Maroussia Gentet e l’universo degli ossimori

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Martedì 6 novembre Traiettorie, celebre festival di musica contemporanea organizzato dalla Fondazione Prometeo, ha ospitato il concerto di Maroussia Gentet presso la Sala dei Concerti della Casa della Musica di Parma. La pianista ventiseienne è la vincitrice del 13° Concorso Pianistico Internazionale di Orléans, competizione ormai più che celebre nell’ambiente e interamente dedicata alla musica del Novecento e contemporanea, con grande attenzione alla costruzione dei programmi. L’idea di un concerto come un percorso la si è potuta riscontrare anche nel programma di Maroussia Gentet, che, per sua stessa affermazione, ha dedicato il programma agli elementi e in particolare alla terra.

Alla terra è legato infatti il primo brano della serata, Invocation del giovane compositore argentino Alex Nante. Il brano, in prima esecuzione italiana e dedicato a Gentet, ha costruito una sorta di misterioso preludio all’intera serata. Invocation è caratterizzato non solo dalla graduale evocazione dei materiali ritmici e tematici dal registro grave del pianoforte fino al culmine finale (procedimento questo ormai tutt’altro che nuovo, ma sempre di grande effetto), ma anche da un raffinato utilizzo dei timbri del pianoforte, come divisi per blocchi, per sezioni nitidamente definite. Maroussia Gentet ha dimostrato grande abilità nel riuscire a coniugare la nitidezza dei blocchi ad un’atmosfera misteriosa ed arcana, che avrebbero potuto essere accompagnate da una maggiore vivacità sonora oltre il mezzoforte, con una presa del tasto più marcata e un più fluido fluire del peso sulla tastiera, e soprattutto una maggiore attenzione alle tensioni espressive. Grande raffinatezza timbrica quindi, con dei pianissimo ai limiti fisici dello strumento, e grande chiarezza formale e strutturale per la pianista francese, ma al contempo un approccio interpretativo privo di enfasi oratoria, forse per scelta, anche quando la musica lo richiedeva. Questa chiarezza, questa cura del dettaglio si è mostrata in tutta la sua compiutezza nei successivi Six Encores di Luciano Berio, a partire da un fantastico Brin e da un Leaf perfettamente reso con movimenti quasi marionettistici e omogenea nitidezza. A questo è seguito Wasserklavier, soffuso e quasi soffocato, con un’intimità nostalgia, con cui ha contrastato con forza Erdenklavier, per poi aprirsi su un Luftklavier in cui la buona varietà timbrica avrebbe potuto lanciare di più verso una volatilità sonora. Molto ben caratterizzato anche l’ultimo Encores, Feuerklavier, sotto le mani della pianista quasi una danza tribale dalla scrittura meccanica eppure irregolare, dal carattere puntinista eppure scorrevolmente continuo.

 

 

A seguire Tangata Manu, dalle Miniature estrose di Marco Stroppa, lavoro splendido in cui la pianista è riuscita a trovare una buona differenza di suono, dimostrando non solo dimestichezza con il linguaggio tecnico, ma anche un’ottima gestione dei singoli elementi, con effetti di aurea orologeria e un’ottima polifonia. Appariva però tutto molto gestito, molto calcolato, poco respirato. Anche mantenendosi nel più ferreo rigore ritmico, le ampie risonanze e gli scarti dinamici o agogici avrebbero richiesto una maggiore capacità di reggere la tensione e un respiro più naturale. Meglio i Trois préludes di Philippe Schœller, anch’essi dedicati alla pianista ed eseguiti in prima assoluta quella sera alla presenza del compositore. L’opera è affascinante, ogni Preludio è ispirato ad un pittore (rispettivamente Twombly, Pollock e Van Gogh) e gioca sul concetto di preludio come nascita, come creazione, come rivelazione sonora. E in effetti il Primo Preludio partiva da misteriose risonanze gaspardiane, rimestando nel registro più scuro del pianoforte e muovendosi tra suggestioni notturne ed ombre spettrali, realizzate con un attento studio delle risonanze e note che potremmo definire “fantasma”. Con queste intendo note che vengono nascoste in mezzo ad altre o che ne costituiscono una sorta di doppio, di Doppelgänger sonoro chiamato ad assumere un ruolo prettamente timbrico. In questo la maestria di Maroussia Gentet è stata incredibile, realizzando con soffusa chiarezza i complicati impasti timbrici, ora incagliandosi su un inciso ostinato immerso in accordi sospesi, quasi Le Gibet!, ora concludendo il brano con tono arcano e perentorio. Il Secondo Preludio trova un tono diverso in un linguaggio comune: le risonanze tornano ad assumere un ruolo principale, evocando timbri pianistici e sezioni orchestrali attraverso un raffinato utilizzo di pedali, corde bloccate ed effetti sonori. Il risultato è stata una statica ritmicità che riusciva ad essere al contempo orizzontale e verticale, non però senza una contemplazione di atmosfere armoniche che procedendo appare un po’ fine a se stessa. Gentet dà al solito il suo meglio nella gestione dei dettagli timbrici, ma il finale è apparso nuovamente trattenuto. Il Terzo Preludio segna invece un cambio sostanziale di linguaggio, con arpeggi di enigmatica melanconia ed un carattere di appassionata fluidità, in un discorso più scorrevole e lirico. A fare da trait d’union il ritorno degli ostinati ribattuti e il giocare sulle note gravi per creare un ambientazione sonora per gli elementi sovrastanti. Un Preludio affascinante e forse fin troppo breve, che conduce verso un finale quasi sospeso.

