Ravenna Festival

Ravenna Festival, l’incanto del ritmo

In Recensioni by Silvia D'Anzelmo0 Comments

Il Ravenna Festival festeggia i suoi primi 30 anni e sceglie come strumento guida per questa edizione il suono ancestrale e iterativo delle percussioni. Una serie di concerti, le 100 percussioni appunto, che mescolano alle sensazioni dionisiache della pratica rituale, il rigore compositivo della musica contemporanea. Per 10 giorni, Ravenna è stata il punto d’incontro per modi differenti eppur miracolosamente vicini di intendere le percussioni, permettendo all’ascoltatore di viaggiare (veloce e leggero) tra geografie lontanissime. Questi concerti, infatti ,sono stati appositamente immaginati come un ritorno alle origini della cultura umana quando, in principio, era solo il ritmo.
Affascinati da questa sensibilità per uno strumento che tradizionalmente, nella musica colta occidentale, non è certo eletto tra i protagonisti, abbiamo deciso di avventurarci fino a Ravenna per cogliere qualche piccolo tassello di questo mosaico ricco e articolato.  Abbiamo scelto di seguire due concerti apparentemente lontanissimi tra loro eppure capaci di far coppia come due facce di una stessa medaglia. Nel primo abbiamo ascoltato Ostinato di Giorgio Battistelli e Drumming di Steve Reich: il rito lucido dell’intelletto; nel secondo, invece, abbiamo ascoltato Psappha di Iannis Xenakis, I funerali di Achille di Giacinto Scelsi, per chiudere con due brani di Karlheinz Stockhausen Vibra Elufa e Kathinkas Gesang als Luzifers Requiem: il bisogno di riscoprire la magia di un’esperienza sintetica, mistica del rituale. In sostanza la necessità di tutti questi compositori è la stessa: fondare un tempo nuovo, non basato sulla frenesia dell’attesa ma sulla profondità dell’evento; ma ognuno di loro guarda la faccenda dal proprio punto di vista, rendendo valido qualsiasi approccio.

Entrambi i concerti nascono dalla collaborazione fra il Ravenna Festival e l’Accademia Chigiana: una vera e propria sinergia fra queste due prestigiose realtà italiane che puntano a promuovere e valorizzare i giovani artisti. Un’opportunità straordinaria di arricchimento e scambio reciproco che ha permesso ai ragazzi del Chigiana Percussion Ensemble, guidati dal Maestro Antonio Caggiano, di approfondire le tecniche esecutive di alcuni tra i più importanti brani della letteratura per strumenti a percussione. In entrambi i casi, infatti, i ragazzi erano presenti come protagonisti assoluti, esecutori di altissimo livello.

L’antico monastero di Santa Chiara, che è oggi il Teatro Rasi, è stato cornice del primo concerto. Incastonata nell’area scenica, l’abside illuminata di blu e ghiaccio ha fatto da perfetto quadro per un concerto in cui la percezione dello scorrere del tempo è stata totalmente annullata. Disposti sulla scena timpani, grancasse, bongo, tom-tom, tamburi, tamburelli e sonagliere aspettano silenti i primi tre esecutori: Antonio Caggiano, Rodolfo Rossi, Gianluca Ruggeri dell’Ars Ludi Ensemble. E a rompere quel silenzio ancestrale è stato Ostinato di Giorgio Battistelli. Un brano scritto di getto, suggerito dai ritmi delle diverse culture presenti a Berlino. Ma la versione che abbiamo ascoltato a Ravenna non è quella originale del 1985, quando a eseguirlo erano solista con tamburo a cornice, coro e nastro pre-registrato. La revisione fatta da Gianluca Ruggeri ha previsto che la parte percussiva del solista venisse ritmicamente moltiplicata e distribuita tra i tre interpreti. A guidare gli esecutori in questa partitura modulare è Antonio Caggiano che tiene il numero delle ripetizioni e annuncia ai suoi compagni il momento in cui bisogna passare al modulo successivo. L’esecuzione impeccabile delle dinamiche ha permesso di esplorare al massimo le virtualità di questo brano iterativo. I tre si trovano in perfetta sintonia tra loro, è chiaro che si tratta di un insieme rodato oramai da anni di esperienza. E, in effetti, accelerazioni e decelerazioni sono state eseguite senza la minima sbavatura (solo Rodolfo Rossi, qualche volta, si è trovato leggermente in anticipo rispetto agli altri).


