Premio Valentino Bucchi, 39esima edizione

In Eventi by Michela Marchiana0 Comments

Il 15 novembre siamo stati alla serata finale del “Premio Valentino Bucchi” per la composizione, concorso che è giunto quest’anno alla 39esima edizione.

Premio Valentino Bucchi all'Accademia Filarmonica Romana

Premio Valentino Bucchi all’Accademia Filarmonica Romana

Ad ospitare il concerto di premiazione è stata la Sala Casella dell’Accademia Filarmonica Romana, che ha deciso per il terzo anno consecutivo di collaborare con la Fondazione Valentino Bucchi per bandire le nuove edizioni del Concorso di Composizione e quello di Interpretazione di Musica Contemporanea.
Aprono la serata Domenico Turi e Francesco Telli, il presidente della fondazione, che ci preannuncia per il 2019 le probabili nuove edizioni del Premio. Telli non dimentica di ringraziare la Filarmonica, che da quasi 200 anni svolge un lavoro di approfondimento culturale e porge un’attenzione particolare ai giovani talenti cercando di valorizzarne il percorso.
Il tema di quest’edizione era il quartetto per archi, e, se già la sua composizione risultava complessa da un punto di vista creativo, lo è stata anche l’esecuzione, affidata al Quartetto Noûs.

Quartetto Noûs

Quartetto Noûs

La finale era composta di tre quartetti, appunto, di tre giovani compositori, Arcifollia di Cristiana Colaneri, Trajes de Luces di Edoardo Dadone e Day and Night di Daniele Gasparini.
Il primo dei tre, Arcifollia, è un quartetto che prende forma dalla destrutturazione delle capacità tecniche e musicali dei quattro strumenti ad arco. Un titolo che rende perfettamente l’idea della composizione, un titolo evocativo che, insieme al mix di effetti e al caso di suoni prodotti, ha trascinato gli ascoltatori nel mondo della Follia, ma non quella musicalmente intesa. Quasi a richiamare la composizione ciclica, il quartetto inizia e finisce allo stesso modo, una nota LA armonica prodotta dal violoncello, in un’onda di dinamica, dall’impercettibile, all’emessa di voce, allo sforzato, al tremolo sul ponticello. Nel corso della composizione inoltre abbiamo incontrato una misura spropositata di effetti timbrici e quasi scenici che i quartettisti sono stati chiamati ad eseguire: i suoni grattati, per emettere una nota non riconoscibile, dal suono più che altro sgradevole, graffiato, sgarbato; effetti di gliss e suoni armonici che si facevano strada nel pentagramma e che urlavano la loro presenza nell’atmosfera caotica che si era creata; note suonate col legno, cioè invece che usando l’archetto in modo naturale si usava capovolto, in modo di avere la bacchetta (il legno, appunto) sulle corde, e non i crini; cassa armonica usata in modo percussivo, perché chi impedisce a un quartetto di essere e diventare un’orchestra? Oltre alla sezione fiati, con l’effetto di suono flautato che emerge quando si eseguono i suoni armonici, abbiamo anche la sezione percussioni, battendo, o con le mani o con la vite sul tallone dell’arco, sulla cassa armonica, in modo da avere un effetto ritmico a risuonare. Ma, in aggiunta a questo mare di novità e di effetti inaspettati, Arcifollia consta di momenti di suoni reali, trilli e vibrati quasi alla romantica, quasi a rendere il tutto bipolarmente folle.
La seconda composizione, Trajes de luces, come per il quartetto precedente, era basata su effetti sonori e tecnici dei quattro strumenti, ma, stavolta, la particolare attenzione era posta anche sugli effetti timbrici, dinamici e dei colori. Si passava da un fortissimo che riempiva la sala e arrivava al di fuori della Sala Casella, oltre la Flaminia, per non si sa dove, a un pianissimo che era difficile da percepire dal signore attentissimo in prima fila. Degno di nota e di meraviglia il finale stupefacente, inaspettatamente consonante, basato si un effetto di dialogo di gliss, alternatamente ascendente e discendente, tra primo violino e viola.
Infine, o quasi, l’ultimo quartetto a partecipare a questa finale è stato Day and Night. In questo quartetto, più che negli altri, si è fatto caso all’impatto sonoro, all’importanza, più di ogni altra cosa, della massa sonora che un quartetto d’archi, nonostante l’organico esile (solo quattro persone!), è in grado di produrre. In questa composizione l’equilibrio tra effetti sonori e suoni reali era strategicamente equilibrata, in modo da non far distogliere l’attenzione agli ascoltatori nemmeno per un attimo. In più, rispetto ai due lavori precedenti, si è ascoltata un’eredità di un compositore (e non solo), che pure è stato protagonista della serata, cioè Dmitrij Šostakovič. Questa “eredità” si è avvertita nell'”emarginazione” del primo violino, nella sua lotta più lirica, cantata e melodica, sopra ai colpi ritmici, percussivi e dinamici degli altri tre strumenti.

