musica dal vivo

Come cambia la nostra esperienza tra musica registrata e musica dal vivo?

In Musica e Altri Mondi by Marco Mallardi1 Comment

Prendiamo in esame un musicista e intendiamo con questo termine colui che lavora, in qualche modo, con la musica, che sia per studio o per professione. Ora, il materiale del musicista è, evidentemente, la musica, di cui fruisce per interesse, studio, passione o qualsiasi altro motivo. Osservando l’epoca contemporanea ci accorgiamo di come il mezzo principale per fruire della musica sia la registrazione su disco, fisico o digitale. La percentuale di brani musicali ascoltati dal vivo è nettamente inferiore rispetto a quelli conosciuti grazie ad incisioni. Tutti coloro che, però, abbiano esperienze in ambito concertistico, in genere, si sono dovuti scontrare con diverse questioni, per nulla irrilevanti, riguardanti la musica dal vivo e la musica registrata. Le problematiche sono sorte nel secolo scorso quando, con l’invenzione dei primi grammofoni e fonografi, compositori ed interpreti hanno sentito per la prima volta una sinfonia, una sonata o un qualsiasi altro brano emesso da un apparecchio acustico. Questo evento, sconvolgente per l’immaginario di un’epoca in cui non si ascoltava la musica che dal vivo, causò, dopo il primo stupore, diverse reazioni.

Musica, massa e perdita della sensibilità

Uno tra i primi musicisti che si pronunciò circa la nuova musica registrata fu il noto compositore ed etnomusicologo Bela Bartòk, che offrì degli interessanti spunti che verranno poi ampiamente rielaborati da personaggi dello stesso calibro nei decenni successivi. Con un suo articolo del 1937 dal titolo “Musica meccanizzata” di fatto apre la questione con la domanda:” Fino a qual punto la diffusione della radio è dannosa per la musica e fino a qual punto invece è utile?”. Per prima cosa, si risponde, le trasmissioni radiofoniche di musica classica consentono di “portare ai concerti anche quelle masse che finora non avevano sentito il bisogno di frequentarli”. Esse sono dunque utili nella misura in cui consentono la diffusione di un patrimonio che, diversamente, sarebbe stato di limitato appannaggio delle classi più alte della società.

Ragionato, così, sulla quantità – sul numero possibile di fruitori – tocca adesso pensare alla qualità dell’ascolto musicale mediante il mezzo radio. Bartòk si fa subito meno consolatorio, dicendo che “la musica radiofonica abitua per lo più all’ascolto superficiale del pezzo”, poiché “è così facile girare i bottoni dell’apparecchio e, con un pulsante, accenderlo e spegnerlo. Senza dire che mentre si ascolta si possono fare mille altre cose, fra cui anche parlare. E allora?”. Con i mezzi di trasmissione di massa, dunque, muta enormemente la condizione d’ascolto: nella sala da concerto non si può che ascoltare l’esecuzione, lontani da ogni altra occupazione; senza considerare come l’impegno e l’atto di recarsi a teatro per sentire musica disponga il soggetto in uno stato di maggior concentrazione, di maggior immersione nell’attività d’ascolto. E’, infatti, l’attività d’ascolto che, compiuta per mezzo della radio, da operazione attiva e consapevole può facilmente diventare un’azione subita passivamente, superficiale.

La concezione dell’ascolto come di un’azione attiva e consapevole è segno di una profonda sensibilità, capace di cogliere ogni passaggio, ogni sfumatura timbrica, ogni sottigliezza dinamica del brano ascoltato. Coerentemente, infatti, Bartòk continua la sua dissertazione dicendo che “ascoltando musica alla radio ci si abitua ai timbri deformati e si perde la sensibilità di quelli autentici”. Ora, qui dobbiamo pensare che le radio che conosceva il compositore erano quelle della prima metà del secolo scorso, che avevano una qualità infima, che perfino l’ascoltatore inesperto della nostra epoca definirebbe probabilmente addirittura fastidiosa. Tuttavia il principio espresso va comunque preso in considerazione: difatti, se ci si ragiona, ogni registrazione è diversa dalla sua esecuzione dal vivo. Se si ascolta un brano qualsiasi eseguito dal vivo e, registratolo lì con le migliori apparecchiature, lo si risente poi alle casse, si comprenderà quanto detto. La nostra percezione varia da un ascolto all’altro.

