Gil Shaham

Una conversazione con Gil Shaham

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Quando si ha l’onore di incontrare o di avere un contatto con grandi solisti e interpreti della scena internazionale, è sempre affascinante cercare di esplorare la loro visione sulla musica e sulla loro arte. Se poi il solista in questione è una vera superstar del violino come Gil Shaham, l’occasione può trasformarsi in una vera e propria lezione di musica. Ma Gil Shaham non ha proprio nulla del carattere della celebrità: si pone al proprio interlocutore con la gioia e l’entusiasmo di un ragazzino che ha appena fatto una scoperta meravigliosa e non vede l’ora di condividerla con qualcuno. Eppure il grande violinista americano ha il curriculum e l’esperienza da vera star della musica ed è a tutti gli effetti uno dei più grandi del panorama internazionale, grazie alla sua tecnica formidabile e al calore delle sue interpretazioni. Bambino prodigio (ha debuttato a 10 anni come solista), si è affermato a livello internazionale nel 1989, quando fu chiamato a sostituire all’ultimo minuto Itzhak Perlman per eseguire il Concerto per Violino di Jean Sibelius con la London Symphony Orchestra diretta da Michael Tilson Thomas. Da allora in poi, la sua carriera si è trasformata in un percorso artistico luminoso, ricco di collaborazioni importanti e riconoscimenti internazionali. Brillantissimo nel repertorio romantico come in quello novecentesco e contemporaneo (ma è anche un raffinatissimo interprete bachiano, vedasi la sua incisione del 2015 dell’integrale delle Sonate e delle Partite), negli ultimi anni Gil Shaham ha rivolto la sua attenzione e la sua arte a un interessante progetto discografico e concertistico, suonando e incidendo i numerosi Concerti per Violino scritti durante gli anni ‘30 da pressoché tutti i grandi compositori del Novecento. Ed è nuovamente in questo solco che lo abbiamo ritrovato, a distanza di due anni dalla sua ultima apparizione in Italia, sul palco dell’Auditorium di Roma insieme all’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia diretta da Antonio Pappano, questa volta alle prese con uno dei capisaldi del repertorio violinistico del ventesimo secolo: il Concerto per Violino di Alban Berg “Alla memoria di un angelo”, ormai divenuto uno dei veri cavalli di battaglia di Gil Shaham. Il pezzo è stato proposto dal M°Pappano in un programma impaginato insieme al Requiem di Wolfgang Amadeus Mozart

Maestro Shaham, grazie per aver accettato di parlare con noi e per essere tornato a suonare in Italia. L’ultima volta che è stato qui, due anni fa, fu per l’esecuzione del Concerto per Violino di Samuel Barber insieme all’Orchestra dell’Accademia di S.Cecilia diretta dal Maestro Pappano.
 Sì, esattamente.

