Badura-Skoda

Tributo a Paul Badura-Skoda, Maestro e Insegnante

In Musica da Camera by Lorenzo Pompeo0 Comments

Tra musicisti, professori d’orchestra, facoltosi interpreti e direttori, l’appellativo di Maestro impera spesso quasi a vocazione sacerdotale, vincolo umano teso alla perfezione metafisica. L’incedere sul palcoscenico del grande pianista, il ritorno del direttore dal retro del palco a ricevere per la seconda o terza volta gli applausi di pubblico e orchestrali, l’accordarsi degli archi prima del Fiat direttorale, potrebbero leggersi tutti quali frammenti di una perpetua ritualità che sopravvive ad anni e secoli. Una sacra aura sembra circondare il mondo della musica classica e nessun amante di essa, professandosi onesto, potrebbe dirsi seriamente contrario ad essa, perché ne sta a circondario similarmente all’edera su antiche mura.
Paul Badura-Skoda è stato un maestro e per chi ama il pianoforte, il pianismo e la musica dovrà rappresentare un maestro in eterno. Ma nessun fedele musicofilo si offenda e gridi alla bestemmia se in questo ricordo lo osserviamo definendolo Insegnante. Se l’uso del termine può apparire una stonatura rispetto alla sacralità del mondo musicale, in questo caso si può correre il rischio e, aggiungiamo, si deve. Non solo in barba ad una fastidiosa abitudine a relegare gli insegnanti alle retrovie del progresso culturale per parlarne con bonaria superbia di chi ne riconosce un valore soltanto “funzionale a”, ma per apprezzare la caratura umana e musicale di questo personaggio.

Maestro, stando all’etimologia, rimanda alla grandezza in sé del soggetto in questione, come termine offre una prospettiva centrata su di lui, homo-magister faber. L’insegnante, viceversa, imprime un segno, segno di qualcosa che conserva in nuce e che trasmette: esemplifica il movimento del propagarsi del sapere e delle sue intersezioni con gli individui. Ne consegue che una tale operazione ci viene consentita dal personaggio in causa stesso, perché oltre al fatto che nessuno possa discuterne l’insindacabile posizione tra gli eletti del pianoforte e dell’interpretazione concertistica, rispetto ad altri “mostri sacri” di questo universo Badura-Skoda ha coltivato l’arte sapiente dell’insegnamento in tanti modi, sì differenti che in essi oltre alla statura artistica e intellettuale dell’uomo si è dovuto apprezzare la sua capacità di modularla in più campi conservando una medesima elevatezza di risultati. Oltre ciò, senza alcuna volontà di ricostruire un perfetto quadretto di kalokagathia post-mortem, si deve riconoscere, e lo si fa volentieri, anche una personalità genuina e calorosa, una carica simpatica riscontrabile nello sguardo vispo e nella grazia viennese del suo ritrattistico sorriso.

La sua biografia permette di annotare con chiarezza che uno degli atti fondativi di questo sviluppo a ponte dell’insegnamento, nuovo oggetto che nell’unire ricrea lo spazio del vissuto, stette in un atto di riconoscimento: come ogni buon futuro maestro e insegnante che si rispetti, Badura-Skoda trasse a sé tutto quanto poteva dall’insegnamento di Maestri come Edwin Fischer, suo mentore di riferimento, ma anche dalle sue prime e indimenticate docenti Marta Wiesenthal e Viola Thern, quest’ultima ricordata con gratitudine soprattutto per l’approccio tecnico che gli ha consentito una conduzione fisica perfetta di tutta la carriera, approccio che trovarono prezioso sia Fischer che Otto Schulhof.