Gentet

A concludere tutto il concerto la a dir poco meravigliosa Sonata di Dutilleux, brano in cui la pianista ha saputo trovare un colore ed un suono completamente diversi, unendo la solida organizzazione della polifonia a una totale disinvoltura tecnica. Quanto già detto precedentemente vale anche per la Sonata: Maroussia Gentet è fantastica nella gestione del brano, con una lucida chiarezza sia degli incisi che della polifonia, così come è splendida nei momenti ritmicamente vivaci, nelle eleganti nuance timbriche e nel realizzare un carattere che è di intima ed introversa malinconia, come ha dimostrato anche nello splendido Lied che compone il secondo tempo della Sonata. Le splendide scene da lei congegnate, tuttavia, apparivano più fotogrammi che pellicola, faticando nel trovare quella scorrevolezza che diventava ancor più necessaria quando la scrittura portava verso momenti di grande tensione espressiva e climax turbinosi, magari da soffocare con vertiginose folate. In quei momenti subentrava quasi una sorta di pudore, soprattutto nei finali, spesso tirati via prima di averli lasciati sedimentare nell’orecchio dell’ascoltatore, quasi resasi conto che il brano fosse improvvisamente terminato. Questo rifiuto verso la perorazione retorica l’ha resa una splendida interprete dei tre bis debussiani, passando un meraviglioso Ondine, tutto suoni vitrei e riflessi leggiadri, ma ancora senza quella sensazione di aspettativa che ne caratterizza i crescendo misteriosi, a una Danse de Puck spigliata, irriverente e di limpida chiarezza. Ha concluso il concerto il Primo degli Studi di Debussy, brano in cui la pianista è apparsa forse meno tesa e ha saputo trovare una maggiore libertà, pur mantenendo chiarissimo il meccanismo tecnico con suono pulito e fantastico impulso ritmico.

 

Ascoltare un concerto di Maroussia Gentet, dunque, è compiere un viaggio in un universo sonoro fatto di ossimori, chiare luci opache, improvvisi guizzi preparati, cristallina chiarezza in soffuse atmosfere, soffice nitidezza, statica ritmicità, brillantezza tecnica priva di qualsivoglia enfasi retorica. Un mondo espressivo interessantissimo che fa ben comprendere cosa abbia convinto la giuria del Concorso Pianistico di Orleans e che fa ben sperare per il futuro di questa raffinata interprete del contemporaneo.

 

Alessandro Tommasi

About the Author

Alessandro Tommasi

Bolzanino, diplomato in Biennio di Pianoforte a Padova con tesi sull'opera pianistica di Alfredo Casella, scrivo anche per Amadeus online e Le Salon Musical. Improvvido organizzatore, studio alla Fondazione Fitzcarraldo di Torino, sono Segretario Artistico del Festival Cristofori a Padova e lavoro per Trame Sonore - Mantova Chamber Music Festival e Asiagofestival. Dal 2017 sono membro della Media Lounge di Cremona Musica.