Quest’anno invece presenterà il Concerto per Violino di Alban Berg “Alla memoria di un angelo” (1935). Si tratta di uno dei pezzi per violino e orchestra più celebri e importanti del Novecento. Lei lo ha eseguito molte volte con orchestre di tutto il mondo. Ci può raccontare la storia di questa composizione a cui si sente particolarmente legato?
Molto volentieri. Penso che sia corretto affermare che si tratti del pezzo più ammirato, più eseguito e più discusso della cosiddetta Seconda Scuola di Vienna. Dobbiamo ringraziare il grande violinista Louis Krasner per la sua nascita: per lungo tempo cercò di convincere con insistenza Berg a comporre un concerto per lui, ma Berg continuò a rifiutarsi categoricamente. Credo che tutti quanti conoscano la storia che sta alla base di questo concerto: la morte improvvisa di Manon Gropius, la figlia di Alma Mahler e di Walter Gropius (il celebre architetto tedesco, ndr). Fu quell’evento a far nascere in Berg il desiderio di comporre il Concerto. Se non ricordo male, Berg scrisse una lettera ai genitori di Manon dove affermava che le parole non potevano esprimere la profondità dei suoi sentimenti in quella circostanza, ma che da lì a qualche mese avrebbe riversato tutto quanto nel concerto per violino che si apprestava a comporre. E dunque, credo che si tratti di un’opera carica di profonda spiritualità. E per una strana ironia della sorte sarebbe diventato anche un requiem per lo stesso Alban Berg. La scrittura è assolutamente confortevole, perfetta per il violinista. Il processo di scrittura fu particolare: Krasner si recò periodicamente a casa di Berg e il compositore lo costrinse a improvvisare. Ogni volta che Krasner cercava di proporre una melodia o qualche abbellimento, Berg lo fermava e gli urlava “No, no! Non suonare nessuna melodia! Continua a improvvisare!”. E dunque molta della scrittura solistica è il frutto delle improvvisazioni di Krasner, tradotte in partitura da Berg in modo magistrale, ovviamente. E’ un veicolo perfetto per i violinisti, la scrittura è ideale, ma anche piena di idiosincrasie. Nella parte conclusiva del Concerto c’è un momento particolarmente toccante, ovvero quando Berg cita un corale di Johann Sebastian Bach (la cantata O Ewigkeit, du Donnerwort, BWV 60, ndr). E’ un passaggio quasi funereo, una specie di preghiera. Quando la melodia viene ripresa dai tromboni, è davvero un momento cupissimo. E il violino letteralmente piange e singhiozza, con il tono di un lamento funebre. Berg non poté mai sentire questo pezzo eseguito dal vivo, ma alla première era presente Benjamin Britten, che descrisse il pezzo con le parole “devastante” e “sconvolgente”. E credo sia proprio questa l’esperienza che si vive quando si ascolta il Concerto di Berg. Trovo che sia davvero un’esperienza catartica, in particolare quando si arriva alla fine, con quell’acuto del violino che sembra descrivere la trasfigurazione dell’anima di una donna.

E’ un vero e proprio viaggio. E nonostante questo carattere funereo, triste e tragico, come Lei nota, c’è anche qualcosa di luminoso nel finale, come se si fosse giunti in un luogo migliore.
Sì, è proprio così, hai ragione. Il finale è una vera e propria trascendenza. Ed è anche davvero operistico! La prima parte è una raffigurazione nostalgica della vita di Manon, mentre il secondo movimento è davvero come il secondo atto di un’opera, la rappresentazione della morte.

Negli ultimi anni Lei, M° Shaham, si è dedicato a un progetto molto singolare ed interessante, registrando due album (e proponendo dal vivo) i numerosi Concerti per Violino composti durante gli anni ‘30. E’ impressionante notare quanti Concerti sono stati scritti in quel periodo. Ci racconta la genesi di questo progetto? E cos’hanno in comune tutti questi lavori, secondo Lei?
Come ho detto in altre occasioni, è stata una specie di scusa per suonare dei pezzi che amo molto. Ma il concetto alla base del progetto è quasi provocatorio. Mi ricordo che stavo parlando con un amico diversi anni fa e notai come in meno di dieci anni, dal 1931 al 1939, abbiamo avuto un’impennata di Concerti per Violino scritti da grandi compositori: Stravinsky, Prokof’ev, Bèla Bartòk, Alban Berg, Arnold Schoenberg, Paul Hindemith… e poi i concerti di Samuel Barber, Roger Sessions, William Walton, Benjamin Britten, Darius Milhaud…  Castelnuovo-Tedesco, Karol Szymanowsky, Korngold … e sicuramente ne sto dimenticando qualcuno! E dunque il mio amico rispose: “Hai appena elencato tutti i più grandi compositori del Ventesimo secolo!”. Se non sono tutti, direi che sono almeno il 90%. E’ davvero notevole che tutti quanti abbiano scritto un Concerto per Violino nello stesso periodo, ma non saprei spiegare il perché. Non ho una risposta certa, ma trovo interessante porsi questa domanda e sentire cosa ne pensa la gente. Io credo che il violino solo, che è uno strumento con una voce singola, messo a confronto con la moltitudine delle voci dell’orchestra sia quasi una metafora dell’esperienza individuale all’interno della società.