La chiave di volta del suo insegnamento era un rilassamento totale del corpo; bisognava evitare ogni inutile tensione. Ha detto: “Se senti l’inizio di qualsiasi dolore, non lottare, fermati immediatamente”. Da parte mia, non ho mai sofferto di tendinite o crampi durante la mia carriera, il che dimostra quanto avesse ragione nel suo insegnamento. Ha chiesto che il polso fosse del tutto flessibile, una totale libertà nel movimento del gomito, ma allo stesso tempo dita ferme e arrotondate, per nulla dritte, profonde nelle chiavi. Le mie dita erano piuttosto deboli, quindi ho dovuto fare una serie di esercizi diversi per rafforzarli: sollevarli in questo modo, lasciarli curvare dalle nocche, altrimenti è impossibile dare peso o potenza e impossibile pronunciare correttamente una melodia di piano. Edwin Fischer, il mio insegnante, che era lui stesso, come Backhaus, uno studente del discepolo di Liszt Eugen d’Albert, confermò in seguito che questa tecnica è davvero eccellente.

Si può notare da questo esempio come Badura-Skoda abbia avuto la prontezza di recepire famelicamente in gioventù tutti questi insegnamenti, anche quando non ne avesse riconosciuto subito l’importanza nella sua interezza, per farlo poi in tempi successivi con annessa profonda gratitudine. A partire da questi primi passi, si è in questo modo forgiato una personalità musicale indipendente ma sempre disposta alla ricezione e alla ricerca.
Ogni esecuzione riluce di questa ricerca instancabile, che si tratti di Schubert, Schumann, Bach o dell’amato Mozart. Proprio a Bach e Mozart sono dedicati gli sforzi di quelli che sono i risultati più celebri della sua attività musicologica, ma in ogni singola esecuzione viene condensato il precipitato di questo lavoro intellettuale. Musicologia applicata alla sala da concerto rappresentano molte pioneristiche esecuzioni su strumenti risalenti alle epoche dei compositori (di cui Badura-Skoda è collezionista), cosa sperimentata per Haydn o lo stesso Mozart, ma anche per Beethoven e Chopin. Ricostruzione viva della tradizione unita a sapiente conoscenza dei diversi pianoforti moderni e della loro meccanica, ma anche curiosità per lo sviluppo tecnologico degli anni in cui vive. L’intersezione perfetta che dovrebbe rappresentare ogni incedere in avanti dell’arte, fuori d’ogni vuoto urlo d’avanguardismo.

Cosa rende un’interpretazione musicale davvero potente e miracolosa? L’amore, l’amore che il compositore ha intriso nella partitura nell’atto artistico unita a quella dell’interprete che la pone in essere nell’esecuzione. Insegnamento, questo, che potrebbe risolversi nel banale e fin troppo abusato confronto-scontro tra tecnica e perfezionismo e trasmissione di emozione che invece, con un altro insegnamento da cogliere e fissare bene nella mente, Badura-Skoda esemplifica così:

Ci sono altri artisti che sono assolutamente meravigliosi, ma non sei sicuro che adorino davvero il pubblico. […] C’è un’emozione, ma non provo quell’emozione che vuole comunicare, condividere, con il suo pubblico. E, naturalmente, questo conduce molto lontano. Sento che abbiamo assistito ad una certa generazione di pianisti più giovani che forse enfatizzano troppo quella che chiameremmo la perfezione tecnica, qualcosa che ovviamente ci sforziamo di raggiungere. Ma c’è un limite a ciò che ogni essere umano può fare, e se metti tutta la tua energia nella cosiddetta perfezione tecnica per non perdere una nota, e per esercitarti ed esercitarti, allora potresti perdere la bellezza di una frase. […] Se consideri questi interpreti con tutte le note sbagliate che annumerano, spesso risultano più interessanti di quelli che non suonano note sbagliate.

Equilibrato in questi giudizi come ambienti dei giardini di Schonbrunn, Badura-Skoda infonde questo sapiente equilibrio anche nella definizione del suo ruolo come interprete, riferita in una conversazione con B. Duffie:

BD : In che modo riesci a bilanciare la tua carriera: concerti, musica da camera e repertorio solista?
PB-S : Non sono io a bilanciarlo; è così che arrivano gli impegni. Domanda e offerta, sai. Stiamo solo vendendo! [Ride] […] BD : Stai vendendo Paul Badura-Skoda o stai vendendo Mozart?
PB-S: Vendo Mozart avvolto in Badura-Skoda! Penso che forse sia un bel paragone. Cerco, ovviamente, di dare vita a Mozart, ma ogni compositore ha bisogno dell’esecutore e tutti hanno sentito che senza l’artista, la loro musica sarebbe stata solo un pezzo di carta.