Dopo questo omaggio ai Punk berlinesi, è arrivato il tempo di Drumming di Steve Reich. L’abside cambia veste, smette il pallido ghiaccio per indossare una luce calda e avvolgente. Questa volta, sul palco, arrivano i ragazzi del Chigiana Percussion Ensemble ma non tutti insieme, alla spicciolata. La prima parte, infatti, è solo per tamburi bongo intonati che procedono alla costruzione del pattern di 12 tempi: niente ci è dato in questo brano, la sua scoperta è tutta in divenire. A gestire le entrate dei vari strumentisti è, ancora una volta, il Maestro Caggiano. A dir la verità Drumming non è da eseguire con direttore ma la sua strutturazione è talmente complessa che presuppone una concentrazione quasi trascendentale, molto difficile da raggiungere. Il performer di queste musiche non si trova nella stessa situazione degli altri: il processo richiede attenzione assoluta, assorbe completamente sia l’esecutore che l’ascoltatore. Ci vogliono anni per poter riuscire a governare quello che è una esplorazione profonda del tempo verticale e non direzionato. Nonostante questo, i ragazzi hanno gestito con grande attenzione entrate, costruzione e decostruzione di questo pattern vivente che ricorda tanto la respirazione. Ai tamburi bongo succedono le marimbe e le voci femminili e qui arriva qualche ‘pecca’. Nell’esecuzione dei pattern risultanti, durante il processo di defasaggio, l’entrata non è stata sempre pulita e precisa. Roba di pochissimo, in realtà, ma in un brano del genere cambia davvero la percezione del tutto. La cosa che davvero non abbiamo apprezzato sono state le cantanti: ci spiace signore, ma non siamo all’opera! Per Steve Reich la voce è uno strumento come gli altri e non c’è gerarchia di sorta nei suoi organici. Mentre Silvia Lee e Chiara Tavolieri erano troppo presenti o troppo poco, incapaci di gestire le dinamiche con la dovuta precisione. Proseguendo nella sezione con gli xilofoni, decisamente migliore è stata la prova di Manuel Zurria che, con il suo ottavino, segnava i pattern risultanti di questa terza parte. E tutto si è concluso con un’ultima esplorazione del pattern già esposto nelle sezioni precedenti. La differenza? A eseguirlo, questa volta, sono stati tutti gli strumenti presenti in scena rivelando la fascinazione timbrica contenuta in 12 semplici tempi. Che dire? I ragazzi del Chigiana Percussion Ensemble forse devono ancora migliorarsi, ma sono decisamente sulla retta via.

A incorniciare il secondo concerto è stata invece la Chiesa di San Giacomo a Forlì: ancora una volta passato e presente convivono simultaneamente. Entrare in chiesa è stato già di per sé un’esperienza fortemente connotata: tra gli stucchi e il bianco diafano spuntavano  i pannelli fonoassorbenti, i due mandala in cui è segnato per intero il brano che Stockhausen dedica a Lucifero, così come le postazioni dei sei musicisti-sacerdoti. Ma a rompere il silenzio non è toccato ai lazzi ironici e misteriosi del requiem infernale: a risuonare per primo tra le mura del XIII secolo è stato Psappha di Xenakis. I tre livelli timbrici di queste cellule ritmiche sono stati governati con grande maestria da Jamil Zidan. E, mentre il suono più grave riportava alla mente i fuochi d’artificio nelle feste religiose dei paesi italiani di qualche tempo fa; le lunghe pause hanno creato una sospensione carica dell’attesa di una rivelazione. Il volto di Jamil è concentrato ma sereno: come un maestro di cerimonia ci guida in questo rituale mistico e ancestrale che sembra rinascere dalla notte dei tempi. Forte, arcaico, tanto potente da far protendere in avanti la platea degli ascoltatori che cerca di cogliere ogni minima inflessione di questo cerimoniale.

Segue poi l’atmosfera sospesa, rarefatta tanto da sembrare statica de I funerali di Achille di Scelsi. Un’esecuzione che non ci ha tanto convinti, è sembrata incolore e fiacca rispetto agli altri brani. Proseguendo in questa sfida allo scorrere del tempo che collega quotidiano ed eterno, incontriamo Kathinkas Gesang, requiem per Lucifero. Al centro della scena, circondato da un’abside infuocata, ritroviamo Manuel Zurria che lancia il suo lamento disarticolato con il flauto traverso. Nello stesso tempo, i sei percussionisti raggiungono le loro postazioni che rappresentano i sensi: gusto, vista, tatto, olfatto, pensiero e udito. Vestiti dei loro ‘strumenti magici’, il passo misurato e cadenzato, somigliano più a sacerdoti-totem che a performer. Grida, ‘rumori’, suoni si avvicendano in questo rituale violento che condensa in sé la vita e la morte. Il flauto di Zurria continua con  suoi lazzi, alternando suoni inarticolati e dialogando con la comunità in ascolto e con i suoi ‘sacerdoti’. La disposizione dei musicisti permette un’esperienza immersiva del suono che avvolge completamente l’intera platea. E mentre si arriva al parossismo, per caso o per fortuna, a destra degli ascoltatori si aziona un’enorme ascensore a vetro: nella penombra della chiesa, il fascio luminoso e innaturale arriva a sottolineare il grido finale di Lucifero: la sua è morte, reincarnazione o accesso alla Luce eterna?

Ravenna Festival

Silvia D’Anzelmo

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Silvia D'Anzelmo

Silvia D’Anzelmo, nata a Formia nel 1990, vive tra Itri, Roma e Napoli. Appassionata di musica fin da bambina, studia pianoforte e Teoria e Analisi musicale privatamente. Nel 2014 si laurea in Musicologia presso l’Università di Roma “La Sapienza” con il massimo dei voti e la Lode e da quel momento svolge un’intensa attività di divulgazione musicale attraverso lezioni concerto per conto dell’Accademia di Santa Cecilia; collabora con varie istituzioni come la “IUC: Istituzione Universitaria dei Concerti” e il Fondi Music Festival per le quali cura le note di sala; inoltre, da circa un anno si dedica alla scrittura di libretti per CD classici e collabora con vari magazine come “Zero”, “La gazzetta musicale” d’Italia, il “Corriere Musicale” per la presentazione e recensione di spettacoli.