Parsifal

L’ultimo rito: il Parsifal di Richard Wagner

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Reso sapiente attraverso la condivisione del dolore,
il puro folle, attendi.
Io stesso l’ho prescelto.Parsifal, Atto I
Tristan e Parsifal sono i protagonisti di un mito medievale di favole poetiche dal cerimoniale antico, spartito tra feudalesimo, cristianesimo ed esoterismo già nei due massimi poemi cavallereschi germanici coevi: il Tristan di Gottfried von Strassburg e il Parzival di Wolfram von Eschenbach. Tristan, sospinto dal mistero del fato, vi solcava i mari del Nord alla ricerca di un amore da sublimare nella morte. Parzival vi percorre gli ardui sentieri del ramingo senza meta, in fuga da se stesso, alla ricerca della salvezza, sul confine tra mito e realtà, follia e sapienza, rinuncia e conquista, evento mistico e rito religioso. Non potrà rimanerne immune Richard Wagner – l’inquieto grande musicista romantico, votato alla redenzione estetica dell’umanità attraverso l’Arte – soprattutto dopo l’avida lettura del Mondo come volontà e rappresentazione di Arthur Schopenhauer, opera impregnata di romantico pessimismo, di simbolismo, di estatica ricerca del dolore nella realtà illusoria del mondo. Il senso filosofico più profondo del Parsifal wagneriano sarà, infatti, la negazione della Volontà attraverso l’etica della pietas in un mondo che – secondo il dettato di Schopenhauer – è votato al dolore, e la ricerca di una salvezza ottenuta attraverso la Fede sull’arduo percorso dell’espiazione, del perdono, della compassione, della condivisione universale del dolore, così come citano i misteriosi versi scritti nel divino bagliore del cristallo del Sacro Graal:

Durch Mitleid wissend, der reine Tor,
harre sein, den ich erkor.
[Reso sapiente attraverso la condivisione del dolore, il puro folle, attendi. Io stesso l’ho prescelto].

Ultimo dramma del Maestro di Lipsia, sorto dalle ceneri del mistero di Lohengrin, del dolore di Tristan e del sacrificio di Siegfried, Parsifal è un’opera straordinaria, sublime nella pittura sonora, profonda nel motivo della fede, intrisa di germanesimo e, insieme, di quel clima “italiano” rigorosamente cattolico e gioiosamente pagano, vissuto dal musicista nei lunghi viaggi del 1880 e 1882 tra Siena, Napoli, Venezia e Palermo, dove l’opera viene conclusa il 13 gennaio 1882.
Vi giocano opposte allegorie, dai colori del bianco e del nero – già richiamati nel Prologo del poema medievale di Wolfram a simbolo di luce e tenebre, di fede e dubbio, di amore e dolore, di orgoglio e rinuncia – agli scenografici opposti manichei, con l’occulta sala del Graal contro una natura luminosa e aperta, con il freddo, inaccessibile ma salvifico castello di Monsalvat, tempio dei cavalieri del Graal, contro il lussureggiante ma funesto giardino incantato del castello di Klingsor, regno del Male; con lo stesso Parsifal, selvatico paladino, folle e puro, che sull’eterno conflitto tra Bene e Male saprà celebrare, con la ieratica solennità di un’autorità religiosa, l’esperienza della rivelazione per una nuova, attesa Redenzione. Dopo aver, infatti, annientato il mondo del Male, riconquistato la sacra Lancia della salvezza e a lungo errato tra tempo e spazio indefiniti di un lento iniziatico percorso di trasformazione spirituale – teso all’acquisizione di quella conoscenza ontologica, propria della religione, capace di illuminare e avvicinare alla natura del divino – nel terzo atto il Parsifal wagneriano, il puro e folle eletto, temperato dal dolore e sospinto dalla forza della fede, nella rinnovata luce di un’amena Natura che respira, vive, fiorisce e prega per festeggiare, purificata, il nuovo risveglio primaverile, sul suono di campane che richiamano al grande Appello giunge al grande Tempio, depositario del Santo Graal. Anche la musica “rivela”, attraverso quadri sonori dai grandi effetti armonici e cromatici, immagini lontane che fluttuano sfocate nella mnesi di ricordi e umbratili lamenti, di invocazioni silenti ed echi di lotte, di affanni, di sventurato errare sui sentieri del dolore… e, insieme, giubili di devozione, di serena empatia con il canto della Natura, con il chiarore del nascente giorno. È l’incantesimo del Venerdì santo, il delicato acquerello lirico del terzo atto dell’opera: una polifonia di suoni elegiaci che riflettono, nello scenario di una Natura solare e benigna, il volto di Dio.