L’intreccio tra l’umiltà di tratteggiare con fedeltà filologica la partitura e la propensione artistica all’imprimere un proprio marchio all’esecuzione, sarà sicuramente uno dei motivi ricorrenti delle tante e tante lezioni che il Badura-Skoda didatta ha tenuto a un gran numero di allievi, tra i quali spicca Lorenzo Pone, che egli stesso ha definito il suo “erede spirituale”. Il mistero della trasmissione di nozioni musicali resiste alle formulazioni musical-pedagogiche anche ai nostri giorni, motivo per cui definire un suo metodo d’insegnamento sarebbe materiale per volumi; ciononostante, dalle sue parole ne possiamo trarre alcuni principi teorici fondamentali. Leggiamo ancora nei dialoghi con Duffie:

BD : Quando insegni ai giovani studenti, consigli loro di guardare nei loro cuori e nelle loro teste?
PB-S: Oh davvero, sì! E non solo imitare, non diventare scimmie, ma formare la propria immaginazione. Ovviamente dobbiamo aiutarli. Prima di tutto, devi convincerli che la musica stampata in quanto tale non è l’unica cosa, che è stata preceduta da manoscritti, schizzi, un lavoro molto noioso a volte. Sto pensando a Beethoven, ma anche Chopin ha avuto momenti molto difficili per arrivare alla cosiddetta versione definitiva. Lascio che condividano l’eccitazione della creazione. Ho lasciato loro scrivere le proprie cadenze e talvolta improvvisare sul posto. All’inizio sono terribilmente timidi al riguardo, ma imparano; alcuni imparano e altri sono un po’ troppo inibiti al riguardo. Per capire la vita dei compositori, devono capire le loro gioie e le loro sofferenze, i loro amori felici e infelici, e condividere la vita con il compositore. Questo li aiuta a diventare amici.

Si legge facilmente la portata del valore didattico di queste nozioni, così ben capaci di fondere sempre interpretazione e fedeltà al testo, ma si scopre anche un ulteriore insegnamento qui espresso e che non ha la stessa eco del precedente nelle aule di insegnamento della musica: il valore personale dell’artista dietro la composizione, il vissuto dell’uomo dietro l’opera d’arte, con le sue gioie e dolori, la sua vita che sta in realtà non proprio dietro, ma dentro le note.

BD: Cosa rende per te alcuni di questi suoni organizzati un’ottima musica e alcuni dei suoni organizzati meno che musica?
PB-S: Che ci crediate o no, è l’uomo o la donna dietro di esso. Come nella poesia, come nella scrittura, è qualcosa che non possiamo davvero dire come succede. Sei appena commosso da una frase di Mozart o da una frase di Schubert. Puoi analizzarlo; puoi dire: “È molto ben costruito. Ecco il primo, il quarto, il quinto passo.” Ma questo non spiega il miracolo di esso; ti sei commosso. E perché? Qui non sono affatto d’accordo con coloro che cercano di minimizzare l’uomo di Mozart, perché l’uomo di Mozart era così grande; lo stesso con Bach. Doveva dire qualcosa. E come ha sottolineato la mia insegnante Edwin Fischer, la musica di Mozart è amore. È così che mi sento al riguardo. Se una persona scrive musica con una grande conoscenza e una grande abilità artistica ma non c’è amore e non c’è bisogno di comunicare qualcosa che non sia solo le note, non posso commuovermi.

Gli insegnamenti di un maestro, un immenso docente e didatta non possono essere racchiusi in poche parole, così come non si può esaurire il valore delle sue esecuzioni nel binomio filologia-emozione. In esse risuona quella che Muti denomina felicemente, la necessità di “aprire le porte al rapimento”.

