Filippo Arlia si racconta: giovane orgoglio italiano sul podio internazionale

In Interviste by Marica Coppola0 Comments

Nasce nel 1989, ma vanta già un curriculum da artista maturo. E’ italiano, specificamente calabrese, e subito dopo aver conseguito brillantemente a soli 17 anni il diploma di pianoforte al conservatorio di Vibo Valentia debutta come direttore sui più prestigiosi palcoscenici al mondo: Carnegie Hall di New York, Cairo Opera House, Auditorio Nacional de Musica di Madrid, giusto per menzionarne qualcuno. Tuttavia l’amore per la sua terra, la Calabria, e la volontà di progettare un futuro musicalmente migliore per essa lo tengono sempre legato all’Italia: un esempio lodevole di grande coraggio e onestà intellettuale. Filippo Arlia è uno di quei preziosi talenti di cui l’Italia stessa, musicale e non, dovrebbe andare più che fiera: a dircelo, oltre che i fatti, sono anche le parole che abbiamo piacevolmente scambiato con lui.

M° Arlia, leggo dal suo curriculum che dopo il diploma è subito partito per una tournée europea dedicata a Gershwin. Qual è ad oggi il suo rapporto con questo autore e quanto la conoscenza del jazz ha influito nei  suoi studi e nella sua carriera?
In realtà, sin da bambino, sono stato uno studente un po’ atipico. Per quanto io possieda una tecnica prevalentemente classica e sia cresciuto sui Preludi e Fughe di Bach, riconosco di aver avuto da sempre una mano e un orecchio adatti anche a trascendere i confini accademici della musica “classica”. Gershwin è stato uno dei miei primi amori: ho collaborato con il pianista Michel Camilo, uno dei più importanti nomi del jazz in America, mentre recentemente ho fatto un concerto con i Berliner  Symphoniker e Stefano Bollani al Teatro Filarmonico di Verona, suonando Rhapsody in Blue. L’esperienza del jazz  è nella mia vita una frequenza molto ricorrente, a partire dall’ascolto di questa musica. Non mi definisco jazzista, ma sono un grande appassionato del genere: forse ascolto più jazz che classica!

Possiamo quindi dire che Lei si esprime in due linguaggi: quello della musica classica e quello del jazz.
Sì, decisamente. Con Bollani che è propriamente un jazzista ho avuto un’intesa straordinaria. Per intenderci: a  volte ho avuto bisogno di tre o quattro prove per entrare in sintonia con diversi pianisti classici con cui ho lavorato, mentre con Bollani ciò è avvenuto immediatamente. Mi sono trovato di fronte ad un orecchio musicale incredibile!

 Come lo spieghiamo? Potrebbe dipendere dalla differenza dei due generi musicali?
In realtà la musica classica può contenere in sé spesso l’idea di una certa rigidità. Io credo che se i musicisti classici ascoltassero anche un po’ di jazz  ciò li aiuterebbe a rendere il proprio orecchio più “rotondo”.

Quindi per chi studia la musica classica dare un’occhiata al jazz proprio dal punto di vista esecutivo sarebbe un buon consiglio da seguire.
Assolutamente.

Restando nell’ambito del trascendere la tradizione accademica, passiamo a Duettango.  Com’è nato il progetto e che posto occupa attualmente nella sua vita ?
Il duo è nato perché uno dei miei migliori amici suona il bandoneón. Principalmente per questo motivo quindi mi sono avvicinato alla musica di Astor Piazzolla, e la pratico quotidianamente. Leggendo tanto sui testi che riguardano Piazzolla ho scoperto che questo compositore in Italia è semisconosciuto : quando arrivò qui negli anni ’80,  gli venne chiesto di scrivere una musica molto orecchiabile per la radio e la tv, e così scrisse Libertango. In Italia oggi Piazzolla è conosciuto prevalentemente per questo brano, che è piuttosto semplice dal punto di vista della grammatica musicale… anche nei conservatori Piazzolla oggi è conosciuto per i brani più dilettantistici del suo repertorio,  invece questo compositore vanta un catalogo immenso di opere, ineseguite e sconosciute nel nostro paese.

