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Enrico Dindo e Simone Rubino: la novità che fa bene alla musica da camera.

In Interviste by Matteo Camogliano0 Comments

Il rischio che corre qualsiasi appassionato di storia è sicuramente quello di vivere ed immedesimarsi così tanto nel passato che studia ed ammira da dimenticarsi di vivere il presente, negando così il vero scopo della Storia: quello di insegnare al presente, con uno sguardo al futuro. Per evitare di diventare degli antiquari, chiusi tra i cimeli delle proprie botteghe, occorre far prendere una boccata d’aria nuova ai tesori che si custodiscono, dargli una mano di vernice fresca affinché non si deteriorino, o semplicemente usarli in una veste diversa e infine prenderne esempio per creare nuovi capolavori.
La stessa metafora ben si addice al ruolo dei musicologi, che prima di tutto sono degli storici, o meglio degli archeologi, che riesumano dal passato i gioielli della musica con cui l’uomo ha decorato il proprio tempo, così come ha decorato con l’arte i propri spazi, e agli stessi musicisti, che permettono a tale musica di continuare a vivere nel presente, mantenendo accesa la memoria di questi capolavori di chi ci ha preceduto.
Pertanto il mondo della musica classica, oltre ai concerti e alle esecuzioni che mantengono vive le opere del passato, pur essendo comunque vivo e producendo sempre nuove composizioni, necessita a volte di questo rinfrescarsi all’aria aperta, o per così dire di un manzoniano “risciacquare i panni in Arno”.
Abbiamo parlato con Enrico Dindo, uno dei più grandi violoncellisti italiani, che non ha bisogno di presentazioni e ha oggi alle spalle una lunga carriera di musicista, come solista o in formazioni cameristiche e come direttore d’orchestra, oltre che da ultimo con il percussionista Simone Rubino.

Maestro Dindo: dalla vittoria del Concorso Rostropovich nel 1997 a concerti e collaborazioni con i più grandi musicisti del mondo. Quanto è stato fondamentale questo passo nel suo cammino musicale?  
Forse non tutti lo sanno, ma la mia carriera musicale era già piuttosto ben avviata prima del successo di Parigi- afferma Dindo- giunto infatti quando il livello degli artisti e delle orchestre con cui lavoravo era già molto elevato ed ero soddisfatto della mia vita. Senza alcun dubbio però la vittoria del ‘97 mi ha permesso di svoltare ulteriormente, abbandonando le certezze che avevo fino a quel momento per tuffarmi letteralmente in un nuovo mondo, quello dell’essere solista a tempo pieno, un vortice in cui anche i più affermati professionisti hanno bisogno di tempo per adattarsi e realizzare davvero la propria posizione. Sicuramente mi ha cambiato molto anche il rapporto che da quel momento si è creato con lui (Rostropovich ndr), che era per me e per tutti una sorta di mito vivente. Ricordo con precisione quanto fossi impressionato ed incredulo le prime volte che ricevevo la sua corrispondenza indirizzata direttamente a me.

A tal proposito, come e quanto l’ha influenzata Mstislav Rostropovich, non solo in quanto grande musicista ma anche come uomo del Novecento, attento e grande anche in questa dimensione?
Dal punto di vista musicale, quindi più strettamente violoncellistico, l’influenza di Rostropovich gravava su di me fin dall’infanzia quando consumavo avidamente gli LP delle sue registrazioni- dice Dindo- conoscendolo ho avuto la fortuna e l’onore di conoscerlo come persona non solo come musicista, e di scoprirlo altrettanto grande se non di più anche in questo aspetto. Slava era un uomo veramente generoso, il suo camerino era sempre aperto e c’era sempre da parte sua tempo e spazio per ascoltare gli atri, inoltre con me e con molti era anche affettuoso, abbracciava e baciava spesso. Non sono frasi fatte che si dicono solo per ricordare o enfatizzare la memoria di qualcuno che non c’è più: chi lo ha conosciuto sa che era davvero così. Chiaramente questa generosità passava sia attraverso il suo modo di fare, sia a mio parere ancor di più dal suo modo di suonare.