L’attenzione richiesta al pubblico era moltissima, la concentrazione da mettere nell’ascolto anche, ma maggiore concentrazione e immersione nello spirito musicale che aleggiava in sala era richiesta allo strabiliante Quartetto Noûs, con cui abbiamo avuto l’onore di scambiare quattro chiacchiere qualche giorno prima della sera del concerto.

Quartetto Noûs

Quartetto Noûs

Avete sempre avuto un interesse per i nuovi linguaggi compositivi? Come vi trovate a interpretare la musica contemporanea?
«Dall’inizio del nostro percorso, da quando siamo nati come quartetto abbiamo sempre cercato di approfondire un po’ tutti i linguaggi della musica da camera. Fin da subito siamo partiti con i classici, chiaramente Haydn, Šostakovič e i compositori contemporanei.
È stato stimolante perché in qualche modo Haydn, Mozart, Beethoven e tutti i compositori di repertorio conosciuti hanno uno stile definito, per cui c’è sempre una ricerca. Nella musica contemporanea però è tutto da scoprire, è tutto più nuovo e ci sono tante incognite. Bisogna capire come il compositore ha deciso di comporre, quali stilemi ha deciso di utilizzare, quali tecniche compositive e strumentali…Quindi ogni volta è come riscoprire un linguaggio nuovo.»

Che tipo di approccio avete allo spartito, potendo incontrare i compositori di persona?
«I pezzi per il Concorso Bucchi sono arrivati di recente, ma avremo un contatto diretto con i compositori prima del concerto. Avremo delle ore da trascorrere assieme in modo tale da conoscerci meglio e conoscere meglio le loro idee compositive e confrontare anche le nostre interpretazioni, anche per approfondire il significato di alcune sezioni delle loro composizioni.»

Il compositore contemporaneo ha un’idea di come debba essere eseguito il pezzo, ma quanto del vostro avete messo nell’interpretazione?
«In genere i compositori contemporanei scrivono parecchi dettagli nelle loro parti. Quello che cerchiamo di fare in principio è restare il più fedeli possibile a quello che è stato scritto dal compositore. Spesso ci sono indicazioni agogiche che specificano molto chiaramente quello che il compositore vorrebbe in quella determinata sezione. Poi è chiaro che da un pezzo a un altro può cambiare notevolmente, quindi noi sicuramente del nostro all’interno delle composizioni lo mettiamo sempre.
Abbiamo scelto di approfondire il mondo della musica da camera e questo ci permette di lavorare costantemente in maniera quotidiana sui pezzi che affrontiamo. Cerchiamo di approfondirli e man mano che andiamo avanti e cominciamo a conoscerli meglio, di dare anche la nostra interpretazione. In qualche modo li trasformiamo ma poi è importante ovviamente il confronto col compositore.»

Un’ultima domanda, che esula un po’ dal Concorso e dalla musica contemporanea, perché Noûs?
«Ci ha colpito parecchio questo temine, è fortemente attinente a quello che facciamo noi col quartetto. Noûs è un termine che ha al suo interno due significati, razionalità, intelletto ma anche ispirazione e creatività. Proprio quello che dicevamo poco fa, c’è la parte analitica, quella dello studio della partitura e del confrontarsi in maniera razionale fra di noi e poi la parte artistica, che ci permette di salire sul palcoscenico, emozionarci ed emozionare, trasmettere le nostre sensazioni.
Questo termine piccolissimo racchiude in sé un po’ tutto questo mondo.»

In tutte e tre le nuove composizioni ascoltate, comunque, era prediletto l’impatto sonoro. Si è trattato di musica molto evocativa, anche grazie ai titoli, e di musica quasi viscerale, fatta di sensazioni, con l’apparenza di una mancanza di struttura, e di questo grande merito e tanto di cappello va ai compositori, perché far sembrare inesistente una struttura in una composizione per Quartetto d’Archi è di una difficoltà notevole. Per tonare, comunque, alle composizioni, torna alla memoria quel tipo di musica chiamata texture music (possibili confronti sono Krzysztof Eugeniusz Penderecki, produzione giovanile, e Karlheinz Stockhausen), a quel tipo di musica in cui è più importante l’impatto sonoro, quello che è percepito da fuori, l’effetto totale della musica, totale inteso come emozioni, sensazioni, scena, atmosfera creata. Un tipo di musica, insomma, che lascia col fiato sospeso, che non fa mai rilassare o distendere, dalla prima all’ultima nota.

