Anna Renzi, la prima diva della lirica italiana

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Lopera veneziana della metà del ‘600 rappresenta un punto di snodo rispetto alla precedente tradizione (perlopiù fiorentina e romana) poiché essa in qualche modo getta le basi, su tanti fronti, di ciò che sarà il futuro del teatro musicale. L’estroversione dei sentimenti, il suscitamento profondo degli affetti, una rinnovata prassi letteraria e musicale, una nuova concezione della teatralità e dell’impianto scenico: tutto si fonde e si sviluppa in questi anni, determinando la nascita dell’opera come nuovo genere.
A questo panorama contribuiscono grandemente le figure dei cantanti, i quali, con le loro richieste ma anche con le loro capacità, “dettano legge” e influiscono sugli sviluppi del melodramma. Fondamentale in questo senso è stata la figura di Anna Renzi “Romana”, protagonista di numerose altre opere rappresentate nella Venezia seicentesca.

Una cantante alla stregua di un mecenate

Argiope, favola musicale di N. e di Gio: Battista Fusconi Consacrata al chiaro merito della Sig. Anna Renzi. Questa è la dedica riportata sul frontespizio del libretto dell’Argiope, opera di Fusconi. Contrariamente alle usanze del tempo, per le quali il librettista omaggiava nella maggior parte dei casi mecenati e committenti (che finanziavano la realizzazione e la messa in scena del lavoro) o prìncipi e uomini di chiesa, Fusconi dedica l’opera alla cantante romana.
Sorge allora spontaneo chiedersi: per quale ragione il librettista si è discostato dalla normale “prassi dedicatoria”? A quanto pare Anna Renzi, nel 1649 (anno della rappresentazione di Argiope), godeva già di grande stima e vantava una chiara fama nella Serenissima. 

Grazie al decisivo contributo della musicologa americana Ellen Rosand, con la sua pubblicazione Opera in Seventeenth-Century, Venice: The Creation of a Genre, abbiamo un quadro abbastanza chiaro di quella che fu la vita e la carriera di Anna Renzi: nel 1639 cantò all’ambasciata francese di Roma ne La sincerità trionfante, overo L’Erculeo ardire, e l’anno successivo si esibì in un dramma musicato da Filiberto Laurenzi, suo maestro. Nello stesso anno giunse a Venezia accompagnata dallo stesso e per tutti gli anni ’40 fu la più celebre cantante attiva nella città lagunare. Da quel momento fu a tutti gli effetti protagonista, o quantomeno le furono affidati ruoli di prim’ordine, nelle opere rappresentate in quel periodo. Lasciò la città nel 1659 per ritornarvi nel 1662 con l’intenzione di sposarsi, ma da quel momento in poi non abbiamo più sue notizie.

Tabella
Ci immaginiamo nel ‘49 una Renzi già da tempo lanciata verso una graduale ascesa per la celebrità. In effetti, come vediamo dalla tabella il suo debutto negli ambienti veneziani avvenne ben 8 anni prima, quando ella godeva già di una buona nomea.
L’arrivo della Renzi a Venezia avvenne infatti grazie a Francesco Sacrati, il quale sembra aver plasmato appositamente per lei il ruolo di Deidamia ne La Finta Pazza (1641), adattandolo alle sue doti vocali e attoriali specifiche. Giulio Strozzi, nel libretto dell’opera scrive: «dalla diligenza del Sig. Sacrati deve riconoscere la Città di Venezia il favore della virtuosissima Signora Anna Renzi», definita questa, qualche riga prima, «una suavissima Sirena, che dolcemente rapisce gli animi, e alletta gli occhi, e l’orecchie degli ascoltanti».
Andiamo ad esaminare stralci di alcune opere per capire meglio quali personaggi impersonò la Renzi e in che modo lo fece.

