Requiem

Gere curam mei finis. Le incompiutezze del Requiem di Wolfgang Amadeus Mozart

In Compositori by Lorenzo Pompeo0 Comments

Vedo qui un poeta che, al pari di tanti uomini,
esercita una superiore attrattiva, più con le sue
incompiutezze che con tutto ciò che sotto la sua mano
si arrotonda e si configura compiutamente – anzi,
piuttosto che dall’abbondanza della sua forza,
egli trae vantaggio e gloria dalla sua incapacità
nel dar l’ultimo tocco.

F. Nietzsche, framm.79 da La Gaia Scienza

Se la musica è un epifanico ed estatico rapimento che travalica ed eccede dall’ordinario del mondo, a tale vertiginosa esperienza talvolta pare che debba accompagnarsi una narrazione altrettanto stupefacente e densa di fantasmagoria. La questione omerica, le congetture browniane sui dipinti di Leonardo, la storia della dedica a Napoleone da parte di Beethoven relativamente alla sua Eroica, finiscono per appassionare e coinvolgere il pubblico più delle opere stesse, in virtù di una deviazione dal senso di meraviglia provocato dall’arte. Questo deve convergere verso una messa in forma “apollinea” di un nuovo spazio creativo di ascolto e raccoglimento, ma il pubblico, di contro, chiede alla meraviglia un seguito della medesima specie. Lo stupore si tramuta in gusto per lo “scandalo”, l’aspettarsi costantemente un fantomatico inaspettato. Fin troppo scontato sarà suggerire quanto questo possa nuocere all’accuratezza dell’indagine storica tanto quanto alla coscienza comune, decisamente meno ovvio è il dover evidenziare quando talvolta questo accompagnamento mistico e romanzesco risulti essere inanellato all’opera a livelli tali da non poter più procedere ad un netto distinguo tra l’uno e l’altro. In casi simili, allo storico, come al cultore e al semplice appassionato, si poserà di fronte allo sguardo l’incombente compito di volgersi all’opera tanto quanto al suo circondario di racconti, aneddotica e leggenda, col perenne rischio di restarvi incantato più di quanto accada di fronte all’opera in sé.

Ci concediamo il rischio di dubitare della possibilità di distrarci dalla musica di Wolfgang Amadeus Mozart, ma quanto a racconti leggendari sicuramente con l’incompiuto Requiem K 626 si pone ai vertici della storia dell’aneddotica artistica. Lo sapevano bene Puškin e, di conseguenza, Rimskij Korsakov e il compianto Miloš Forman, che nel loro operare si sono ispirati al mito quanto a Mozart e la sua musica. Di per sé, Mozart nella conoscenza comune è diventato leggenda per la sua precoce genialità espressa sin dalla più tenera età, ma il massimo della fascinazione narrativa lo ha raggiunto con il Requiem, per via del mistero che avvolge la sua incompiutezza. Quanto si possa diradare questa nube e vedere un’autentica chiazza di celeste mozartiano o se, in questo caso, bisognerà s-categorizzare il compositore della compiutezza per eccellenza, è la questione che si pone a chi si volga allo studio del Requiem. La questione si risolve, ça va sans dire, nel mezzo: una presa di coscienza dell’impossibilità di un’analisi ai massimi livelli di puntualità filologica e biografica, dove lo studioso non può non farsi carico del tentativo di fare quanto più possibile chiarezza storico-artistica su questo capolavoro incompiuto. Come l’archeologo di fronte al frammento di un mosaico trovato abbandonato tra le macerie, questa presa di coscienza è necessaria nel dare forma a questo capolavoro, che ci appare così magmatico e caotico da rappresentare un’occasione, proprio in virtù di ciò, per aprire una feritoia nell’abituale ipostatica visione dell’etereo e apollineo Mozart.

L’incompiutezza biografica

Al torrente in piena dell’incantamento prodotto fin qui da parole sull’opera, è necessario subito porre un argine che delimiti il campo alla fantasia: l’incompiutezza prima e scatenante del Requiem è biografica. Mozart non porta a termine il Requiem perché muore prima di riuscire a farlo. Almeno su questo punto possiamo, quindi, ricevere una conferma e andare a quello più aperto, cui sono dedicate monografie in plurime lingue, ovvero su chi sia, effettivamente, l’autore del Requiem e delle sue diverse parti. Si potrebbe esser fortemente tentati dal farlo: come chi sale in montagna teme la vertigine e il vorticare della testa, tuttavia, saliti in vetta, non resta che tendersi al culmine della vertigine tenendo i piedi saldi al terreno. Mozart muore, e anche su questo tema l’aneddotica si è sbizzarrita, come ben sappiamo, ma non è questo ciò che interessa qui, quanto piuttosto: possiamo effettivamente decretare che Mozart abbia speso ognuno dei suoi ultimi respiri all’ultimazione del suo capolavoro e con esso farsi cantore della propria morte, oppure possiamo nutrire qualche dubbio? In altri termini, può aver attraversato l’animo di Mozart un’esitazione a concludere, a mettere in atto il movimento decisivo a conferire forma compiuta al materiale che gli si presentava alla mente? Il dubbio è legittimato anche da Christoph Wolff, autore di una delle maggiori monografie dedicate al Requiem, il quale scrive che Mozart «se, come sembra verosimile, elaborò mentalmente il Requiem, avrebbe potuto stenderlo benissimo su carta nella sua interezza, movimento per movimento, nell’ordine definitivo», seguendo quanto avevano riportato fonti coeve o di poco posteriori a Mozart come Niemetscheck, secondo cui Mozart «prima che si sedesse al tavolo il lavoro era già compiuto nella sua mente», e Nissen, che aggiunge che «egli finiva interi pezzi musicali nella sua testa e li teneva a mente. […] Però riusciva a scriverli subito con grande velocità». Inoltre, va considerato quanto abbondante ed eccelsa sia la sezione di catalogo prodotta nell’ultimo anno mozartiano in cui spicca, in tutta la sua maestà, Il flauto magico, di pochi mesi anteriore al Requiem. Nulla lascerebbe pensare ad un Mozart in declino di forze che si abbandoni ad una presa di coscienza del sopraggiungere della morte, ma, tutt’al più, a voler interpretare, parrebbe più uno slancio intriso di furor creativo volto a imprimere sempre più forza al proprio marchio artistico…

Lorenzo Pompeo


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About the Author

Lorenzo Pompeo

Ho iniziato a suonare da bambino e ho conseguito il diploma di vecchio ordinamento in Pianoforte al Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli, la mia città. La passione per la musica si è intrecciata a quella per le "humanae littarae" e così allo studio musicale si è affiancato quello della Filosofia, presso l'Università Federico II. Da qualche anno sono membro di questa realtà perfetta per parlare e imparare di musica e cultura, Quinte Parallele, per la quale mi occupo di musica russa e dell'Est Europa, oltre che di Filosofia ed Estetica della musica.