Schopenhauer

Schopenhauer e la musica

In Musica e Altri Mondi by Francesco Bianchi0 Comments

Quando si parla di musica e filosofia, il primo nome che viene in mente è quello di Arthur Schopenhauer. E questo a ragione, perché è stato senza dubbio il filosofo che ha dato più importanza alla musica, conferendole non solo un ruolo decisivo all’interno del mondo delle arti, ma soprattutto ponendola in una posizione apicale all’interno del suo sistema metafisico. Per conoscere la funzione estetica e metafisica che ha la musica nel pensiero di Schopenhauer, pertanto è necessario vedere dove essa si colloca nella geografia generale del sistema.

Mondo, idee, Volontà: i tre livelli della metafisica di Schopenhauer

Come illustra già il nome della sua opera più importante, Il mondo come Volontà e rappresentazione, secondo il filosofo di Danzica, il mondo è l’espressione di una Volontà assoluta, cieca e irrazionale: tutto ciò che esiste è sottoposto ad essa, nulla è libero, neanche l’uomo. Facendosi mondo, cioè entrando nel regno dello spazio e del tempo, la Volontà si oggettiva, frammentandosi negli enti del mondo, divenendo così oggetto di rappresentazione, la forma intellettuale tramite la quale l’uomo coglie le cose.

La Volontà si fa mondo tramite la mediazione delle Idee, gli archetipi eterni e universali di cui gli enti del nostro mondo sono una copia sbiadita, in quanto sottoposti allo spazio e al tempo. Visto dal punto di vista dell’uomo, pertanto si può dire che «il tempo è semplicemente la visione divisa e frantumata che un essere individuale ha delle Idee, le quali sono al di fuori del tempo e quindi eterne».

Intelletto, ragione, arte: le tre facoltà dell’uomo

L’intelletto è ciò che permette di cogliere la Volontà al suo livello di oggettivazione più basso, cioè gli enti del mondo. Infatti, tutto ciò che si trova nell’orizzonte dello spazio-tempo è necessariamente inserito in una rete di connessioni di causa-effetto da cui è determinato e tramite cui determina altri enti. L’intelletto genera delle rappresentazioni con cui coglie tali rapporti di causa-effetto e grazie ad esse riesce a studiare, conoscere e dominare gli oggetti che lo circondano.

La ragione è la facoltà che a partire dalla dispersione e dalla frammentarietà del mondo ricostruisce delle unità ideali, ossia i concetti, delle «rappresentazioni di rappresentazioni», che permettono una comprensione più generale della realtà. I concetti sono un tentativo di ricostruire l’universalità delle idee a partire dalla frammentazione della realtà.

L’arte, infine, è la facoltà conoscitiva massima dell’uomo, perché riesce a cogliere le Idee riproducendo «ciò che vi è di essenziale e di permanente in tutti i fenomeni del mondo». Cioè tramite l’intelletto e la ragione l’uomo parte dagli enti del mondo per risalire alle Idee, producendo prima rappresentazioni delle cose e poi i concetti, cioè «l’unità nuovamente ricostruita dalla molteplicità per mezzo dell’astrazione di cui è capace la ragione»; mentre l’arte coglie le Idee così come sono come sono in sé, nella loro purezza di archetipi universali prima di frantumarsi nella molteplicità dello spazio e del tempo.

L’arte e il rapporto con le Idee

C’è quindi una profonda diversità tra la conoscenza prodotta dalla ragione e quella dell’arte. Mentre la scienza segue la «corrente incessante e instabile» delle cose del mondo, imprigionate nello spazio e nel tempo, e «viene spinta sempre di nuovo al di là di ogni meta che sia stata raggiunta e non può mai trovare una meta finale nella quale acquietarsi completamente, così come non si può raggiungere correndo il punto in cui le nubi toccano l’orizzonte»; l’arte invece è «dappertutto alla meta» poiché:

«essa strappa l’oggetto della sua contemplazione dalla corrente del fiume del mondo e, isolandolo, lo tiene fermo dinanzi a sé; e questo oggetto particolare, che in quella corrente non era che una fuggevole piccola parte, diventa per essa qualcosa che rappresenta l’intero, un equivalente della molteplicità infinita nello spazio e nel tempo: si ferma perciò a questo singolo oggetto: arresta le ruote del tempo; per essa scompaiono le relazioni: solo l’essenziale, l’Idea è il suo oggetto.»Arthur Schopenhauer

Se l’Idea fosse un vaso che si è rotto in frantumi, potremmo dire che l’unità perseguita dalla ragione è la ricostruzione del vaso originale a partire dai frammenti, mentre la visione che ne ha l’arte è quella del vaso prima che si rompesse in infiniti pezzi. Questa metafora ci permette anche di immaginare più chiaramente i due aspetti distinti che caratterizzano il godimento estetico del Bello per Schopenhauer, un aspetto gnoseologico (legato alla modalità di conoscenza) e uno metafisico (legato all’oggetto della conoscenza):

  • La serenità spirituale del puro conoscere privo fini mondani: la conoscenza dell’arte è una conoscenza pura, dell’in-sé delle cose, indipendente da ogni scopo utilitaristico. La serenità che scaturisce da questa purezza è il godimento estetico legato alla modalità di conoscenza.