La finta pazza

Nel gennaio del 1641 Francesco Sacrati debuttò come compositore teatrale: La finta pazza – un lepido dramma di Giulio Strozzi, membro dell’Accademia degli Incogniti, che sulla storia di Achille in Sciro innesta beffarde scene di simulato delirio dell’innamorata Deidamia – inaugurò il Novissimo di Venezia, un teatro impresariale concepito ad hoc per il melodramma sulla scia della riconversione operistica di teatri di commedia tra il 1637 e il 1640 (i teatri di S. Cassiano, dei Ss. Giovanni e Paolo e di S. Moisè).
Tanto la Renzi rimarrà impressa nel pubblico di allora, che l’opera stessa sarà ribattezzata e circolerà anche con il nome di Deidamia.
Da una nota del libraio Gio. Battista Surian, collocata alla fine della seconda impressione del libretto, si evince che la Renzi abbia portato in scena la sua Deidamia per ben 12 volte in 17 giorni. Il successo è stato tale da costringere lo stesso Surian a stampare il libretto dell’opera due volte nello stesso mese e se ne deduce che la cantante romana fosse dotata di una tecnica eccellente, che le consentiva di andare in scena per più giorni consecutivi senza andare ad intaccare la sua qualità sonora.
Deidamia è il motore principale della trama, poiché entra in contatto con quasi tutti i personaggi, suscitando le più svariate reazioni in loro e determinandone in misura maggiore o minore le sorti. La sua centralità è inconfutabile: appare in ben 11 scene su 27.
La  poliedricità del personaggio (e quindi di Anna Renzi come sua interprete) è appurabile esaminando alcune scene dell’opera sotto l’aspetto drammaturgico e musicale. Nel 1° atto, scena III, compaiono Achille e Deidamia. Mentre Achille, vestito da donna per volere della madre al fine di non farsi riconoscere, canta in maniera ariosa e baldanzosa della sua passione per i combattimenti (Ombra di timore non mi turba il petto), Deidamia in maniera languente lo prega di non partire perché è incinta e non vuole che si separino (Sempre, sempre tu sogni guerre, battaglie, e morte…).
A questo suo momento tormentato e ricco di fioriture dal tono dolente  (es.: su “battaglie”), si fa poi avanti per contrasto una Deidamia più fiera che spiega ad Achille che la guerra è imminente, sopra un ritmo marziale. (Già piena di furore suona d’intorno, suona la fiera tromba del troiano Marte…)
Una terza caratterizzazione del suo personaggio è presente alla fine della stessa scena: dopo che Deidamia ha dimostrato ad Achille il suo sincero amore, i due giovani  cantano un “a 2” amoroso, in tempo ternario e dalla dolce melodia (Felicissimi amori).
La scena settima del II atto conferma in tutto e per tutto la centralità di Deidamia: su 27 scene questa è collocabile esattamente al centro dell’opera (scena 14) e non ci sembra un caso il fatto che sul palco ci sia Deidamia sola. Ella è lacerata in due: da un lato determinata, vuole imporre a sé stessa di farsi coraggio per cercare in tutti i modi ti tenere il suo Achille con sé (Ardisci, animo, ardisci); dall’altro languente, canta un’aria lamento su tetracordo discendente, supplicando il proprio “senno ingegnoso”. Proprio grazie ad esso le viene l’idea di  fingersi pazza riuscendo a trattenere con sé Achille (che vorrebbe partire per la guerra di Troia), preoccupato per la sua condizione.
L’ennesima sfumatura caratteriale di Deidamia (e quindi la versatilità di Anna Renzi) è riscontrabile nella scena VI dell’Atto III:
Achille vede Deidamia legata, poiché creduta pazza, e chiede di farla liberare. Credendola dormiente,  le chiede scusa mentre lei sta in realtà ascoltando tutto.  Dopo aver ascoltato lunghi momenti tutti in modo minore, finalmente Deidamia “rinsavita” canta in modo maggiore (“pazza di allegrezza nel cuore”). Alla fine dell’opera, tutti i personaggi ammirano l’ingegno della finta pazzia della donna, così come gli spettatori del teatro Novissimo avranno sicuramente ammirato la signora Renzi nell’interpretare con una così grande naturalezza le nuances emotive del suo personaggio.

A pag. 6 e 7 del solito volumetto: «ne gli anni, che succederono, mostrò, che ella era venuta per continuare à produrre ne’ teatri di Venetia il diletto, e lo stupore: e fù sentita con non minor piacere hora fingersi la semplice, hora simular saviezze, hora mostrarsi sdegnata Imperatrice ed ultimamente in habito maschile mentire il sesso si, ma non mostrarsi diversa dell’Eccellenza di prima, onde (quello, che suol succeder solo delle cose veramente buone) piacer sempre, senza il Privilegio della Novità». (C. Sartori, La prima diva della lirica italiana: Anna Renzi, 1968)

