Chopin

Il pianoforte di Daniele Costa al Tempietto

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Enigma e mistero. È così che si apre la Polonaise – fantaisie Op. 61 di Chopin e insieme a questa anche il recital di Daniele Costa per la rassegna dei Concerti del Tempietto.
Un pedale caldo e perseverante accompagna l’esecuzione del giovane pianista, fungendo da bordone al pezzo in questione. Il tocco di Costa è sicuro, senza indugi, e talvolta perfino scherzoso. Ciò è indice di una presenza scenica che verrà confermata durante tutto il concerto.
Il pianista dimostra di trovarsi a suo agio in mezzo alle ambiguità tonali e alle scale vertiginose del compositore polacco.
A risaltare vistosamente, anche nel secondo pezzo in programma dello stesso compositore – lo Studio in La b Maggiore Op. 10 n. 10 – è in particolare l’intenzionalità del discorso musicale, la quale permette al pianista di svolgere un monologo equilibrato e coerente dall’inizio alla fine.
Il furor che caratterizza talune sezioni del pianismo chopiniano traspare egregiamente e a più riprese, complice certamente la giovane età del pianista (classe 1996).
Nella successiva Ballata n. 3 in La b Maggiore Op. 47, Daniele Costa si fa artefice di un dialogo estremamente interessante e vivace tra le parti del contrappunto di Chopin. A ciò corrisponde anche un uso sapiente delle gradazioni cromatiche di intensità. La tavolozza sonora del pianista è estesa e variegata, pertanto il risultato si dimostra all’altezza della difficoltà del brano.
L’eloquio del pianoforte, che a volte pare una vera e propria voce umana, è dosato bene e gli accenti puntellano il discorso musicale con scelte intelligenti e ben calibrate.
Anche in questo lo strumento pare a volte infiammarsi sotto il tocco agile e vigoroso del pianista.
Nella seconda parte del programma incontriamo innanzitutto le Variations sérieuses Op. 54 di Felix Mendelssohn-Bartholdy.
Nonostante il titolo, Daniele Costa pare divertirsi sul palco mentre affronta con perizia tecnica ed estremamente pulita le variazioni che Mendelssohn instaura a partire da un corale dal sapore quasi bachiano. La chiarezza del tocco è senza dubbio lodevole e l’esecuzione dimostra una personalità matura e ben sviluppata. Il pianista si muove a suo agio tra le variazioni e riesce a donare a ciascuna sezione un carattere preciso e definito.
La vera bravura del giovane musicista appare però nel gran finale: a chiudere il programma del concerto è infatti la Sonata in Do Maggiore Op. 53 “Waldstein” di Ludwig van Beethoven.
Vero e proprio caposaldo della letteratura pianistica e banco di prova per tutti i pianisti, la Waldstein presenta non poche difficoltà di esecuzione.
Costa ancora una volta dimostra di padroneggiare bene la parte e il suo carattere artistico appare anche in questo caso già maturo e intelligente. Oltre a giocare in modo sapiente con i registri e con le sfumature di colore, Daniele Costa affronta senza problemi anche le parti più impervie del pezzo in questione; una fra tutte, il passaggio ad ottave parallele dell’ultimo movimento che ha dato non pochi grattacapi ai pianisti degli ultimi due secoli.
Finito il suo recital, Daniele Costa viene letteralmente coperto di applausi, indubbiamente meritatissimi, che strappano al pianista anche un bis di tutto rispetto all’insegna del pianoforte di Scarlatti.

 

 

About the Author

Matteo Macinanti

Romano di nascita e per passione. A 8/9 anni ho ascoltato per la prima volta Giovanni Sebastiano Ruscello e da quel dì non ho più ho smesso di essere musicopatico. Sono diplomato in Clarinetto al Conservatorio Santa Cecilia di Roma e studio Musicologia a Roma e a Parigi.