Villa Borghese Piano Day

Villa Borghese Piano Day: un reportage emozionale

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Ci sono certi luoghi, dentro Roma, che manifestano una spudorata vocazione per accogliere eventi comunitari, dinamiche sociali esaminate nel particolare, scambi di esperienze e anche contrasti. Una poliedricità che molti scrittori, da Moravia a D’Annunzio, da Fitzgerald ad André Gide hanno saputo cogliere e testimoniare, chi nei propri romanzi, chi nei diari. L’enorme giardino creato sull’antico sito degli horti luculliani, e appartenuto dalla famiglia dei Borghese, è uno di questi. Un luogo di incontri per eccellenza, dove la sosta per i turisti impegnati nel Grand Tour della Capitale (ma anche dei romani, spesso e volentieri turisti nella loro stessa città), è quasi d’obbligo. Scegliere di organizzare eventi in un luogo del genere, dunque, non permette soltanto di radicarsi in un punto focale della vita sociale romana, ma anche (e soprattutto) di poter creare delle connessioni estremamente suggestive.Alla sua terza edizione, il Villa Borghese Piano Day, organizzato grazie alla caparbietà di Massimo Spada e Gaia Vazzoler, entrambi pianisti (ed entrambi docenti), con il sostegno dello sponsor unico Coop, manifesta proprio una doppia peculiarità: quella di tenersi in un luogo-simbolo dell’estate romana e, per questo motivo, di uscire un po’ dagli schemi della fruizione dei programmi concertistici. Un ampio programma, dalla tarda mattinata, fino al tramonto; pianisti di ogni età e formazione a esibirsi su cinque diverse postazioni; uno spazio dedicato al pubblico (precisamente alla postazione del Pincio), per permettere anche agli amatori di potersi esibire. Una bella sperimentazione di musica “democratica” e di partecipazione quasi comunitaria all’evento musicale.
A tal proposito Massimo Spada ci fornisce una panoramica piuttosto esplicativa:

Volevamo organizzare qualcosa che fosse diverso, ma che al tempo stesso proponesse la stessa alta qualità musicale che si può trovare in una stagione concertistica. Quindi abbiamo pensato (io e Gaia Vazzoler, l’altra colonna portante dell’evento) di condensare una “tipica” stagione concertistica dedicata al pianoforte in un giorno solo e soprattutto di farla all’aperto, permettendo anche al pubblico di interagire attivamente, non solo di ascoltare. Cosa piuttosto insolita, per dei concerti eminentemente pianistici [e non solo! ndr]. La risposta di pubblico è stata molto entusiasta, quindi abbiamo deciso di replicare l’evento per un secondo e un terzo anno. Così il contatto con il Comune di Roma si è in un certo senso fluidificato e loro sono stati molto entusiasti di riproporre un evento del genere, sia per le presenze, che negli scorsi anni sono state molto elevate, sia per il tipo di programma che presentavamo.

Credo si possa anticipare fin da subito che il programma generale, pur rispettando determinati canoni piuttosto consolidati nel repertorio pianistico e quindi di essere immediatamente riconoscibile, ha in sé delle piccole, ma significative gemme. Troviamo Alkan, pianista e virtuoso francese, poco conosciuto fuori dai circuiti degli “addetti ai lavori”; Schumann, che solo recentemente è stato integrato stabilmente nei programmi di musica da camera; e una bella finestra sul jazz, sia improvvisato che scritto sullo spartito. Massimo Spada ha inoltre concesso un’anticipazione significativa sulla musica contemporanea. Stimolato da una mia provocazione sull’assenza nel programma di un repertorio di musica degli ultimi 40 anni, ha risposto con grande entusiasmo e sincera curiosità, dimostrando la volontà di sperimentare ed ampliare ulteriormente il lavoro svolto in questi tre anni:

Più che una domanda, mi sembra una splendida proposta! Bisogna aggiungere e sentire idee da ogni dove, la divulgazione della musica contemporanea va sempre aiutata e promossa. Sarà nostra cura aprire un canale contemporaneo nella prossima edizione.

…nella speranza che la promozione della musica contemporanea possa uscire prima o poi dall’emergenzialità e dalla sua posizione di esclusività, aggiungerei io.