  • La percezione della conoscenza dell’Idea, come archetipo universale: la visione dell’Idea nella sua trascendenza è ciò che rende l’arte la facoltà massima dell’uomo. La capacità di rendere sensibile l’idea è l’aspetto metafisico dell’arte.

Questi due aspetti non sono presenti nello stesso modo in tutte le arti. Più un’arte è legata alla materialità e al mondo, più è prevalente il godimento gnoseologico, dovuto alla modalità di conoscenza; mentre più un’arte esprime il mondo spirituale dell’uomo, più si si caratterizza per la sua cifra metafisica di permettere la percezione delle Idee.

Da questa differenza nel di godimento estetico offerto dalle singole arti Schopenhauer fa discendere una gerarchia: l’arte più nobile è la tragedia, perché rappresenta l’abissalità insondabile della Volontà nel mondo dello spirito umano. A scendere troviamo poesia, pittura, scultura e infine architettura: più un’arte si occupa della materia e meno del mondo spirituale, meno riesce a rappresentare le Idee nella loro purezza e rimane per questo solo il godimento dovuto alla modalità di conoscenza.

E la musica?

Alla musica spetta un gradino ancora più alto. Le arti colgono le Idee nella loro eternità come il primo grado di oggettivazione della Volontà. La musica coglie la Volontà nella sua purezza, ancora prima di oggettivarsi nelle Idee.

La musica: la diretta rappresentazione della Volontà

Tutte le arti colgono la Volontà in maniera mediata, cioè rappresentando le Idee, mentre la musica è un’immagine immediata della Volontà nella sua trascendenza. Essendo quindi indipendente rispetto alle Idee, «la musica è del tutto indipendente anche dal mondo fenomenico, semplicemente lo ignora, e potrebbe in certo qual modo sussistere anche se il mondo non fosse più affatto, il che non può essere detto a proposito delle altre arti».

La musica ha lo stesso rapporto con la Volontà che hanno anche le Idee: entrambe sono una prima oggettivazione della Volontà. Infatti, le Idee rappresentano le strutture universali del mondo nelle quali si incarna la Volontà: dalle idee più basse di materia inorganica, fino all’Idea più alta di uomo. Analogamente, la musica con la sua forma artistica rappresenta la medesima struttura e la rende sensibile all’uomo.

Ma come può la musica rappresentare la struttura archetipica del mondo?

La scrittura musicale riflette la struttura metafisica del mondo

Schopenhauer si lancia a questo punto in una lettura metafisica della scrittura musicale. L’organizzazione di armonia, melodia e ritmo rappresenterebbero la struttura metafisica che la Volontà imprime al mondo. Infatti, prendendo ad esempio della scrittura musicale la classica armonizzazione a quattro voci, Schopenhauer individua queste correlazioni:

  • Voce di bassoMateria inorganica: «più pesantemente di tutte si muove il basso profondo, il rappresentante della massa bruta: il suo salire e scendere si realizza solo per grandi intervalli di terza, quarta, di quinta, mai di un solo tono, perché in questo caso sarebbe, per doppio contrappunto, un basso trasportato. Questa lentezza di movimento gli è essenziale anche fisicamente, un passaggio più rapido o un trillo nei bassi non lo si può neanche immaginare».

  • Voci di accompagnamento (baritono e contralto)-Mondo animale: «L’andamento sconnesso e la determinazione regolare di tutte le voci di accompagnamento sono analoghi al fatto che in tutto il mondo irrazionale, dal cristallo sino all’animale più perfetto, nessun essere ha una coscienza propriamente coerente, che renda la sua vita un insieme organico dotato di senso, e nessuno percorre una successione di sviluppi spirituali, nessun si perfeziona attraverso la cultura, ma tutti rimangono in ogni tempo uguali a stessi, come la loro natura li ha determinati attraverso leggi immutabili».

