MITO 2019, geografie: l’unione di voci e strumenti

In Eventi by Matteo Camogliano0 Comments

Il rinomato festival MITO Settembre Musica, ormai appuntamento fisso di fine estate per gli amanti della musica classica, ha visto susseguirsi tra Torino e Milano più di 120 concerti. Il tema scelto dal direttore artistico Nicola Campogrande per l’edizione 2019 è stato “geografie”, vocabolo che evoca immediatamente una serie di connessioni extramusicali nell’ambito storico e dell’attualità. Geografie e quindi confini, che possono a volte distinguere e separare, ma che in musica tendono soprattutto ad unire. Molti concerti avevano come titolo un riferimento ad un determinato contesto geografico, ed i programmi erano dunque articolati in modo da creare uno spaccato su una determinata fetta geo-storica della musica, oppure un confronto ed un avvicinamento tra queste zone apparentemente distanti e tra loro non confinanti. Felici esempi sono due concerti a cui abbiamo assistito a Torino, nei giorni 7 e 9 settembre, per altro strettamente collegati tra loro in quanto aventi come protagonisti due giganti della musica italiana ed in particolare del violoncello: Mario Brunello e Giovanni Sollima.

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Mario Brunello, nella giornata del festival dedicata ai cori e all’arte del cantare insieme, ha suonato al Conservatorio Verdi di Torino con il Coro del Friuli Venezia Giulia, in un concerto per altro già eseguito in precedenza a La Spezia e a Roma, dove lo abbiamo recensito ed intervistato per l’Accademia Filarmonica Romana, poi replicato a Milano sempre all’interno di MITO.
La geografia rientra nel programma del concerto in maniera piuttosto evidente: dall’Estonia di Arvo Pärt si passa alla Germania di Bach, all’Inghilterra di John Tavener e infine all’Italia di Leo Ferré e Valter Sivilotti. Così, se sulla carta del libretto di sala si crea un’unione geografica, il superamento di confini più interessante della serata è quella che avviene tra voci e strumento, e ancor prima tra musica e testo. Ad un primo livello infatti il suono del violoncello e quello delle voci umane non hanno difficoltà a fondersi, grazie alla vicinanza timbrica, ma altrettanto non si può dire per la congruenza di testo e musica. Oggi siamo talmente assuefatti alle cosiddette canzoni e all’utilizzo continuo della musica vocale cui siamo sottoposti che non ci accorgiamo più del necessario compromesso che sottosta a questa unione. La fusione di questi due elementi richiede infatti la creazione di una terza realtà, da quella puramente “bidimesionale” del testo e della musica scritta, a quella tridimensionale e tangibile dell’esecuzione, della trasformazione in evento che si realizza nel tempo. C’è sempre anche un problema ontologico a priori, quello della sovrapposizione: nasce prima il testo o prima la musica? Quale ha il ruolo principale, quale viene modellato sull’altro? La musica acquista maggiore significato linguistico e potenza comunicativa con l’ausilio del testo, ma il testo stesso acquista maggiore profondità ed efficacia con il supporto della musica. La parola poi, quando come in questo caso proviene geograficamente da realtà linguistiche differenti, necessita di una traduzione, per essere compresa. Tuttavia a volte tradurre, in quanto atto a posteriori rispetto al comporre, può sembrare a qualcuno un tradire l’intenzione originale del compositore.
Ecco allora che l’ascolto del concerto lascia trasparire, indipendentemente dalla lettura e dalla comprensione dei testi riportati in traduzione sul libretto di sala, quella che è la fusione in un unicum dell’elemento parola e dell’elemento musica, secondo le differenti intenzioni dei compositori, ognuno dei quali ha un proprio elemento fondante alla base di questa unione. Pertanto nei brani di Bach ad esempio l’ἀρχή alla base dell’unione testo-musica è la fede, ossia la volontà di rendere lode a Dio. Nelle Akhmatova Songs di Tavener per soprano e violoncello, oltre i diversi livelli di lettura possibili, generati dal gioco di matriosche delle fonti d’ispirazione a più livelli Tavener – Akhmatova – Dante, si scopre una comune matrice malinconica ed emotiva che poi è la stessa tensione che si crea tra lo strumentista ed il cantante. Così anche in Muss es Sein di Ferré, i rimandi beethoveniani e non solo del testo evidenziano una musica che è metalinguaggio, ovvero una musica che parla e riflette di sé stessa.

