Il Principe Azzurro

Le verità del Principe Azzurro: intervista a Gianluca Paolisso e Federica Clementi

In Interviste by Marica Coppola0 Comments

Direttamente da Favole Nuove, progetto teatrale e letterario realizzato dalla C. T. ‘Genesi Poetiche’, viene fuori il Principe Azzurro, spettacolo teatrale in un unico atto che andrà in scena il prossimo Martedì 14 maggio al Teatro Trastevere di Roma. Guidato dal regista Gianluca Paolisso, il protagonista e unico attore Lorenzo Guerrieri porta in scena un personaggio che irrompe dalla fantasia della fiaba per incarnarsi nella realtà contemporanea, con tutto il carico di una sensibilità umana in aperto conflitto col mondo attuale. Nel filtrare attraverso gli occhi del presente gli archetipi del passato, ‘Genesi Poetiche’ mira ad una totale armonizzazione di tutte le discipline artistiche che confluiscono alla creazione di un’opera d’arte teatrale, ponendo particolare attenzione all’aspetto musicale, di cui in questo spettacolo si è occupata la compositrice romana Federica Clementi. Abbiamo incontrato il regista e la compositrice, che attraverso un’intervista doppia ci hanno raccontato il loro Principe Azzurro aprendoci le porte al loro laboratorio creativo.

Gianluca Paolisso, Lei è scrittore, regista e attore. Dal punto di vista di ciascuno di questi tre diversi mestieri, come opera nel raccontare la realtà?

G.P.: Parto col dire che negli ultimi anni, rispetto alla carriera di attore, mi sono dedicato maggiormente al lavoro di  regia e drammaturgia. Mi piace pensare che facendo teatro non esiste una sola forma di scrittura: il testo dell’opera è in realtà solo una forma embrionale. Nel momento delle prove l’attore per forza di cose lo renderà diverso, scrivendo un secondo testo sul primo, assecondando il suo lavoro che è quello di una scrittura corporea. La cornice coerente di queste due cose è la regia, che opera in maniera ancora diversa… ma questo vale anche per le luci, i costumi e le scenografie. Concepisco quindi, nel mio modo di fare teatro, questi tre mestieri come convergenti in un unicum che sia il mondo nel quale lo spettatore deve essere completamente immerso durante la rappresentazione: ma ciò non può essere riducibile solo a un lavoro di tipo razionale. Quando ho iniziato a occuparmi di regia ho sperimentato da subito questa maniera di mescolare tutte queste scritture, e grazie al rimando del pubblico e a soddisfazioni personali mi sono reso conto che poteva funzionare. Questa è la mia firma, la mia identità, quella di una mano artistica che deve contraddistinguersi.

Federica, Lei come vive invece il rapporto tra letteratura teatrale e musica?

F.C.: Parlerei prima della mia formazione musicale. Ho studiato composizione al Conservatorio di Santa Cecilia di Roma fino al quinto anno, per poi continuare privatamente. Mi sono laureata successivamente in Musicologia sempre presso lo stesso conservatorio e ho iniziato quasi da subito a dedicarmi alla musica di scena, sia dal punto di vista compositivo che musicologico. Dal 2008 lavoro come compositrice di musiche per teatro e poi nel 2010 ho avviato una collaborazione con Dacia Maraini, scrivendo molte musiche per i suoi spettacoli. Il teatro l’ho sempre amato, sin da piccola. Ci si occupa di teatro non unicamente scrivendo un testo drammaturgico, ma bisogna conoscere molto altro, e tanto lo si conosce proprio frequentandolo assiduamente anche in qualità di spettatore. Dei tempi scenici, ad esempio, non ci si può rendere conto unicamente attraverso la lettura del testo: bisogna acquisire dimestichezza con essi, soprattutto per ciò che riguarda la stesura della parte musicale.

Cosa ha diversificato le sue esperienze in tal senso?

F.C. : Senz’altro la consapevolezza che ogni lavoro teatrale è un mondo a sé: ad esempio nel caso della mia collaborazione con Dacia Maraini mi sono trovata di fronte ad un teatro quasi unicamente “di parola”, che porta in scena problematiche civili come quelle della violenza in famiglia o sulle donne. Ho lavorato recentemente ad un testo su Giulia Carnevale, una ragazza morta nel terremoto d’Abruzzo: lì per me comporre è stato davvero difficile… mi sono sentita non poche volte inibita nel cercare la musica adatta di fronte a tematiche di uno spessore sociale così profondo e attuale.

