medio delle orchestre sia cresciuto notevolmente negli ultimi vent’anni, meno facile è ammettere che proprio per questo motivo deve essere previsto un alto grado di coraggio interpretativo e onestà intellettuale, quando si approcciano composizioni di così fitta e problematica complessità. Il prodigio di una composizione come il Sacre du printemps è incarnato proprio da un reticolo di problematiche trasversali che non solo richiedono rigore e analisi, ma anche una grande capacità di integrazione dei diversi timbri: le masse sonore abnormi che dispiega Stravinskij sono delle vere e proprie architetture timbriche in cui ogni elemento, ogni cellula deve essere al suo posto.

In questo senso venerdì sera l’orchestra dell’Accademia è riuscita a sprigionare un’idea di superiore energia, elaborando un montaggio drammatico estremamente efficace, in cui molti elementi hanno concorso a realizzare un’ottima esecuzione: la superba brillantezza degli ottoni, l’incessante e geometrica precisione delle percussioni, che sì sono le vere protagoniste della composizione, ma che non sono nulla se isolate dal resto dell’amalgama orchestrale. Del resto, sono finiti i tempi in cui bastava eseguire il Sacre con la pedante precisione del metronomo di bouleziana memoria: ormai si fa sempre più strada nelle rese in concerto dal vivo un’idea più drammaturgico-espressiva della composizione, forse non proprio coerente con il precetto stravinskijano della musica come “ordinatrice del tempo”, ma che rivela nella sapiente equilibratura sonora, nel disvelamento delle melodie arcaiche, nella cristallina capacità di sintesi, un piano drammatico in cui al centro del cerchio è possibile intravedere l’uomo moderno novecentesco tutte le sue aporie, le sue contraddizioni, alle soglie delle catastrofi belliche. Rizzari, infatti, è riuscito ad amalgamare anche le sezioni più complesse, sia dal punto di vista dei piani prospettici (proprio quella complessità verticale che farebbe giustamente paragonare il Sacre ad un quadro cubista), che dal punto di vista della rarefazione del suono. Memorabile da questo punto di vista l’inizio della seconda sezione ‘Il sacrificio’, in cui il tempo è sembrato congelarsi, con quell’emersione sonora sconvolgente, provocata dalla combinazione degli armonici degli archi e dal tema algido e sinistro pronunciato dagli ottoni. La ripresa e lo sviluppo di quel tema in sonorità più languide derivate dall’arco dei violoncelli non ha teso in inganno la bacchetta di Rizzari: l’articolazione discorsiva è rimasta salda, senza cadere nella facile tentazione di farne un canto espressivo consolatorio.

Valerio Sebastiani

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Valerio Sebastiani

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Classe 1992. Laureato in Musicologia con una tesi sulla ricezione della musica di Gustav Mahler nei compositori del primo e secondo Novecento. I suoi ambiti di ricerca sono: la musica tardo-romantica, le avanguardie storiche e le musiche tardo-novecentesche; i rapporti tra musica e poesia; storia delle mentalità in relazione alla musica. Ama Pier Paolo Pasolini e Alexander Scriabin, Claude Debussy e Luciano Berio, Rosa Luxemburg e Bertolt Brecht, Arvo Pärt e Lenin, Gustav Mahler e Wu Ming, Philip Roth e Vittorio Sereni, Lars von Trier e Michel Foucault, gli infiniti silenzi e la musica elettronica, la profondissima quiete e Igor Stravinsky, Woody Allen e il tiramisù, Theodor Adorno e Louis C.K.