Da questo punto di vista, quale obiettivo vi ponete con il duo?
Credo che Duettango possa essere definito anche un lavoro di ricerca e riscoperta di Piazzolla in Italia. Noi suoniamo principalmente quelle sue composizioni meno note a cui ho appena accennato. Abbiamo anche già inciso un disco per questo progetto, edito da Foné Records, e lo abbiamo presentato al Quirinale a Roma in diretta RAI Radio 3.

E quali sono i vostri prossimi impegni?
C’è in programma il nostro secondo disco, che uscirà la prossima estate. Abbiamo appena tenuto un concerto molto importante al Museo Piaggio di Pontedera in occasione di questa uscita, e il disco sarà ancora una volta dedicato alle musiche di Astor Piazzolla.

Bene, restiamo in attesa di poterlo ascoltare. Mi piacerebbe parlare adesso di un altro importante progetto che la riguarda, quello dell’Orchestra Filarmonica della Calabria, di cui Lei, M° Arlia, è il fondatore e direttore. Immagino che si trova ad interagire con colleghi giovanissimi come Lei e forse suoi coetanei… come ci si sente ad avere un ruolo di responsabilità verso di loro?
Beh, ammetto che i professori d’orchestra sono spesso anche più grandi di me! Capisco che possa sembrare un po’ strano quando sul podio sale un direttore così giovane… forse qui  in Italia si vive ancora un po’ una sorta di retaggio culturale per il quale la gioventù può essere sinonimo di inesperienza, mentre in America hanno un modo completamente diverso di intenderla. Sicuramente può capitare di commettere più errori per un giovane, ma ciò che fa la differenza è l’entusiasmo, oltre chiaramente alla preparazione.

Qual è il clima che cerca di creare quando dirige, in generale?
A tal proposito mi viene in mente un discorso che facevo proprio pochi giorni fa con Bollani. Lui stesso ha ammesso che quando entra nei teatri tradizionali per suonare solitamente trova una atmosfera un po’ rigida, seriosa, mentre ha riconosciuto di essersi divertito subito quando abbiamo lavorato insieme. Dice di aver trovato un clima molto più elastico e morbido del solito:  quello che cerco di portare con la mia età è infatti proprio questo; oggi, a mio modesto parere, la musica classica ha bisogno di rinnovarsi continuamente con tutta l’energia dei giovani del ventunesimo secolo.

Torniamo all’Orchestra Filarmonica della Calabria. Quest’anno vi preparate a presentare il vostro terzo disco con i Pagliacci di Ruggero Leoncavallo: come procedono i lavori e cos’è cambiato rispetto alla vostra prima incisione?
Sicuramente dopo aver fatto il nostro debutto discografico con un’etichetta importante come la Warner Music Italy siamo più consapevoli delle nostre qualità. L’obiettivo è sempre quello di migliorarci, ma adesso ci approcciamo a questo tipo di lavoro con uno spirito più maturo. Tra l’altro quest’anno ricorre anche il centenario della morte di Leoncavallo: è un bel risultato vedere una giovane orchestra calabrese incidere già il suo terzo disco, interpretando un’opera che è proprio ambientata in Calabria. Mi ritengo molto soddisfatto di ciò.

Arlia

In verità c’è anche un’altra importante realtà calabrese a cui è legato, quella dell’Istituto Superiore di Studi Musicali “Tchaikovsky” di Nocera Terinese, dove insegna sia direzione d’orchestra che pianoforte. Come vede l’attuale situazione dei conservatori italiani?
Rispetto a trent’anni fa, i conservatori sono diventate delle scuole di formazione molto meno professionali. In passato ci si iscriveva in conservatorio solo ed esclusivamente per intraprendere la carriera del musicista di professione. Con la nuova riforma invece, che prevede anche corsi pre-accademici, ci si trova a volte di fronte a genitori che iscrivono i propri figli in conservatorio quasi per fargli coltivare un hobby. I conservatori di per sé, però, non possono cambiare la situazione: servirebbe una rivoluzione culturale.