Poi lentamente, tra magia scenica e illusione sonora, tutto si oscura… scompare la natura in fiore per dar volto scenico a tetri paesaggi rocciosi, cui la musica partecipa con grevi rintocchi funebri, oscuri cromatismi di ottoni dall’aura di un’orfica discesa agli abissi, dove i cavalieri del Graal attendono in silenzio, tra voci di morte. Anche il Graal sembra esanime, inerte sotto il prezioso, pesante drappo. Due cori di cavalieri intonano la miseria umana, celebrando l’estremo dolore di un ultimo rito, celebrato per l’ultima volta. È venerdì santo, il giorno dedicato alla morte… ma già la musica cela una luce interiore, estatica preghiera, franta e solenne, rivolta alla speranza e alla divina pietà, mentre Amfortas, come Tristan morente, dallo stremo delle forze richiama a sé la morte. In tale abisso di delirio avanza Parsifal con la sacra Lancia, brandita in alto verso il centro della grande cupola, nel rapimento mistico dell’agape dei Cavalieri. Nell’estasi collettiva, il miraculum: dalla Lancia scorre sacro sangue, che fluisce in dolorosa ricerca [Sehnsucht] della fonte sorella: il sangue di Cristo redentore nel calice del Sacro Graal. Tra le mani di Parsifal in muta preghiera, il Graal viene elevato. In orchestra esulta il motivo del Calice e dei suoi misteri, dal tema del dolore all’inno della fede, iscritti nella storia di ogni uomo per indicare la via vera della Vita.
Nella sala che si oscura, il sacrificio, nella sua essenza originale più profonda: tra voci mistiche che vibrano leggere dall’alto intonando

Höchsten Heiles Wunder!
Erlösung dem Erlöser!
[Miracolo di suprema salvezza! Redenzione al Redentore!]

il Sacro Graal rifulge del rosso sangue di Cristo, versato per elargire Grazia di nuova redenzione su tutto ciò che vive e soffre. Una bianca colomba, discesa dalla cupola, si libra leggera su Parsifal che, tracciando in alto, sulla riunita confraternita, il segno della croce – eterno simbolo di dolore e di vita – suggella il rivelato miracolo di Amore. È il momento spiritualmente più significativo e musicalmente più intenso dell’intero dramma.

Nella ieratica solennità della mistica esperienza, non un’apoteosi musicale ma sonorità pure, rarefatte, traslucide; voci divine illuminate da trasparenze nuove, dilatate fino agli estremi confini del suono. La conclusione del dolente viaggio si arresta sul tema del Dolore e del miracolo del Graal, su cui si chiude il sipario.
Nel teatro-tempio di Bayreuth, dove l’opera viene rappresentata per la prima volta il 26 luglio 1882, per volere dello stesso Wagner non vi sono applausi. Il rigoroso silenzio, che deve custodire l’eco del quadro scenico finale, è anch’esso rito iniziatico di verità rivelata, non alla miseria dei deboli ma alla compassione dei forti.
Misticismo cavalleresco, ascesi, redenzione, rito… rito di un cristianesimo inerte, riletto da Schopenhauer-Wagner, che, cedendo al dolore, al sacrificio, alla compassione, più non collima, però, con l’etica dell’eroismo e della gloria che aveva intriso gli eroi dell’Anello del Nibelungo… rito di un pericoloso parsifalismo che, secondo Friedrich Nietzsche – il filosofo della grande “crisi”, umbratile ideatore dello Übermensch e del suo paradossale vangelo Also sprach Zarathustra – rischia di corrompere e flagellare le anime, di annientare quello “spirito dionisiaco”, motore dell’etica dell’eroismo, prostrando l’umanità dinanzi al culto della sofferenza, se non della più abbietta superstizione. Da qui la fine della lunga amicizia tra Nietzsche e Wagner. Il filosofo spezzerà le catene della devozione al musicista per lanciarsi in avventure spirituali sempre più ardue, fino al dramma della follia; Wagner crea invece il suo immortale Eroe, l’unico ad aver saputo celebrare la vittoria della Vita sulla Morte. Eppure proprio Nietzsche, grande assente alle rappresentazioni di Bayreuth del 1882, dopo l’ascolto del 1887, in forma di concerto, del Preludio al Primo atto del Parsifal – preludio che, come per il Tristan und Isolde, racchiude già l’epos dell’intero dramma, espresso con chiarezza di ogni dettaglio su un ordito armonico che già anticipa la teatralità del rito – ancora prima di redigere Il caso Wagner scriverà da Nizza all’amico musicista Peter Gast, il 21 gennaio 1887:

«Credo che Wagner non abbia mai scritto qualcosa di meglio. Vi è una chiarezza descrittiva tale da far ricordare un’antica insegna araldica finissimamente lavorata e, nell’abisso della musica, un sentimento sublime, un’esperienza, un evento dell’anima, che fa grande onore a Wagner; una sintesi di qualità che molti uomini, anche “uomini superiori”, riterranno irraggiungibile; una sintesi di un rigore esemplare, di una “altezza” nel senso più intenso del termine, di una penetrazione capace di trapassare l’anima come un coltello, insieme ad un profondo senso di compassione per ciò che viene inteso e mostrato. Altezze simili si trovano solo in Dante, e in nessun altro».

Adele Boghetich

Per approfondimenti:

Adele Boghetich, Richard Wagner. Parsifal e il segreto del Graal (prefazione di Guido Salvetti), Zecchini, 2017.

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