Aron Chiesa

La voce del clarinetto: Aron Chiesa al Tempietto

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Roma, 27 Ottobre.
Il vento si è impossessato della Capitale; da bravo scassinatore si intrufola in tutti i vicoli del centro storico, levigando gli antichi marmi e riempiendo lo spazio con la sua interminabile e profonda nota di bordone.
Dopo aver attraversato i fornici del Colosseo e una volta strigliato il cavallo di Vittorio Emanuele II sul Vittoriano, il malandrino arriva a bussare alla porta della Sala Baldini di Piazza Campitelli.
È qui che, dopo essersi placato, si siede e si mette ad ascoltare un nuovo modo di fare musica: la perfetta sintonia sonora tra il clarinetto di Aron Chiesa e il pianoforte di Michelangelo Carbonara.

Il programma è dei migliori: Fantasiestücke Op.73 di Schumann, la Sonata in Re di Nino Rota, la Sonata Op. 120 n. 2 di Brahms e la Sonata di Poulenc.
Aron Chiesa affronta il suo recital in modo estremamente maturo e professionale: i tre “pezzi fantastici” di Schumann vengono eseguiti con un’estrema attenzione ai colori e a quelle sfumature che li rendono una gemma preziosa all’interno della letteratura cameristica per clarinetto.
Dalla calda malinconia del primo fino all’esuberanza dell’ultimo pezzo, il clarinetto di Aron Chiesa modella il suo suono adattandolo alle peculiarità di ogni frase e periodo.
Dallo sgabello del suo pianoforte, Michelangelo Carbonara conduce il dialogo con il canto del solista in un modo estremamente calibrato e attento ad ogni dinamica.

Dopo l’interpretazione magistrale e senza sbavature di Schumann, il programma fa un grande salto in avanti nel ‘900 di Rota. Pezzo poco noto (forse perché nella lista dei “non migliori”), la Sonata in Re offre al clarinetto molti spunti per far emergere la liricità insita nello strumento. Il duo mette il punto sull’espressività del brano e sui suoi cambi repentini di livelli di sonorità.
Ma è con la sonata di Brahms che emerge in modo inequivocabile la maturità artistica di Aron Chiesa. I tre movimenti vengono affrontati con un suono caldo e con una solidità sonora che non viene mai a mancare e che tiene sempre in alto il livello della tensione drammatica.
Come due attori sul palcoscenico, Chiesa e Carbonara rievocano sul palco del Tempietto quell’ambiente quasi casalingo che per la prima volta accolse l’esecuzione della Sonata brahmsiana.
L’insieme risulta ben strutturato e dimostra la validità di una coppia che ha già imparato a conoscere le caratteristiche dello strumento altrui.
Il fraseggio del clarinetto articola egregiamente i legati e staccati che fungono da grammatica sonora del pezzo.
Dopo il caldo salotto di Brahms si giunge infine alla vivacità esuberante della Sonata di Poulenc.
Tra i frizzanti virtuosismi che abbondano dal primo movimento fino a tutto il terzo, la Sonata non nega lo spazio anche a momenti più cantabili e lirici.
Chiesa interpreta questa tavolozza, allo stesso tempo pazza e raffinata, insistendo molto sulla peculiare poliedricità del suo strumento. I pianissimi, come quello che apre il secondo movimento, compaiono dal nulla e sempre nel nulla si annullano una volta eseguiti.
Il pubblico applaude estasiato e richiama più volte sul palco il musicista che, nonostante la giovane età, dimostra già una maturità straordinaria.

Matteo Macinanti

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About the Author

Matteo Macinanti

Romano di nascita e per passione. A 8/9 anni ho ascoltato per la prima volta Giovanni Sebastiano Ruscello e da quel dì non ho più ho smesso di essere musicopatico. Sono diplomato in Clarinetto al Conservatorio Santa Cecilia di Roma e studio Musicologia a Roma e a Parigi.