Rostropovich era anche direttore d’orchestra e lo ha diretto in diversi concerti in cui lei ha fatto il solista. Ne è stato influenzato anche in questo, visto il suo approdo anche alla direzione?
In realtà la direzione d’orchestra è sempre stata una passione e un aspetto che mi affascinava molto fin da ragazzo. La vita mi ha spinto più profondamente verso il violoncello, ma in seguito sono capitate alcune situazioni che mi hanno portato, anche per caso o per fortuna, in un primo tempo quasi a giocare con la bacchetta, di conseguenza poi a prendere più seriamente questo ruolo. Quando ho fondato I Solisti di Pavia, di cui sono direttore e solista, ho incominciato ad aprire partiture per orchestra da camera: in questo mi ha aiutato molto l’esperienza che già avevo con il repertorio e l’organico ristretto della musica da camera, per cui non ho riscontrato grandi differenze o difficoltà nel confrontarmi con quel tipo di musica e quel modus operandi. Poi via a via ho affrontato partiture sempre più complesse, fino a quando diverse orchestre sinfoniche hanno iniziato a chiamarmi non più solo per suonare ma anche per dirigere. Di conseguenza il mio repertorio si è andato ampliando negli anni, e oggi ho la fortuna di essere direttore stabile dell’Orchestra della Radio di Zagabria per il quarto anno.
Naturalmente il mio grande amore rimane il violoncello, ma mi piace pensare comunque a 360 gradi, l’esperienza della direzione mi ha aperto la mente e mostrato nuove visuali sulla musica.

Ha parlato dell’importanza della musica da camera, quale pensa sia dunque il suo peso nell’esperienza di un musicista?
La musica da camera è la base di tutto, per quanto riguarda l’essere musicista. Fare musica insieme è prima di tutto condivisione e gioia, se non ci sono due suoni, due timbri distinti, non c’è armonia, e l’armonia dei suoni nasce direttamente dall’armonia tra i musicisti. Per questo la musica da camera è davvero la palestra di ogni musicista, un’esperienza da cui non si smette mai di imparare, essendo il fondamento di qualsiasi altra formazione e attività musicale, propedeutica sia all’attività concertistica che alla direzione d’orchestra, che nel mio caso ne sono stati l’evoluzione spontanea e naturale.

A tal proposito, recentemente ha inciso l’integrale per violoncello e pianoforte di Castelnuovo Tedesco, nel cinquantennio della sua morte. Cosa pensa di questo repertorio novecentesco in parte dimenticato?
Come dicevo precedentemente sono sempre aperto alle novità e mantengo uno spirito curioso nei confronti del repertorio poco noto da far conoscere ad un pubblico più ampio. Ammetto che io stesso prima di essere coinvolto in questo progetto da Alessandro Marangoni non conoscevo a fondo la musica di Castelnuovo Tedesco, ma vi ho trovato grande lirismo, ispirazione e una profondità musicale incredibile, per cui credo che sia degna di essere conosciuta ed uscire dal dimenticatoio in cui giace, trattandosi per di più di un compositore italiano.
Questo stato di oblio in cui si trova molta musica, ci tengo a sottolinearlo, è in parte dovuto alla generale scarsa apertura del panorama musicale italiano alla musica da camera, specie se confrontato con altri paesi europei. In Italia abbiamo una grande e consolidata tradizione operistica, che tuttavia ancora oggi tende a rubare la scena e prevalere su altri aspetti quali appunto la musica da camera, che a mio parere meriterebbe una sana riscoperta, ovviamente sia per gli autori stranieri e a maggior ragione per quelli italiani, mentre come solista io stesso mi trovo spesso a faticare per trovare spazio in questa dimensione cameristica all’interno delle stagioni.

C’è un modo per invertire questa tendenza secondo lei?
Certamente, la soluzione è insistere in questa direzione, partendo dalla riscoperta e divulgazione del repertorio meno noto, mantenendosi curiosi. Il problema infatti non è da imputarsi al pubblico, che nonostante tutto continuo a vedere numeroso e vario nelle fasce d’età, né alla mancanza di talenti, che anzi sono sempre numerosi e mantengono alto il livello di competitività ed eccellenza all’interno del panorama musicale. Per cui secondo me è facile risolvere quest’equazione e trovare la responsabilità nelle intenzioni degli operatori culturali, a diversi livelli e senza fare di tutta l’erba un fascio, ma sono fiducioso che si impegneranno a far sì che possiamo soddisfare quel desiderio che in fondo tutti abbiamo di arricchire culturalmente la nostra già bellissima patria.