  • Voce tenore (melodia)-Uomo: «infine nella melodia, nella voce principale che rappresenta il tutto, che si leva alta, che guida l’insieme e che procede dall’inizio alla fine a propria discrezione, con la coerenza ininterrotta, densa di significato di un unico pensiero, io riconosco il grado più alto di oggettivazione della volontà, ossia la vita e le aspirazioni consapevoli dell’uomo».

Il materiale musicale è di per sé una rappresentazione della struttura metafisica del mondo: le voci più basse sono il corrispettivo della materia inorganica, che si muove lentamente e costituisce l’ambiente (l’armonia) in cui si muove l’uomo (la melodia). Le voci di accompagnamento sono il mondo animale e vegetale, in cui esiste la vita, ma manca la libertà in quanto privi di autocoscienza. Infine, la melodia rappresenta il mondo spirituale dell’uomo che ha la possibilità di essere libero ed esprimere la propria autocoscienza muovendosi subendo al minimo le costrizioni della natura.

Quando poi tale materiale viene modellato dal compositore tramite l’uso dell’armonia (tonalità maggiori e minori, accordi di diversi tipi), del ritmo (le diverse agogiche) e della melodia (l’errare libero della melodia che si avvicina e si allontana dalla tonalità d’impianto passano per le più ardite dissonanze), la musica riesce a rappresentare le essenze dei fenomeni. Ad esempio, l’Allegro maestoso indica una «nobile aspirazione verso una meta lontana», mentre l’Adagio «parla di una grande e nobile aspirazione che disprezza ogni felicità di basso livello»; la musica da ballo in minore «sembra indicare la perdita di un piacere spregevole» e il passaggio improvviso da una tonalità ad un’altra «somiglia alla morte, in quanto quest’ultima mette fine all’individuo».

Tuttavia, questi tentativi di spiegazione del significato della musica sono necessariamente imprecisi e non esaustivi. Afferma infatti con decisione Schopenhauer che «il compositore manifesta l’intima essenza del mondo ed esprime la sua profonda saggezza in un linguaggio che la sua ragione non intende». Questo perché i concetti (che sono i prodotti della ragione) sono le forme astratte dell’intuizione, quindi delle strutture morte, mentre la musica esprime l’essenza vivente delle cose. Infatti, la musica non rappresenta i fenomeni, ma direttamente la Volontà, cioè l’in-sé di ogni fenomeno. Quindi, «non manifesta questa o quella gioia o dolore particolare, […] bensì la gioia, il dolore, il giubilo in se stessi, in abstracto: ci dà la loro essenza senza accessori, e dunque anche senza motivi».

L’universalità della musica, dunque, non è una vuota astrazione, ma è una universalità simile a quella dei numeri e delle forme geometriche, «che, in quanto forme universali di tutti i possibili oggetti dell’esperienza e a tutti applicabili a priori, non sono però astratti, ma intuitivi e determinati in generale».

Schopenhauer è il fautore di una musica che elevi al di sopra del mondo ed attinga direttamente alla sorgente metafisica delle cose. Elogia Rossini, come compositore che ha scritto una musica che «parla il proprio linguaggio in maniera così chiara e pura che non ha affatto bisogno di parole e produce il suo effetto anche se viene eseguita in modo esclusivamente strumentale»; e disprezza le composizioni che cercano di imitare i fenomeni del mondo come la Creazione di Haydn o i pezzi musicali che descrivono le battaglie: «tutta roba da buttare via».

Chiosando, si può dire che la filosofia della musica di Schopenhauer, riletta con gli occhi di uomo del terzo millennio, può risultare in alcuni passi ingenua o poco suffragata da argomentazioni filosofiche solide, ma rimane ancora oggi uno dei punti fermi dell’estetica musicale. Senza il suo pensiero sulla musica, le opere di tanti musicisti (Wagner, Mahler, Schönberg) filosofi (Nietzsche, Heidegger) scrittori (Thomas Mann, Montale) non sarebbero state composte come le conosciamo. Conoscere Schopenhauer è un tassello fondamentale per la comprensione della cultura, musicale e non, dal secondo Ottocento in poi.

Francesco Bianchi

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Francesco Bianchi

Filosofia e musica mancano costantemente il luogo del loro incontro tanto utopico quanto necessario. Il compito impossibile di trovarlo è il modesto ufficio che in questa rivista ricopro, scrivendo articoli partoriti attraverso impegnativi dialoghi schizofrenici fra me e i miei alter ego, fra cui possiamo ricordare Stavrogin, il barone di Charlus, Adrian Leverkühn, Simon Tanner, Ferdinand Bardamu e Malte Laurids Brigge.