Flavia Feudi e Maddalena Miramonti al Tempietto

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Ieri pomeriggio al Tempietto la sala Baldini ha offerto un accogliente riparo dal maltempo che imperversa nella capitale, ed ha provveduto a fornire un’ora e quaranta di ottima musica con Flavia Feudi e Maddalena Miramonti, rispettivamente al clarinetto e al pianoforte.

Si comincia con una riduzione della Romanza in mi bemolle maggiore per clarinetto e orchestra di Richard Strauss, opera composta quando l’autore aveva appena 15 anni e ancora influenzata da un romanticismo di primo Ottocento, dotata di un tema dolce ed estremamente semplice anche se non banale che prosegue fra rimembranze di Schubert e passaggi strutturalmente più complessi, che le due musiciste affrontano sempre con cura e attenzione, anche se si percepisce qualche incertezza in alcuni passaggi, e qualche istante in cui l’affiatamento viene a mancare, ma rimangono episodi isolati in un concerto altrimenti immacolato.

Infatti si prosegue senza indugi con la  Sonata in Fa minore op. 120 di Johannes Brahms, composta invece negli ultimi anni di attività del compositore, sonata dal carattere spesso malinconico ed introverso, ma mai sentimentale, che procede per incisi di breve durata, illuminazioni, ricordi ormai disgregati delle colonne architettoniche che una volta sorreggevano questa forma. Su questa Sonata il clarinetto si muove con discrezione ed incisività, e la difficoltà tecnica richiesta, pur non essendo quella del Quintetto, necessita sicuramente grande impegno e concentrazione, necessità che Flavia Feudi soddisfa appieno . Il pianoforte invece riesce a mettersi al servizio dello strumento solista pur non rimanendo completamente nell’ombra, brillando nell’Andante un poco adagio, che permette alla pianista di mettersi in risalto con un’esecuzione delicata, lievemente distaccata (come spesso si conviene con Brahms) e allo stesso tempo veicolo di una tristezza quasi in sottofondo, che accompagna tutto il brano.

Dopo una breve pausa, è il momento di una sorpresa: infatti le due esecutrici presentano una composizione di un giovane autore e direttore d’orchestra, Pawel Gorajski (classe 1987), presente in sala. Il brano, una Suite per clarinetto e pianoforte, è caratterizzato da brevi scenette separate, in un discorso frammentato ma unitario, caratterizzato da un linguaggio misto, con alcune incursioni nella bitonalità, passaggi più bruschi e aperture liriche di grande intensità. Le interpreti affrontano questa partitura con il giusto spirito, con vivacità e con un animo oscillante fra il serio e il faceto.

Il concerto si conclude con la Sonata in Re di Nino Rota e l’Adagio e Tarantella di Ernesto Cavallini. La prima, composta nel 1945 per il clarinettista Attilio Scotese, presenta nel suo primo movimento un tema che si sposa molto con la malinconia tipica di un periodo autunnale come questo, ed ha il suo naturale prosieguo in un Andante (quasi adagio) dai toni ancora più elegiaci, che si apre al suo interno ad una melodia struggente e delicata eseguita con partecipazione ammirevole da entrambe le musiciste. Il brano finale di Cavallini fa da conclusione perfetta del recital, ed è un’occasione di sfoggio di tecnica per Flavia Feudi fra veloci scale e cascate di note, espresse da un clarinetto che non è sempre fluido e preciso, come nella cadenza presente a metà del brano, ma che nel complesso riesce alla perfezione a coinvolgere gli spettatori, che ringraziano a fine concerto con convinti e prolungati applausi.

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Enrico Truffi