Tornando all’evento, le esibizioni da segnalare sono state numerose e ognuna con delle proprie peculiarità.

Di fronte al laghetto di Villa Borghese, il concerto di inaugurazione di Cristiana Pegoraro. Presentata da Gaia Vazzoler, ha esordito con una trasportante trascrizione per pianoforte de Le Cygne da Le Carnaval des Animaux di Camille Saint-Saëns, attirando tutta l’attenzione del folto pubblico, che si era arrembato lì intorno, anche sotto il sole cocente. Ho partecipato alle performance e ai recital pianistici per quasi tutta la durata della manifestazione e ho potuto osservare, annotare, registrare moltissime reazioni ai concerti che si sono tenuti nelle cinque postazioni dei pianoforti (che sono stati offerti da Ciampi, sponsor tecnico). Un ascoltatore decisamente entusiasta – uno studente universitario probabilmente – posizionato a pochi metri dal mio rifugio d’ombra, nota che sto prendendo appunti sul taccuino e scattando istericamente fotografie dallo smartphone. Mi avrà scambiato per chissà quale critico musicale. Allora tenta un approccio certamente non consueto e mi tempesta di domande – quale gioia potersi confrontare mentre la musica fluisce e scorre impervia all’aria aperta, senza provare quella circospezione e forzata timidezza per non rompere il silenzio sacrale della sala da concerto! Ne approfitto subito e ribalto completamente la situazione a mio vantaggio, incalzandolo sul perché si trova qui, se è un abituale frequentatore di sale da concerti e quant’altro. Nella sua logorrea si è lasciato perfino scappare qualche dichiarazione pertinente:

Immerso nel verde di Villa Borghese, ho notato fin da subito – mi dice con ostentata sicurezza – “che la differenza con una normale fruizione della musica classica, con la sala da concerto in senso generale, è enorme, abissale. Così tanto che quella specie di reverenza che posso provare io, ma come provano tanti altri miei coetanei, quando entro in un qualunque [sic!] Auditorium, scompare completamente. In un contesto del genere invece ti ritrovi lanciato in un’atmosfera familiare e per certi versi paradossalmente più introspettiva – è quasi uno shock! Saltano tutti i punti di riferimento pre-costituiti, si crea più connessione tra pubblico e interprete…!

Alle 11:30 di mattina il senso della giornata era già disegnato compiutamente nella mente degli ascoltatori, che erano condotti quasi naturalmente a percepire un gusto di genuina novità, unito evidentemente ad un sincero senso di partecipazione ad un evento classicissimo nei contenuti, ma decisamente non consueto nella forma.
La penombra della Fontana Oscura ha ospitato invece la performance del maestro Claudio Curti Gialdino, con Beethoven, Debussy e Chopin. L’evento è galvanizzante. Approssimata al pianoforte una bambina nel suo passeggino, affiancata da un parente – forse il nonno – poteva quasi toccare il bordo della tastiera. Nella vicinanza tra esecutore e pubblico si riscopre il minimo comune denominatore di qualunque esperienza artistico-comunicativa: la connessione tra età ed esperienze, il valore pedagogico.

 

Ore 11:30. Aspettando Claudio Curti Gialdino alla Fontana Oscura

Anche i concerti delle cosiddette “nuove leve” in questo senso sono stati delle rivelazioni.
Alle pendici dell’Orologio ad Acqua, di fronte alla Casina Valadier, uno squisito edificio neoclassico costruito in epoca napoleonica, Tobia Pizzirani si è dedicato ad un suggestivo (e muscolare) programma sonatistico con la “Appassionata” di Beethoven e la Sonata n. 3 op. 58 di Chopin.