L’incoronazione di Poppea

In quest’opera di Claudio Monteverdi, rappresentata nel 1642 al Teatro Ss. Giovanni e Paolo, Anna Renzi ricoprì il ruolo di Ottavia (la “sdegnata Imperatrice” di Giulio Strozzi), moglie di Nerone, messa da parte a causa di Poppea. Alcune fonti riportano che la Renzi, oltre ad Ottavia, interpretò anche il ruolo di Drusilla e Virtù; nonostante la nostra incertezza al riguardo, tenteremo comunque di delineare alcuni suoi tratti anche riferendoci a questi personaggi.
Prendiamo in considerazione due brani di Ottavia che potremmo annoverare nella categoria dei lamenti, sulla falsariga del Lamento di Arianna (sempre di Monteverdi). Nel primo, Disprezzata regina (Atto I, scena quinta), Ottavia esprime rabbia, delusione e desolazione a causa di Nerone che preferisce Poppea a lei, rimanendo ferma nei suoi valori morali: la nutrice infatti le “consiglia” di tradire a sua volta Nerone ma ella si rifiuta. Di questa interpretazione abbiamo un riscontro encomiastico, tratto dal volume di Strozzi Le Glorie Della Signora Anna Renzi Romana (1644), del quale ci colpiscono gli ultimi tre versi: è qui infatti che viene espresso in maniera chiara il successo che ebbe l’interpretazione e la trasmissione dei sentimenti di Ottavia, al punto da farci domandare se lo stesso Nerone avrebbe agito diversamente a sentirla cantare in quel modo:

 Sìcome i nostri petri
Colmaro di pietade, an sò ben’io,
Neron s’havrebbe fatto humile, e pio.

Il secondo brano è il lamento della scena settima, Atto III, A’Dio Roma, a’Dio Patria. Ottavia viene allontanata da Roma e saluta la sua città con dolore, sottolineato anche dal fraseggio musicale che suggerisce una sorta di singhiozzo della donna.
Come già detto, non abbiamo conferma dell’interpretazione di Drusilla e Virtù da parte della Renzi ma ci sembra il caso di ipotizzare, visionando la partitura, questo triplice ruolo sulla base anche del fatto che ci troviamo davanti a scritture musicali molto più articolate rispetto agli altri personaggi. D’altronde questa facilità nell’agilità e nei passaggi che la Renzi sembra aver avuto è confermata da Strozzi nel “solito volumetto”:

Per questo ella hà il passaggio felice, e ‘l trillo gagliardo, doppio, e rinforzato

Inoltre, è da notare che i tre personaggi non sono mai compresenti sulla scena e ciò ci dà un ulteriore conferma per questa ipotesi. Oltre a questo, riprendendo le argomentazioni di Magnus Schneider, non è difficile immaginare che la Renzi abbia voluto avere (o le fossero stati assegnati) tre ruoli, per aumentare il numero di presenze sulla scena (visto il suo prestigio sarebbe stato strano che si fosse limitata solo a interpretare Ottavia).

Il Bellerofonte

Nel volumetto di Claudio Sartori troviamo un rimando al volume di Strozzi, sempre in riferimento alla Renzi:

A pag. 22 e 23, rispettivamente seguono altri due sonetti di Girolamo Brusoni e di G. B. Settimo: «Per la Sig. Anna Renzi, che recita divinamente nella favola di Bellerofonte rappresentante in musica nel Teatro Novissimo di Venetia», dove il Settimo tranquillamente assicura che le altre cantanti sono corvi e cicale al paragone della Renzi, che è sirena e cigno.

Rappresentato nel gennaio del 1642 al Teatro Novissimo di Venezia, il Bellerofonte è un’opera su soggetto mitologico greco. Essa narra le gesta dell’omonimo protagonista, che dopo una serie di combattimenti e vicissitudini amorose passa dalla misera condizione di esule a quella di re, con a fianco la sua sposa Archimene.
Vediamo quindi come il personaggio interpretato da Anna Renzi sia ancora diverso dai precedenti esaminati: Deidamia è sinceramente innamorata ma aguzza l’ingegno e si finge pazza per trattenere il suo Achille; Ottavia è innamorata ma presa dalla gelosia ordisce una congiura contro Poppea (potremmo quindi associarla più al personaggio di Anthia, sorella di Archimene di natura vendicativa); Archimene è invece l’emblema della purezza e favorisce lo scatenarsi dei sentimenti di felicità (“da mille gioie oppressa”, scena finale) e delle passioni struggenti (Infelice Archimene per tirannia d’Amore, atto I scena 7); questo non può che farci pensare anche qui ad un mirabile successo della cantante romana.Anna Renzi
La diva ieri e oggi

