Australian string quartet al Tempietto

In Recensioni by Michela Marchiana0 Comments

L‘Australian Quartet (Dale Barltrop, Francesca Hiew, violini; Stephen King, viola; Rachael Tobin, violoncello) è protagonista della serata ai concerti del Tempietto, in collaborazione con l’Ambasciata di Australia con un programma molto variegato e altrettanto interessante.
Un gruppo di strumentisti vestiti a festa, non il classico concerto con i vestiti neri, forse una particolarità australiana o forse una particolarità di questa formazione, ma, se anche l’occhio vuole la sua parte, quest’ultima era decisamente viva e colorata.
Apre un classico quartetto di Mozart, il KV 575 in Re Maggiore. Primo dei tre Quartetti “Prussiani”. Questi quartetti, soprannominati “prussiani” perché commissionati al compositore da Federico Guglielmo II, re di Prussia, dovevano originariamente essere sei, ma Mozart ne compose “solo” tre. La caratteristica che anima questi lavori è l’importanza quasi assoluta del violoncello. Il motivo di questa scelta, o costrizione, è che il re di Prussia suonava il violoncello.
L’equilibrio del quartetto era di un livello altissimo, sfiorava la perfezione, i quattro timbri e i quattro suoni si mescolavano, dialogavano, respiravano insieme, le articolazioni erano uguali per tutti e quattro, sembrava un unico esecutore. La pecca generale dell’esecuzione mozartiana è probabilmente stata una presenza di suono troppo nella corda per essere un Mozart che compose questi quartetti solo per ottenere il denaro che gli era necessario. Un suono dunque più leggero sarebbe stato l’ideale, anche e soprattutto per il carattere poco serioso e giocoso che caratterizza il Re maggiore in quanto tonalità in generale e in quanto tonalità vivace di questo quartetto, carattere che invece si è un po’ appesantito.
Un tuffo nella contemporaneità, con il quartetto “Smith’s Alchemy” di Carl Vine. Forse la scelta è stata per omaggiare l’Australia, paese di provenienza del compositore e nome del quartetto dei musicisti nonché loro paese di provenienza. Questo quartetto è del 1994 e persegue l’idea di creare una voce e un respiro unico tra i quattro musicisti, cosa che è già presente, anche se non esplicitamente spiegata, in tutti i quartetti di cui abbiamo memoria e ascolto. Composizione assolutamente nelle corde dei musicisti, la migliore esecuzione della serata. Con un gioco di dialoghi, in cui gli strumentisti si sono eccellentemente destreggiati, riuscendo a prendere uno la sonorità e il timrbo dell’altro, mano a mano più forte, e tornando poi nel piano. Una serie di effetti stupefacenti e molto di impatto come suoni sul ponticello, glissati, pizzicati e suoni armonici che continuavano a testare e mettere a dura prova l’alchimia, appunto, tra i membri del quartetto, che si è rivelata però egregia, simbiotica.
Chiude un capolavoro famosissimo per il repertorio sia quartettistico che cameristico in generale, cioè il quartetto in Fa minore op. 80 di Mendelssohn.  È l’ultimo grande lavoro composto da Mendelssohn, che sarebbe morto due mesi dopo, e il caso vuole che sia anche il “Requiem per Fanny”, cioè un omaggio alla sorella che era morta poco prima. La perdita della sorella, a cui era legato moltissimo, ebbe effetti anche a livello compositivo, e questo quartetto ne è la prova. Per quanto Mendelssohn nella sua esistenza abbia avuto a che fare con le nuove e sofferte cifre stilistiche del Romanticismo, si è sempre mantenuto in un’atmosfera serena, classicamente strutturata, quasi semplice per quanto misteriosa e affascinante. In questo quartetto invece, partendo anzitutto dalla tonalità di Fa minore,  concludendo con effetti timbrici, armonici e dinamici, trasmette a chi ascolta il dolore lancinante della perdita e la sofferenza che svuota l’animo umano.
Quest’ultima composizione è stata eseguita con il suono nella corda caratteristico di questo quartetto che stavolta però si è rivelato il suono vincente, adatto al pathos e allo struggimento della situazione. Con i suoni a volte volutamente e meravigliosamente sporcati quasi graffiati che hanno fatto soffrire anche gli spettatori, e gli esecutori stessi, della morte di Fanny.
Per l’entusiasmo del pubblico il quartetto ci ha poi regalato due bis. Un quartetto di un altro compositore australiano che descriveva in maniera energica e iperattiva i paesaggi australiani, con effetti tecnici (di nuovo, suoni sul ponticello, glissati, trilli e tremoli e in più arco sbattuto sulle corde e note da suonare “col legno”, cioè con l’archetto rovesciato) a richiamare la natura, gli animali e i paesaggi sonori, e i Crisantemi di un melodicissimo Puccini.

Michela Marchiana 

About the Author

Michela Marchiana

Sono nata a Roma nel 1995. Ho iniziato a studiare il violino all'età di 12 anni. Frequento la facoltà di Musicologia presso La Sapienza e sono diplomata in violino presso il Conservatorio di Santa Cecilia a Roma. La risposta alla fatidica domanda "Qual è la tua musica preferita?" purtroppo (o per fortuna!) per me non esiste. Mi sono avvicinata al mondo della musica grazie ai miei genitori (non musicisti ma appassionati a tutto tondo) che mi hanno cresciuta a suon di cantautorato italiano misto a rock misto a reggae misto a (strano ma vero) Barbiere di Siviglia e Traviata. Successivamente, iniziato a studiare il violino sotto la guida di un'Insegnante con la "i" maiuscola, ho iniziato a scoprire il mondo dell'orchestra sinfonica e dei gruppi da camera. Dunque, se proprio dovessi dare una risposta sul genere di musica preferito (nell'ambito della musica classica), direi che preferisco la musica da camera, con un amore sconfinato nei confronti del Quartetto. Compositori preferiti? Nessuno dai, a parte la gigantografia di Ludovico in camera.