Tornando a ‘Favole Nuove’ , Gianluca lo ha definito un “omaggio alle origini”, ma allo stesso tempo “una costante tensione verso il futuro”. Secondo quali passaggi avviene la metamorfosi che conduce un personaggio fantastico fuori dalla fiaba fino a renderlo uomo nella realtà attuale?

G.P.: Questo processo non avviene secondo qualcosa di predefinito.  Più che parlare di lavoro creativo, io parlerei di un’esigenza che mi spinge a costruire qualcosa. Mi sono approcciato alla fiaba e alla favola dapprima come semplice lettore: da lì mi si è aperto un mondo, avevo intuito che queste fossero una miniera di situazioni da cui trarre nuove trame. Posso dire che la prima cosa è immergersi in quelle temperature emotive, e da lì percepire una scintilla che faccia riproporre in chiave moderna certi personaggi, anche a volte quelli considerati minori  o ‘cattivi’ dalla tradizione.  Le sfumature che si possono cogliere in quei racconti sono quindi il motore, ma l’urgenza è attuale, è quella dei temi contemporanei.

Come ha cercato, Federica, di tradurre questo complessa operazione di riscrittura del passato in chiave moderna attraverso le musiche dello spettacolo?

F.C.: Gianluca aveva utilizzato molto le musiche di repertorio per le sue rappresentazioni, prima della nostra esperienza. Nel caso del Principe Azzurro ci siamo trovati a dover cercare un metodo di lavoro per conciliare le nostre attività: tante cose dello spettacolo dal punto di vista musicale sono state costruite durante le prove, insieme agli attori, non essendo tutte sul testo già scritto. Il nostro principale dilemma è stato: viene prima la dinamica dell’attore o la musica? Cosa costruiamo prima? In questo caso, non è stato come lavorare tradizionalmente al teatro di prosa, dove una scena drammatica già scritta dà l’idea immediata di una musica che la commenti: qui l’interazione tra musica e movimento dell’attore è continua e ambivalente. Per quanto riguarda la mia musica nello specifico invece, mi definisco una compositrice dallo stile abbastanza tonale.

 

Quali sono oggi le particolarità  e difficoltà del lavoro di scrittura musicale riferito ad un testo teatrale?

F.C. : Parto col dire che tutte le esperienze di scrittura che ho fatto sono rivolte al teatro. Questo tipo di lavoro musicale, come dicevo, deve per forza di cose adeguarsi a ciò che si fa durante le prove: si lavora tutti insieme. Ad esempio, a volte si scrive una bella musica a casa, ma poi si può scoprire solo nel momento delle prove che in quella particolare scena non funziona: per questo deve esserci molta flessibilità da parte del compositore. Le difficoltà consistono soprattutto nell’entrare adeguatamente nel linguaggio del regista, che spesso si esprime per metafore e immagini che sta al compositore comprendere e rendere al meglio. Poi c’è bisogno anche di un grande spirito di adattamento: mi trovo il più delle volte a dover lavorare con la musica già registrata, o a volte mi piacerebbe usare molti più strumenti… ma concretamente parlando, e anche dal punto di vista economico, ciò non è sempre possibile.

Il progetto “Favole Nuove “ tra l’altro si collega ad una collaborazione con il Conservatorio di Santa Cecilia, grazie appunto alla quale le musiche sono state scritte da Lei, Federica. Di cosa si tratta esattamente?

F.C.: Io mi occupo attualmente di un percorso di ricerca artistica nel Conservatorio Santa Cecilia di Roma. L’idea è quella di inserire nei conservatori anche progetti di dottorato che ancora non esistono… è una bellissima occasione, anche perché siamo in collaborazione con l’Orpheus Institute di Gent. Essendomi iscritta a questo progetto, ho poi deciso di inserire in questo le musiche del Principe Azzurro proprio per quel particolare e fondamentale rapporto tra musica e gesto dell’attore all’interno dello spettacolo, che ho precedentemente descritto.

Parliamo adesso del Principe Azzurro. Nelle fiabe è per eccellenza la rappresentazione di un amore ideale, quello del “vissero felici e contenti”. Ci aspettiamo tutti che volendo rendere il principe un personaggio di oggi, in carne ed ossa, questo lieto fine venga contraddetto. C’è l’intento con questo di smentire l’idealizzazione dell’amore?