Da dove si potrebbe partire?
Dalle scuole. Bisognerebbe intervenire aumentando innanzitutto a partire da lì il ruolo dell’educazione musicale. Se le famiglie capissero che Beethoven non è meno importante di Napoleone, avremmo già raggiunto un grande risultato. In Germania ad esempio se si parla di Beethoven o Brahms tutti li reputano due colonne fondamentali della cultura generale, non della cultura della musica classica.

Per quanto riguarda voi invece, com’è la realtà dell’Istituto “Tchaikovsky”?
Sicuramente anche questa una realtà molto giovane, considerando l’età media dei docenti. Pensi che Catanzaro è l’unico capoluogo italiano di regione senza un conservatorio! Stiamo quindi cercando di colmare questa lacuna: avvieremo in questi giorni un progetto riguardante il polo delle arti della Calabria, dove metteremo insieme la realtà musicale e quella dell’università, dell’accademia delle belle arti e dei musei ad un fine sia formativo che produttivo. Ad esempio, nel momento in cui organizzeremo una produzione lirica gli studenti di Giurisprudenza dell’università si occuperanno dei contratti da fare agli artisti, quelli dell’accademia d’arte realizzeranno invece i costumi e l’allestimento scenico, il conservatorio metterà ovviamente l’orchestra… francamente penso che questo sia un progetto senza precedenti.

È bello pensare a questo come a un investimento di energie tutte nostrane, in particolare calabresi, senza dover per forza ricorrere dal punto di vista artistico all’idea di realizzarsi all’estero.
Consideri che in Calabria ci sono all’incirca 4000 giovani che studiano in conservatorio, ma manca un teatro stabile. Cosa possono fare al termine dei loro studi, se non andare via? Io stesso viaggio tanto e suono all’estero, ma alla fine torno sempre a casa. È stata una scelta ben precisa: per me sarebbe stato molto più facile andare a vivere in una grande città. Io mi sono posto l’obiettivo di restare nella mia terra di proposito, per migliorare la sorte di questo posto e soprattutto per dare dimostrazione che chi resta qui con l’obiettivo di migliorare le cose non è da meno di chi va via.

Intanto, tra i prossimi impegni con la sua Orchestra ci sono i concerti della Prima Edizione della Stagione Sinfonica al Teatro Politeama, che vedranno protagonisti in date diverse Giovanni Sollima e Danilo Rea. Aveva già collaborato precedentemente con questi due artisti?
Lavorerò per la prima volta con Sollima, e ci sarà per questa occasione anche un’incisione discografica. Il programma sarà completamente dedicato ad Elgar, compositore inglese non molto eseguito in Italia, ma che per me è annoverabile tra i romantici più importanti. Per quanto riguarda Sollima non c’è bisogno di presentazioni: è per me al momento  il più importante violoncellista in Italia. La serata che vedrà protagonista Danilo Rea è invece tutta dedicata al jazz, e chiuderemo la Stagione in vista dell’estate con musiche di Gerswhin.

Come ci si prepara ad affrontare due repertori come questi, così diversi fra di loro?
Per me occorre innanzitutto un uso della memoria davvero notevole… Elgar è basato principalmente sul cantabile e legato degli strumenti ad arco, pratica in cui le scuole d’arco tedesche sono ad esempio molto ferrate. Gershwin invece si potrebbe accostare alla musica da film, ma non è meno difficile. Un americano a Parigi richiede l’uso di effetti onomatopeici particolari, come addirittura l’utilizzo dei clacson, che servono ad evocare il clima della metropoli degli anni ’20 del Novecento…  per me è musica a programma, a tutti gli effetti.

Per concludere, quale sarà per l’occasione il vostro segreto di squadra?
Tantissimo studio, naturalmente.

Marica Coppola

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