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Registrazione e “relazione meccanica”

Quest’osservazione ci permette di far presente il pensiero di uno dei più importanti direttori d’orchestra mai esistiti, Sergiu Celibidache. In merito, in più interviste, egli disse che “la registrazione è la foto di qualcosa che non può essere fotografato, perché il suono registrato è diverso nella realtà”; in più “l’acustica è fondamentale, poiché è su di essa che si decide il tempo ed il volume del brano: se tu sei a due metri da me parlerò con voce bassa, ma se siamo all’aperto e distanti dovrò gridare e così la mia voce avrà anche un timbro parecchio diverso”. Stesso discorso per la musica. Una sala con una maggiore eco determinerà un’esecuzione più lenta, in quanto il suono “dura” più a lungo; diversamente una sala con poco ritorno sonoro imporrà un tempo musicale più veloce. Con le cuffie o le casse l’aspetto dell’acustica viene sottratto dall’esperienza dell’ascolto, tanto che la stanza in cui è riprodotto il brano ha un ritorno sonoro diverso dal luogo in cui è stata eseguita la registrazione. Così l’esperienza d’ascolto è enormemente alterata rispetto alle intenzioni dell’interprete. Il rapporto tra esecutore ed ascoltatore, così, diventa “puramente meccanico. Infatti, con una manopola si può variare il volume così che il suono dell’orchestra, magari, diventi tre volte più potente o più debole di quello previsto. Tale relazione non è minimamente musicale, ma solo meccanica”.

Notiamo come il problema della superficialità d’ascolto, posto da Bartòk, e della fedeltà sonora della musica riprodotta, posto da Celibidache, si intersechino e, insieme, riflettano, di contro, un atteggiamento di totale dedizione mentale, profonda concentrazione ed immersione nell’attività d’ascolto di un brano: attività vissuta come una vera e propria esperienza.

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Musica viva e musica assoluta

In controtendenza, uno dei massimi pianisti mai esistiti, Glenn Gould, si pronunciò sulla questione concentrandosi, però, sull’esperienza musicale vissuta dall’esecutore. Il musicista è noto per aver deciso, nel 1964, all’apice della propria carriera concertistica, di abbandonare la sala da concerto per dedicarsi esclusivamente all’incisione di dischi. Egli motivò questa scelta dicendo che “la tecnologia permette di correggere quelle terribili e degradanti incertezze che sono una conseguenza dell’esecuzione concertistica”. Il contatto col pubblico pone l’esecutore in una condizione psicofisica tale da non consentirgli la massima concentrazione, che è invece un elemento fondamentale per la massima resa esecutiva. Gould, dunque, si sottrasse all’ambita etichetta del “musicista da tutto esaurito” per perseguire la propria concezione artistica liberamente. Nella “sicurezza del grembo dello studio di registrazione” il pianista aveva la possibilità di suonare, ascoltarsi, tagliare, eliminare le sporcature fino al raggiungimento della versione finale e definitiva del brano. Qual era, infatti, l’ambizione di Gould? Quella di dare alla luce e far esistere, per così dire, solo musica assoluta, ovvero solo musica eseguita nel modo più vicino possibile all’idea originaria del compositore. Così, all’idea di Bartòk della musica come “elemento vivo”, dunque necessariamente mutevole ed esistente solo nel momento contingente dell’esecuzione, si contrappone la concezione di una musica, appunto, ideale, eterna, assoluta: che supera i confini dello spazio e del tempo e i limiti dell’esecuzione dal vivo.

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Le nuove tecnologie, di fatto, hanno mutato il modo di concepire il discorso musicale e la sua esecuzione. Ora con gli adeguati strumenti è possibile registrare direttamente su nastro tramite cavo, così il suono udito, con buoni apparecchi acustici, è esattamente quello riprodotto, poiché già in sala d’incisione è già eliminato l’elemento dell’acustica. Ma rimanendo sul repertorio classico possiamo affermare che esso, per il corso delle cose, si trovi a convivere con delle tecnologie che, sicuramente, possono essere una benedizione o una condanna per la sua esistenza – o meglio, per la sua continua “ri-esistenza”. Forse, come spesso accade, la giusta via è nel mezzo e nell’esecuzione musicale o anche nella comune attività d’ascolto un compendio delle diverse idee esposte può, in modi diversi, risultare in qualche modo utile.

Marco Mallardi

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