Ore 12:00. Tobia Pizzirani di fronte l’Orologio ad Acqua

Uno spazio di prim’ordine è stato offerto anche alla musica cameristica. La postazione della Casa del Cinema, a pochi metri da uno degli ingressi più frequentati di Villa Borghese il trio composto da Giuseppe F. Paci, Margherita Paci e Filippo Tenisci, si è concentrato su un repertorio romantico, alternandosi alla postazione. Protagonista sempre il pianoforte quindi, con delle incursioni di altri due strumenti (clarinetto e violoncello), che non si sono fatti intimidire dalla dispersione sonora in luoghi aperti, gestendo perfettamente la sfida dal punto di vista timbrico e sonoro. Prima le 32 Variazioni in Do minore per pianoforte di Beethoven, poi la Sonata op.120 n.1 per clarinetto e pianoforte di Brahms e infine, sfidando il vento che nel frattempo si era alzato, turbinando sui leggii, ancora Beethoven con il Trio op.11 per clarinetto, violoncello e pianoforte.
La pausa del programma “ufficiale”, ha rivelato l’aspetto più interessante dell’intera giornata. Nonostante il sole a picco e la canicola che poteva costringere un fuggi fuggi disordinato dei gruppetti di ascoltatori verso i vari chioschetti sparsi attorno il Piazzale delle Canestre e Piazza Bucarest, la musica non si è fermata. Chi tra il pubblico voleva regalare i frutti del proprio studio, amatoriale o accademico, saltuario o continuativo, poteva farlo nella più totale libertà.
Un giovane fotografo, per esempio, che aveva partecipato fin dalla mattina, destreggiandosi da un concerto all’altro per testimoniarne i momenti clou, riponendo la sua reflex con fare contemplativo e trasognato, si è esibito in una lunga performance, tutta concentrata sulla musica minimalista. Ludovico Einaudi e Max Richter.
Per me la musica non ha confini – mi ha confessato dopo i calorosi applausi – semplicemente non ne ha. E non ne crea. Mette in connessione in maniera emozionale, caricandosi del peso dell’esperienze delle persone.
Nel pomeriggio, ancora alla Casa del Cinema, dove un giovanissimo Francesco Bravi si è dedicato al programma forse più interessante e ricercato. Dopo la Sonata in Mi bemolle Maggiore, op. 31 n.3 di Beethoven, Bravi ha inserito uno degli Etudes en mineur di Charles-Valentin Alkan (il n.4), caratterizzati da un livello di virtuosismo veramente significativo, che nulla hanno da invidiare alle opere coeve di un Liszt o di uno Chopin. Il titolo dello studio n.4, Symphonie pour piano seul, suggerisce una concezione estremamente complessa e articolata della timbrica pianistica, che si presta non solo ad un funzionamento eminentemente virtuosistico, ma anche espressivo e coloristico. Bravi ha colpito per la sua capacità di restituire una tavolozza di colori molto variegata: pur nel chiacchiericcio periferico dei passanti e i rumori di sottofondo di una sempre più affollata area, si è riuscito ad apprezzare ogni sfumatura timbrica. Nemmeno il gioco impertinente di due bambini, che scorrazzavano qua e là attorno al pianoforte, ha rotto l’atmosfera creata dal giovane interprete.

Ore 16:00. Francesco Bravi alla Casa del Cinema

Bravi ha infine concluso con un’altra composizione romantica, estremamente impegnativa: gli Studi Sinfonici di Robert Schumann, un’altra “chicca” estrapolata da un repertorio troppo poco spesso frequentato. Conscio delle problematiche poste dal pezzo, lo stesso Bravi ha ammesso, poco dopo l’esibizione, che “inserire un brano del genere in un concerto all’aperto, vuol dire chiedere molto al pubblico. Innanzitutto un livello di attenzione molto puntuale, sia perché è difficile seguire tutte le variazioni cui Schumann sottopone il tema principale, sia perché la scrittura pianistica è molto densa; e poi sicuramente una capacità di immedesimazione altrettanto intensa ”. Dalla posizione laterale, ma privilegiata, di reporter non posso che confermarlo straordinario successo della performance del giovane pianista.
Dopo la brevissima chiacchierata con Francesco Bravi, a passo sostenuto mi sono spostato nuovamente nella location misteriosa e suggestiva della Fontana Oscura, dove Gianni Bicchierini ha eseguito l’integrale delle Variazioni Goldberg di Bach, su un pianoforte che iniziava a dare qualche segno di cedimento. L’esecuzione è stata però memorabile sotto ogni punto di vista. Il pubblico, numerosissimo, era assiepato in ogni dove: dalle pendici del giardino, al perimetro della fontana. L’atmosfera sembrava immobilizzata, quasi rarefatta. Gli ascoltatori parevano trattenere il fiato per quella musica antica, entrata in repertorio “solo” nei primi del Novecento ed eseguita solo saltuariamente durante tutto l’Ottocento. Improvvisamente mi viene in mente un passo del racconto Sofferenze musicali del maestro di cappella Johannes Kreisler dello scrittore E.T.A. Hoffmann, in cui viene riportata una bizzarra descrizione dell’Aria con diverse variazioni (il titolo Variazioni Goldberg non era ancora in uso). In una serata mondana con molti invitati viene chiesto a Kreisler di eseguire le Variazioni. Egli è assolutamente riluttante all’idea e vorrebbe evitare lo scandalo provocato da una sua esecuzione, ma incalzato dal pubblico (e da molti bicchieri di punch) accetta l’invito “sibilando tra i denti: ascoltate e crepate di noia”. A poco a poco, variazione dopo variazione, il pubblico fugge, lasciando Johannes Kreisler completamente solo con il sui punch. La reazione è piuttosto insolita, andando avanti a suonare la trentesima variazione Kreisler iniziò a percepire un’ubriacatura maggiore di quella dell’alcol: “Le note prendevano vita, scintillavano, saltellavano intorno a me, un fuoco elettrico passa dall’estremità delle mie dita ai tasti”. La riscoperta quasi trascendentale e mistica di Kreisler è forse la stessa che ogni ascoltatore delle Goldberg subisce (magari non nell’Ottocento, quando Bach era conosciuto ben poco…) quando si dedica all’ascolto di questa composizione così rigorosa, ma al tempo stesso così sospesa, così organicamente costruita ma anche capace di trascinare a sé l’ascoltatore.