Nella seconda serata in questione, unico protagonista è Giovanni Sollima, one man show sempre al Conservatorio Verdi di Torino. Folk Cello, così si intitola il suo concerto-spettacolo, è in realtà molto più di una semplice esecuzione di brani contenenti elementi più o meno popolari e folkloristici; è un vero e proprio viaggio, anzi una resa in musica di diversi viaggi e di diverse componenti geografiche e culturali che prima di tutto convivono nell’interprete-compositore.
Quella di solista è per Sollima una descrizione quasi riduttiva. Non si tratta della solita serata a monotematica, sul palco in realtà è come se suonassero le orchestre e gli strumenti provenienti da diverse parti del mondo, tutti racchiusi nell’unica persona-strumento di Sollima.  Interessante è proprio la totale simbiosi che sembra esserci tra il musicista ed il proprio strumento: non solo possiede la tecnica e del virtuosismo, ma conosce lo strumento come parte del proprio corpo e come tale lo spinge fino ai suoi limiti; inoltre non se ne serve solamente come mezzo attraverso il quale eseguire la musica, è per lui anche banco di lavoro e di sperimentazione per la continua elaborazione di frammenti nuovi, raccolti dal vissuto e poi elaborati lentamente o di getto, con l’improvvisazione e la composizione fino ad ottenere il risultato voluto. A parte la prima Suite per violoncello solo di J.S.Bach BWV 1006 in Sol maggiore, inserita come una solida roccia a metà della serata e perfettamente adeguata a questa posizione di bilanciamento, tutte le altre composizioni eseguite da Sollima sono di propria composizione o arrangiamento. In questo senso Sollima è davvero un artista in senso lato e proprio del termine, come forse erano più avvezzi ad essere in genere i musicisti di un tempo: saper bastare a sé stessi, viaggiare, ascoltare, riprodurre, improvvisare, rielaborare, comporre. Un trobadeur dei giorni nostri.
Ecco allora frammenti sfuocati di Armenia, in una melodia tradizionale di Komitas Vardapet, poi reminiscenze di dimenticati autori del barocco italiano e spagnolo, e ancora affreschi di motivi Arbereshe, acquerelli trentini, schizzi di tarante salentine e rivisitazioni di Boccherini. Spicca poi la prima esecuzione assoluta di un brano composto, e in parte forse anche improvvisato, appositamente per questo festival, ispirandosi ad un viaggio compiuto tra i nativi australiani. Sollima spiega che si tratta di qualcosa di antichissimo e ancestrale, una forma di canto che viene tramandata da questi indigeni non in modo testuale, ma attraverso dei pattern fissi che ogni volta vengono elaborati diversamente, insomma una musica continuamente in divenire, antichissima eppure sempre nuova. Quest’impronta ancestrale si sente eccome, in particolare quando Sollima chiede la collaborazione del pubblico, che ripete in modo ostinato un semplice motivo, su cui egli continua a ricamare, creando ancora una volta un dialogo ed una fusione tra voce e strumento che questa volta, a differenza del concerto precedente, non necessita nemmeno di un testo significante per essere comprensibile ed universale.

 

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Matteo Camogliano

Studio violoncello al Conservatorio G.F. Ghedini di Cuneo e Lettere moderne all'Università degli studi di Torino. Musicalmente eclettico e amante di molti generi. Che ma(h)le(r) c'è? Vincitore dell'edizione 18/19 di "Scrivere di Musica dal Vivo" - Ass.ne Lingotto Musica.