Veniamo al concerto per l’Accademia Filarmonica Romana, un inedito duo con le percussioni di Simone Rubino: come nasce la vostra collaborazione?
Il progetto nasce innanzitutto dall’essere entrambi Torinesi, fatto che aumenta la vicinanza e l’intesa che ci accomuna fin da quando ci siamo conosciuti. L’idea di suonare insieme nasce quando sono andato a sentire un concerto di Simone in cui eseguiva una Suite per violoncello di Bach ma ovviamente con la marimba, da cui la voglia di condividere con lui questo straordinario autore che non smette mai di stupire. In seguito ad una serie di serate a tema bachiano in cui abbiamo iniziato a suonare insieme, abbiamo poi deciso di fare un vero e proprio concerto con un repertorio più ampio ma adatto alle nostre idee e divertente.

Intento riuscito, dal momento che il concerto spazia proprio da Bach fino a Piazzolla e ai giorni nostri.
I brani che abbiamo scelto abbracciano un ampio arco temporale, ma in particolare ci soffermiamo sul Novecento, dove è più facile trovare musiche che abbiano quella modernità che ben si trasmette attraverso i suoni degli strumenti a percussione e la voce lirica del violoncello. Tutto il concerto, ad eccezione di due brani solistici, è pensato per rendere al meglio la fusione timbrica dei due strumenti, che trovo straordinaria, in un repertorio che abbiamo cercato di rendere più attraente possibile. L’occhio e l’orecchio sono volti al moderno e alle novità, tanto che abbiamo pensato di chiedere ad amici compositori di scrivere qualcosa per noi. La risposta più pronta è stata di Boccadoro che ci ha subito dedicato una nuova composizione, che proporremo per la prima volta in questo concerto, e sarà solo una delle molte sorprese per il pubblico.

Cosa comporta suonare con strumenti a percussione, rispetto a più consolidati partner cameristici come ad esempio il pianoforte?
A dire il vero non ci sono differenze così profonde-afferma Dindo- del resto anche il pianoforte è in realtà uno strumento a percussione. Al di là di questo ciò che conta è con chi si suona, quando si è musicisti si parla la stessa lingua e non c’è alcun problema. Il tutto è ancora più semplificato quando ci si trova con un altro grande solista quale è il caso di Simone Rubino.

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Simone Rubino, giovane percussionista straordinariamente talentuoso, ormai non è più un astro nascente del panorama musicale, ma una vera stella fissa nella costellazione dei grandi musicisti italiani dei giorni nostri.
Quale è stato il momento di svolta nella sua carriera, che le ha permesso di arrivare ad importanti successi in così giovane età?
Sicuramente la vittoria di diversi premi, come il Concorso della ARD nel 2014 e nel 2016 il Credit Suisse Young Artists Award nell’ambito del Festival di Lucerna, mi ha aperto molte porte nel mondo della musica classica, immettendomi in una strada altrimenti complicata da intraprendere. Tuttavia sono convinto che prima ancora di questi riconoscimenti, ciò che conta sia avere un obbiettivo ben chiaro da raggiungere ed essere coscienti in primis di cosa comporta il voler realizzare questo scopo, successivamente anche di cosa comporta il realizzarlo.

Come ha scelto di indirizzare la sua passione per le percussioni in particolare verso la musica classica, e non verso ambienti più usuali in questo senso come quelli del rock, jazz o pop?
Quando sono entrato in Conservatorio nel 2004 sicuramente ero affascinato anche da quella tipologia di musica legata soprattutto a strumenti membranofoni o comunque non melodici. In seguito però l’ambiente in cui studiavo mi ha permesso di conoscere il mondo delle percussioni a 360 gradi, scoprendolo completamente diverso da come me lo aspettassi, a cominciare dal contesto diciamo impropriamente della musica classica, dove le percussioni hanno anche un importante ruolo melodico. Questo cammino mi ha portato poi a capire che in realtà c’è ancora molto di più di questo, che i confini tra i generi svaniscono e che i miei strumenti mi permettevano di sperimentare musica sempre nuova. Dunque mi sono innamorato di questo mondo musicale nel quale tuttora continuo la mia ricerca sonora e faccio scoperte entusiasmanti, da cui nascono idee musicali sempre diverse come è quella che ho pensato insieme ad Enrico Dindo.

Come è stato concepito dunque questo concerto?
Il concerto nasce dalla volontà di dimostrare che in musica non ci sono limiti in un certo senso, come ho scoperto appunto tramite la mia continua ricerca. Io ed Enrico Dindo lo facciamo andando a stravolgere quelli che sono i ruoli che normalmente ci si aspetta vengano interpretati dai nostri strumenti: dunque giocando sull’aspetto ritmico, proprio delle percussioni, e su quello melodico, preponderante nel violoncello, invertendone la polarità. Per queste ragioni mi sento di consigliare al pubblico di lasciarsi sorprendere da questa dimensione sonora, cercando di cogliere la bellezza e l’arte che nasce da questi avvicinamenti di colori musicali pur apparentemente contrastanti.