Per un’ulteriore insegnamento, anche qui forse un po’ meno sacrale, serve ricordare quanto Badura-Skoda tenesse al fatto che la pratica musicale rappresentasse anche un gran divertimento, tornando anche un po’ alle sue radici improvvisative:

È meraviglioso vedere giovani con talento che improvvisano. Conosco un genio, un giovane ventunenne della Cecoslovacchia. Ha già vinto il quinto premio al Concorso Tchaikowsky. Fa qualsiasi tipo di improvvisazione e puoi vedere quanto si diverte! Ho passato del tempo con lui con lui circa due mesi fa e quello che ha fatto è stato incredibile! Ad esempio, si è destreggiato in un’improvvisazione e poi ha fatto qualcosa che già Mozart aveva già fatto prima: imita una persona che non si decide a concludere. Ha colpito gli accordi finali e aggiunge un’altra cadenza e un’altra corsa, e ora pensi che arriverà l’accordo finale, e fa un altro Crescendo! E lo ha fatto per circa tre o quattro minuti! Alla fine ha concluso con una piccola nota molto morbida! Quindi è stato divertente! Penso che il divertimento dovrebbe essere lì!

Non può non destare in noi divertimento anche il pensiero della didattica musicale, se pensato tra due giganti come Bach e Mozart nel modo in cui lo ha immaginato:

Sento che se Bach avesse conosciuto Mozart, avrebbe detto: “Oh, sei una persona meravigliosa e ti prendo come studente! Ma il tuo contrappunto ha ancora bisogno di essere lucidato.” Avrebbe potuto dirlo! Ma Mozart, ovviamente, ha poi scritto i suoi capolavori come Fuga in Do minore, prima nella versione per due pianoforti, e poi per il quartetto d’archi (probabilmente per orchestra d’archi). E credo che Bach avrebbe riconoscergli merito dicendo: “Beh, sai qualcosa sull’arte di scrivere musica”.

Concludere un sorriso e discorsi sul divertimento uno scritto dedicato ad un tale personaggio che recentemente ci ha lasciati potrebbe apparire l’ennesima nota stonata, ma in nessun caso come qui ci si può difendere immaginando che non in un modo diverso Paul Badura-Skoda avrebbe chiesto d’esser ricordato: certo, con un sorriso proviamo a ricordarlo, ma non potrà non essere un po’ malinconico e appesantito dalla tristezza, consapevoli di quanto abbiamo perduto con lui. Il sorriso ci viene suggerito soprattutto da un ultimo insegnamento, forse il più faticoso per molti musicisti e musicofili d’oggi: la fiducia e l’ottimismo che Badura-Skoda nutriva per l’avvenire della musica, intravedendo nell’apparente infruttuosità di un dato momento storico una possibile silente germinazione per un fruttuoso futuro. Sembra l’insegnamento più faticoso, ma quello per cui anche ove fossimo più restii a provare la stessa fiducia, dovremmo nutrire più gratitudine. La gratitudine più diffusa, più viva e più semplice, naturalmente, la si nutrirà sempre per le sue preziose interpretazioni, un continuo sostanziarsi di grazia.

…So soft, so calm, yet eloquent,
The smiles that win, the tints that glow,
But tell of days in goodness spent,
A mind at peace with all below,
A heart whose love is innocent!

(Lord Byron)

Lorenzo Pompeo

About the Author

Lorenzo Pompeo

Ho iniziato a suonare da bambino e ho conseguito il diploma di vecchio ordinamento in Pianoforte al Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli, la mia città. La passione per la musica si è intrecciata a quella per le "humanae littarae" e così allo studio musicale si è affiancato quello della Filosofia, presso l'Università Federico II. Da qualche anno sono membro di questa realtà perfetta per parlare e imparare di musica e cultura, Quinte Parallele, per la quale mi occupo di musica russa e dell'Est Europa, oltre che di Filosofia ed Estetica della musica.