Perché la Renzi è una diva della lirica? Quali sono i presupposti fondamentali e i processi che determinano la “divizzazione” di certe figure?
Abbiamo riscontrato in maniera incontrovertibile che Anna Renzi fosse dotata di due dei presupposti per noi fondamentali: l’abilità vocale e la convincente recitazione. Essendo una delle migliori performer del tempo, veniva reclutata da importanti musicisti per esibirsi in prestigiosi teatri e le sue straordinarie capacità suscitavano profonda ammirazione nel pubblico di allora.
Un altro elemento chiave, valido ancor oggi, nell’ascesa della Renzi fu senza dubbio lo sfruttamento dei mezzi di diffusione di massa. E’ intuibile che la stampa abbia contribuito in larga misura ad accrescere la sua fama: non è infatti difficile immaginarsi titoli roboanti sugli avvisi che circolavano in quel tempo, così come avviene oggi, per pubblicizzare gli spettacoli. A questo dobbiamo inoltre aggiungere la grande battage sostenuta dall’Accademia degli Incogniti (una vera e propria impresa), la cui attività va intesa come strumento promozionale e come mezzo di legittimazione degli stessi membri come capostipiti dell’opera veneziana.
Un’ulteriore componente che giocò un grande ruolo nella ricetta per il successo è la presenza di molti elogi e omaggi alla diva in questione.
Così come la Callas ricevette ossequi e apprezzamenti da figure di notevole spicco della sua epoca quali Carmelo Bene o Leonard Bernstein, allo stesso modo troviamo numerosi encomi rivolti alla nostra Anna Renzi. Nella seconda stampa del libretto per La Finta Pazza, troviamo sonetti di Francesco Melosi e il testo del Pianto di Deidamia «espresso mirabilmente in musica dalla Signora Anna Renzi romana».
Sempre Strozzi pubblica Le Glorie Della Signora Anna Renzi Romana (1644), un volume dedicato all’insegnante della Renzi, Filiberto Laurenzi, che presenta numerose poesie di encomio scritte da vari autori identificabili come membri dell’Accademia degli Incogniti.
Altre dediche ed encomi degni di nota si trovano nel Cannocchiale per la finta pazza di Maiolino Bisaccioni, nella raccolta di Canzonette amorose a doi, e tre voci… di Orazio Tarditi e nelle Bizzarrie Academiche (1655) di Giovan Francesco Loredano, fondatore dell’Accademia degli Incogniti.
Un ultimo fattore concorrente, forse il più importante, fu la notevole capacità di coloro per i quali ella lavorò, cioè gli impresari/librettisti, di soddisfare le esigenze  le aspettative del pubblico.
Tutte le rappresentazioni veneziane dell’epoca venivano messe in scena durante il periodo del Carnevale (che durava in genere sei settimane, da Santo Stefano al Mercoledì delle Ceneri), durante il quale giungevano forestieri d’ogni dove, e dove ogni gerarchia e stratificazione sociale venivano annichilite: erano sei settimane di totale divertimento (spesso poco ortodosso).
Poiché il pubblico era così eterogeneo, lo spettacolo doveva in qualche modo accontentare tutti: meravigliosi momenti tragici di taluni venivano accostati a grotteschi e licenziosi comportamenti di certi altri personaggi. Coloro che ascoltavano e guardavano la Renzi in scena pagavano per ascoltare la bellezza del canto, per ridere e per piangere, e non sempre capivano l’andamento della vicenda.

Leggermente diversa è la situazione da quando è nata nell’Ottocento la critica musicale: il pubblico comprende sì ancora in gran parte gente del “volgo”, ma cominciano a spuntare veri e propri critici che analizzano il gusto, l’estetica, la regia, oltre che valutare la performance musicale in sé.
Crediamo però che nel corso di questi quattro secoli di progressiva “elevazione” del pubblico, non sia cambiata la voglia di emozionarsi di fronte alla bellezza della musica e quindi non sia cessata la nostra voglia di trovare un/una interprete che ci possa aprire la strada verso la verità a cui essa conduce.
Come lo è stata la Callas nel Novecento, così la Renzi fu una calamita per il pubblico del Seicento: una cantante molto apprezzata e abile nell’interpretare e a impersonare ogni ruolo, con una personalità sicuramente esuberante e capace di attirare su di sé lo sguardo di molti, a partire dai tanti che hanno scritto su di lei e per lei, stravolgendo anche le “usanze dedicatorie” del tempo.
Possiamo quindi affermare senza timore di esserci trovati di fronte al prototipo di una vera e propria star del mondo operistico, dinanzi alla prima diva della lirica italiana.


Marco Surace – Alessandro Lemmo

 

 

 

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