Ore 17:00. Gianni Bicchierini suona le Variazioni Goldberg di Bach

Ancora stordito, mi muovo verso quello che – per me – sarà l’ultimo concerto della giornata: Gilda Buttà, la celebre pianista collaboratrice di Ennio Morricone e il marito Luca Pincini, violoncellista trasversale, che vanta collaborazioni che vanno da Mina a Luis Bacalov. Il duo, rodato da parecchi anni, si è sempre dedicato ad un repertorio molto vasto, dedicandosi a moltissimi generi di musiche. Questa eterogeneità del loro repertorio è sottolineata spesso nei concerti e anche in questo caso non sono stati da meno. Franck e Piazzolla. Due compositori agli antipodi, non solo per quanto riguarda la nazionalità. Se la meravigliosa Sonata in La Maggiore (originariamente per violino e pianoforte) è caratterizzata da un equilibrio “quasi cartesiano”, per la limpidezza strutturale e il tono dolorosamente meditativo che riesce a esprimere, il Gran Tango si muove su binari totalmente diversi, attraverso una foga passionale e malinconica veramente struggente (che ha ricordato al sottoscritto certi memorabili concerti che venivano organizzati al Chiostro del Bramante in tempi non sospetti, in cui Piazzolla era ospite fisso nei programmi…).

Ore 18:Gilda Buttà e Luca Pincini in preparazione.

Come poter concludere un reportage di una giornata così intensa? Sicuramente decretando uno spudorato successo della giornata, non soltanto per la qualità della musica, ma soprattutto per la sapienza di gestione, per la capacità comunicativa e per la forza di volontà degli organizzatori. Manifestazioni del genere servono come l’aria, soprattutto in territori a così alto potenziale come la città di Roma, i cui gli eventi musicali sono sì significativi, ma forse un po’ defatigati dal consueto, dal già visto (e dal già sentito, sopratutto).

About the Author

Valerio Sebastiani

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Classe 1992. Laureato in Musicologia con una tesi sulla ricezione della musica di Gustav Mahler nei compositori del primo e secondo Novecento. I suoi ambiti di ricerca sono: la musica tardo-romantica, le avanguardie storiche e le musiche tardo-novecentesche; i rapporti tra musica e poesia; storia delle mentalità in relazione alla musica. Ama Pier Paolo Pasolini e Alexander Scriabin, Claude Debussy e Luciano Berio, Rosa Luxemburg e Bertolt Brecht, Arvo Pärt e Lenin, Gustav Mahler e Wu Ming, Philip Roth e Vittorio Sereni, Lars von Trier e Michel Foucault, gli infiniti silenzi e la musica elettronica, la profondissima quiete e Igor Stravinsky, Woody Allen e il tiramisù, Theodor Adorno e Louis C.K.