G.P.: Mi piacerebbe ricordare prima cos’è davvero il lieto fine nella fiaba.  Esso non è mera finzione, ma rappresenta tutto il processo di crescita psicologica del personaggio: quel lieto fine è la realizzazione di un amore terrestre, tant’è che nella fiaba non viene mai raccontato, bensì lasciato all’immaginazione. Per quanto riguarda l’amore, sicuro nel mio testo c’è una volontà di renderlo in maniera  meno idealizzata, ma stiamo parlando di amore nell’accezione più generale del termine,  in quanto coesistono nel Principe Azzurro diverse sfaccettature di questo sentimento. Così come nella fiaba quindi, anche il mio Principe affronta un processo di crescita: in tal caso è la capacità di accettare il dolore e affrontarlo, senza costruirsi un mondo alternativo, che non esiste.

Al di là della tematica amorosa, la sua opera, Gianluca, rappresenta con una satira attenta il conflitto fra valori e disvalori della società contemporanea, a scapito dei primi. Da questo scontro, come ne esce il protagonista? Dobbiamo considerarlo vinto o vincitore?

G.P.: Io direi che ne esca vincitore, non tanto dal punto di vista dei valori e disvalori, ma per quello che per la sua interiorità è importante. L’amore nel mio testo si intreccia alla tematica della perdita, e quindi la vittoria del Principe Azzurro sta nell’aver imparato a saperla superare, a conviverci. Nel finale il protagonista esce fuori dalla sua stanza interiore: fa i conti davvero con le sue ambizioni che sono state frustrate dal sistema che lo circonda, imparando ad elaborare tutto ciò per andare avanti.

Una poesia di Baudelaire paragona il poeta all’albatro, uccello dalle meravigliose ali da gigante, che esiliato nella dimensione terrestre “non riesce a camminare”. Il suo Principe Azzurro mi ha rievocato questa metafora: Lei, in quanto uomo e artista, quanto si rivede in ciò?

G.P.:  A conferma di questo rimando, riporto quello che diceva Eduardo De Filippo: “sul palcoscenico so cosa fare, è casa mia, mentre nella vita reale non so come muovermi e sono impacciato”… è quello che vivo anche io, è esattamente così. In questi anni ho cercato di operare un equilibrio tra concretezza della realtà e sogno: il nostro teatro è molto onirico, ma ho scoperto che più si è concreti, meglio si rende quel volo interiore… meno si è concreti e più si cade. Bisogna trovare realisticamente la chiave, e solo dopo  si può lavorare. Personalmente, mi rivedo molto nel Principe Azzurro, dei miei lavori è tra i più autobiografici.

E quali sono le sfumature dell’animo maschile che ha voluto mettere risalto attraverso il suo protagonista?

G.P.: Il principe ha un lato femminile molto accentuato, e io ho voluto portare in scena certe profondità e complessità dell’animo maschile troppo spesso oscurate da ciò che ci ha raccontato da sempre la tradizione. Mi piacerebbe contribuire a far accettare questa parte femminile presente nell’uomo, cosa che dal punto di vista sociale non riesce ancora così spontanea.

Nell’ideare il “Principe Azzurro”, Lei ha avuto in mente un particolare dedicatario? A chi la rivolge soprattutto?

G.P.: Non ho pensato a un target preciso di pubblico, la storia se raccontata bene può essere accolta sia da giovani generazioni che mature. E’ anche vero però che essendo un tipo di teatro contemporaneo, più ispirato allo stile del teatro russo e d’est Europa, forse attrae oggettivamente di più una porzione di pubblico giovanile…

E’ lecito pensare, infine, che per lo spettatore più sensibile un’opera come questa è il posto in cui possa sentirsi confortevolmente accolto?

G.P.: Per me ogni espressione artistica non deve mai far sentire le persone troppe al sicuro, non voglio creare una “comfort zone”, voglio che attraverso lo spettacolo il pubblico indaghi sulle proprie ferite, che bruciano, e non si tratta mai di una sensazione confortevole. Il mio obiettivo è far viaggiare il pubblico attraverso una storia, e questa storia è ciò che ciascuno ha il diritto di interpretare come meglio sente, in base a ciò che vive in quel preciso momento della vita. Il mio è un teatro scomodo, non di mero intrattenimento: il suo compito è generare un processo dal quale si esce più consapevoli, grazie al quale si può scendere sempre più in profondità dentro se stessi per scontrare faccia a faccia tutte le proprie fragilità – quelle conosciute, ma soprattutto  quelle che non sapevamo di avere.

Marica Coppola       

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