Cosa vuol dire per un giovane suonare e trovarsi a faccia a faccia con solisti del calibro di Enrico Dindo ?
Suonare con Enrico Dindo è meraviglioso. Per quanto riguarda il nostro rapporto, mi ritengo molto fortunato ad averlo conosciuto, insieme alla sua famiglia, quando è venuto a sentire un mio concerto a Lugano alcuni anni fa. La fama lo precede, sapevo che fosse un grande musicista, ma sono stato felicemente sorpreso di aver conosciuto una persona umile e aperta a tutti. Tramite Enrico Dindo ho scoperto come l’essere un grande musicista implichi innanzitutto l’essere umile, il sapersi aprire e il saper valorizzare gli altri, che vuol dire sia i colleghi con cui si suona, sia il pubblico o ancora più in generale il mondo a cui si regala un’opera d’arte. Penso siano questi i valori aggiunti che rendono tali i cosiddetti “grandi”, non solo in campo musicale, ed è una riflessione che aiuta a vedere e vivere diversamente il nostro ruolo nella società.

La sua idea sembra essere quella di musica come arte in quanto tale, indipendentemente dal genere. Cosa pensa dunque delle influenze degli altri generi contemporanei sulla musica classica?
Esattamente, credo che la musica, specialmente se eseguita da grandi interpreti, ma anche semplicemente suonata e condivisa con partecipazione, esuli dalla semplice distinzione in generi e sia arte pura. In questo senso ovviamente non esistono confini o divisioni da Bach fino ai Beatles. Di conseguenza è naturale che anche la musica cosiddetta classica subisca adattamenti o ibridazioni da altri generi contemporanei, del resto è sempre avvenuto nel corso della storia,  e a maggior ragione nella nostra epoca tecnologica. Penso anzi che in una certa misura il mondo della musica colta debba forse imparare ad aprirsi di più ad alcune novità, fatto che tende a mantenerlo ancora distante dai più giovani, che spesso hanno quasi paura ad avvicinarsi ad un concerto di musica classica. Sicuramente in questo può essere d’aiuto la tecnologia e a mio parere strumenti come le percussioni possono portare una luce nuova a questo mondo.

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Cosa si sente di dire ai giovani musicisti che devono intraprendere il percorso della carriera musicale?
Come dicevo in precedenza, non è per nulla facile riuscire ad avere successo in questo mondo lavorativo complesso come è quello della musica. Il livello di competitività è molto elevato perché ogni giorno si alza l’asticella delle attese e perché continuano a nascere talenti straordinari. Difficile tuttavia non vuol dire impossibile, sicuramente è fondamentale avere un obbiettivo ben chiaro e la determinazione per raggiungerlo, inoltre confrontarsi con i propri colleghi e avere progetti comuni può essere un altro efficace mezzo per ottenere risultati e trovare vie attraverso le quali esprimersi. Spesso inoltre bisogna saper attendere il momento e le persone giuste davanti alle quali esprimere la propria arte. Certamente ci sono paesi più aperti, dove si possono trovare più opportunità, e altri meno, ma non penso che questa posso essere una scusa dietro la quale nascondersi o un limite per le potenzialità dei singoli. È anzi indispensabile nel nostro campo acquisire un bagaglio culturale viaggiando in diversi paesi, perché è un’esperienza che arricchisce dal punto di vista musicale sé stessi e gli altri, ed è bello poi poter tornare nel proprio paese cercando di portare quelle novità che si sono apprese all’estero.

La sua vita musicale comprende l’attività solistica, quella cameristica con Dindo ed anche quella didattica. Che ruolo gioca ciascuna ciascuno di questi aspetti?
Penso siano tre aspetti che si completano a vicenda, ognuno di essi può insegnare molto o far vedere le stesse problematiche da diversi punti di vista. In realtà hanno tutti una caratteristica comune, cioè che alla base c’è il fare musica insieme agli altri, e questa penso sia una lezione di vita da cui non si smetta mai di imparare.

Matteo Camogliano

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Matteo Camogliano

Studio violoncello al Conservatorio G.F. Ghedini di Cuneo e Lettere moderne all'Università degli studi di Torino. Musicalmente eclettico e amante di molti generi. Che ma(h)le(r) c'è? Vincitore dell'edizione 18/19 di "Scrivere di Musica dal Vivo" - Ass.ne Lingotto Musica.