Era anche un periodo di grandi sconvolgimenti storici e geopolitici, in particolar modo in Europa. Il mondo stava per cambiare radicalmente.
C’è un passaggio nel Concerto di Berg in cui la stessa frase del corale di Bach è ripetuta in due contesti armonici differenti: la prima volta è l’armonizzazione di Berg, ricca di dissonanze dodecafoniche, con il violino piangente nel suono grave della corda in Sol. E poi segue lo stesso tema nell’armonizzazione originale di Bach, con i clarinetti che imitano il suono dell’organo. C’è qualcosa in questo momento che trasmette un senso di perdita, come la vecchia Europa che svanisce. E anche un senso di angoscia per la direzione in cui si stava andando: come sarà l’Europa di domani?

Lei ha sviluppato e mantenuto nel tempo una relazione artistica con il compositore John Williams, di cui ha eseguito e registrato il suo Concerto per Violino. Quest’opera in particolare è molto differente dalle celebri colonne sonore di Williams per il cinema e sembra quasi una diretta filiazione proprio di quei Concerti per Violino degli anni ‘30, in particolare quello di Berg: come in quel caso, anche questo Concerto è la conseguenza di una perdita molto personale.
Sì, fu scritto dopo la morte di sua moglie. Non è una cosa di cui lui parla spesso, ma è proprio così. E lui stesso mi disse che fu molto ispirato dal Concerto per Violino di Prokof’ev, anch’esso scritto durante gli anni ‘30.

Che cosa ci può raccontare del suo rapporto artistico con John Williams?
Mi sento molto fortunato e privilegiato di conoscerlo e di aver lavorato con lui tante volte. Lo conoscevo già per la sua musica e tutt’oggi la trovo di grande ispirazione e scritta in modo magistrale. Lo ritengo uno dei veri maestri della musica contemporanea. Ma trovo che sia un’ispirazione anche dal punto di vista umano, come persona. E’ un uomo di grande disciplina, devoto al suo lavoro, scrive tutti i giorni, anche due o tre minuti di musica al giorno. Ma è anche la persona più gentile e amabile che si possa incontrare. E’ una grande ispirazione per me, ma credo che sia la stessa cosa per tutti i musicisti che hanno lavorato con lui. Quando suoniamo insieme a lui in un concerto di sue musiche, siamo tutti spinti a dare del nostro meglio. Qualche anno fa andai ad assistere ad uno dei suoi concerti all’Hollywood Bowl di Los Angeles. C’erano decine di migliaia di spettatori ad ascoltare due ore di musica sinfonica incredibile, dalle sue colonne sonore più famose ad altre meno note. Fu eseguito anche un pezzo con il coro, un tema che scrisse per le Olimpiadi invernali di Salt Lake City (2002). Ebbene, credo che sia stato il concerto più incredibile che abbia mai visto in vita mia. La qualità della musica, dell’esecuzione, l’entusiasmo dei musicisti e quello del pubblico… fu una serata incredibile. E cosa dire della sua musica per Schindler’s List? E’ un vero capolavoro, la amo moltissimo.

Maestro Shaham, Lei è uno dei pochi artisti in grado di stabilire un rapporto diretto e oseremmo dire quasi individuale col pubblico quando è sul palco a suonare, come se fosse capace di sintonizzarsi sul canale di comunicazione di ogni spettatore. Quanto è importante per Lei arrivare al cuore di tutto il pubblico? E quanto lavoro è necessario per raggiungerlo?
Io credo che la musica, nel suo spirito migliore, accomuni le persone. A volte, può diventare un’esperienza davvero intima sia per il pubblico che per chi suona sul palco. Quando le persone iniziano a respirare allo stesso ritmo, quando si sente la musica che scorre, quando si sente la partitura, con tutte le sue dissonanze, consonanze, la tensione, la risoluzione e il ritmo, tutti insieme, accade davvero qualcosa di magico. E lo è perché lo si sta condividendo con gli altri. Amo molto l’esperienza dei concerti e di suonare dal vivo. Cerco di essere presente sul momento, ma senza trasformarlo in qualcosa che riguardi solo me stesso. E credo che questa sia la cosa più difficile: essere obiettivi, presenti nel momento, capire il pubblico, i musicisti, le persone.


Maurizio Caschetto

 

 

Sito ufficiale di Gil Shaham : http://gil shaham.com/

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