Pasquale Alessio

Ritratto dei compositori da giovani: Pasquale Alessio interpreta Beethoven, Schumann e Brahms

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Pasquale Alessio è un pianista relativamente atipico rispetto ad una media di quelli che si sono esibiti nei Concerti del Tempietto. Accanto al canonico diploma in pianoforte ha coltivato lo studio della composizione e dell’etnomusicologia; discipline certamente affini ma non usuali o tantomeno obbligatorie per chi di norma si appresterebbe a diventare un virtuoso. In realtà c’è molto dei suoi studi nel modo di suonare, e anzi ne costituiscono un tratto saliente.

Il programma della serata si presenta come piuttosto convenzionale: un viaggio romantico da Beethoven a Brahms passando per Schumann, sul filo della continuità stilistica che lega i tre, sia dal punto di vista musicale, delle relazioni personali (ed è il caso del rapporto tra Schumann e Brahms) e ideale, come nel caso della venerazione che Brahms specialmente provava per il maestro di Bonn.

Questo insieme di legami ed intrecci traspare nella lettura di Pasquale Alessio: l’esecuzione della sonata op. 7 di Beethoven, è in assoluto la più convincente e dotata di personalità della serata, e sul carattere beethoveniano si modellano in parte anche le altre interpretazioni. Il secondo tempo, Largo con grande espressione, da la cifra dell’esecuzione. La “Grande espressione” che il compositore mette al centro della propria agogica dona un afflato ampio e spazioso a tutto il tempo; ma la mediazione del classicismo che è ancora forte nel giovane Beethoven viene interpretata dal pianista calabrese come un freno a sconfinamenti sentimentali e a tempi dilatati che rischiano di annacquare anche le migliori letture in maniera didascalica. A voler cercare una piccola pecca nel complesso della sonata, si può discutere dell’opportunità di certi utilizzi del pedale di risonanza a tratti troppo abbondante, cosa che in parte si può spiegare come un trasferimento ex post delle sensibilità di Beethoven e Schumann, nonché del loro adeguamento allo sviluppo tecnico del pianoforte nelle rispettive epoche alla lettura beethoveniana, in un gioco di vasi comunicanti e di influenze contigue che poi restituiscono continuità a tutto il concerto.

L’Arabeske di Schumann è un altro banco di prova importante. Uno dei primi grandi brani pianistici della produzione del maestro di Zwickau già così pienamente maturo viene interpretato con grande impeto da Pasquale Alessio: si fa da parte lo Schumann sognante, quello tipico delle Scene Infantili, per far posto ad una visione impetuosa che ricorda l’intermezzo con la massima passione del Carnevale di Vienna o addirittura della Sinfonia in Do. Ragionando per idealtipi, si potrebbe dire che questa resa di Arabeske è più vicina ad una sensibilità à la Argerich che non ad un Radu Lupu o un Horowitz.

Le Quattro Ballate di Brahms esordiscono a tinte molto fosche fin dalle prime battute. Emergono prepotentemente i registri gravi, si sente una traccia di quello che era stato già in Beethoven. Questa scelta informa in maniera importante soprattutto la prima delle quattro perle che formano il gioiello brahmsiano, anch’esso appartenente alla produzione giovanile dell’amburghese: nel fitto dialogo che caratterizza la sezione centrale del brano emerge il chiaroscuro delle due voci a valorizzare al massimo l’esecuzione. La seconda ballata ha invece un sapore più schumaniano, ma inteso come lo Schumann di quell’Arabeske di poco sopra. Il legame che univa i due appare forte anche nel mutuo influsso musicale che viene così reso in maniera chiaramente comprensibile all’ascolto. Le ultime due ballate invece sono qualcos’altro, più prettamente brahmsiane. Si intrecciano influssi e scelte nuove nella costruzione dei brani, che già fungono da preludio allo Johannes che verrà. I due brani, complice anche il gioco delle tonalità che le lega, la terza è in si minore ma termina con un accordo maggiore che si lega alla tonalità di si maggiore della successiva, si legano in un intreccio che porta il concerto ad una conclusione quasi ovvia e naturale, impreziosita da una pagina di Chopin come bis.

Per riprendere quanto accennato all’inizio, cosa c’è in questo concerto degli studi compositivi e musicologici di Pasquale Alessio? C’è la consapevolezza della scrittura orchestrale di Beethoven, della centralità della forma in Brahms e delle ambiguità e dei dualismi di Schumann, cose che aiutano a rendere la musica più vera e viva.

Filippo Simonelli


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Filippo Simonelli

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Chitarrista di formazione. Devoto a Johannes Brahms, ho sviluppato col tempo una passione per la musica britannica e per Aaron Copland. Mentre ero alle prese con una laurea in Relazioni Internazionali ho deciso di fondare Quinte Parallele.