Nel momento del giudizio il Quartetto Noûs esce di scena per andare a riprendere fiato e riaccordare gli strumenti che fin troppo sono stati sfruttati, per tutti gli effetti che gli è stato richiesto di produrre.
Prima della premiazione finale, un ulteriore spazio è stato lasciato al quartetto, che, come se i musicisti non fossero abbastanza stanchi, ha chiuso la serata con il Quartetto n. 9 di Dmitrij Šostakovič. Anche questa potrebbe essere vista come musica d’effetto, perché il messaggio lanciato dal compositore nei suoi quartetti (e non solo) aveva sempre un forte impatto sul suo pubblico. In Šostakovič, però, è molto presente e marcata una struttura interna, che è riconoscibile da tutti gli ascoltatori. Il Quartetto Noûs si è distinto nell’esecuzione in maniera eccelsa, lasciando nel camerino la parte di “snaturamento” degli strumenti, e riprendendo possesso di una tecnica a tutti nota, tenendo però, a volte forse troppo marcatamente, la parte degli effetti, tra cui suoni molto marcati, molto pesanti, quasi sporchi, come e dove quartetto richiede, avvicinando in maniera brillante e meravigliosa Šostakovič ai quartetti contemporanei, più di quanto non si potesse pensare.

Come bis il Quartetto Noûs propone l’ultimo tempo dell’altro celeberrimo quartetto di Šostakovič, ossia il Quartetto n. 8. Questo quartetto, dalla storia arcinota, è dedicato da Šostakovič a Šostakovič stesso, prendendo come cellula tematica le note Re, Mi bemolle, Do, Si che, trasposte nella notazione tedesca, si identificano con le iniziali del nome dell’autore (DSCH) .
Bis indubbiamente un po’ strano, perché in questo quartetto non si hanno stacchi o pause tra un tempo e l’altro, ma comunque ben accetto dal pubblico come conclusione della serata, in attesa di sapere il nome del compositore vincitore del concorso. Eseguito in maniera spaventosa, nella accezione più positiva possibile. Un senso di tensione e di energia si era creato in sala, tanto da rimanere per buoni 10 secondi senza fiato, tutti quanti, dopo l’ultima nota, prima di scoppiare in un gigante, meritatissimo e scrosciante applauso.

La classifica ha visto al terzo posto Day and Night di Daniele Gasparini, al secondo Arcifollia di Cristiana Colaneri e al primo un incredulo Edoardo Dadone, con il suo Trajes de luces.
Abbiamo avuto la fortuna di complimentarci con il giovane compositore, vincitore del concorso, e fargli la più banale delle domande lampo, ma che alla fine banale non è affatto.
Edoardo Dadone è un giovanissimo compositore, classe ’92, che si è diplomato in composizione recentemente. Ha deciso, quasi per gioco, di partecipare a questa 39esima edizione del Bucchi, e ne è risultato vincitore. La sua gioia e incredulità erano tangibili, e strappavano più di un sorriso, ma ciò non lo ha distolto da un giudizio critico del suo lavoro, che a parer suo, anche sentendo gli altri candidati in concorso, ha molto da migliorare. Se le premesse sono queste, ci aspetta un futuro musicale molto interessante, e, forse, più roseo di quanto non immaginiamo.

Livia Gatto, Michela Marchiana

 

About the Author

Michela Marchiana

Sono nata a Roma nel 1995. Ho iniziato a studiare il violino all'età di 12 anni. Frequento la facoltà di Musicologia presso La Sapienza e sono diplomata in violino presso il Conservatorio di Santa Cecilia a Roma. La risposta alla fatidica domanda "Qual è la tua musica preferita?" purtroppo (o per fortuna!) per me non esiste. Mi sono avvicinata al mondo della musica grazie ai miei genitori (non musicisti ma appassionati a tutto tondo) che mi hanno cresciuta a suon di cantautorato italiano misto a rock misto a reggae misto a (strano ma vero) Barbiere di Siviglia e Traviata. Successivamente, iniziato a studiare il violino sotto la guida di un'Insegnante con la "i" maiuscola, ho iniziato a scoprire il mondo dell'orchestra sinfonica e dei gruppi da camera. Dunque, se proprio dovessi dare una risposta sul genere di musica preferito (nell'ambito della musica classica), direi che preferisco la musica da camera, con un amore sconfinato nei confronti del Quartetto. Compositori preferiti? Nessuno dai, a parte la gigantografia di Ludovico in camera.