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West Side Story secondo Santa Cecilia

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All’Accademia di Santa Cecilia un’inaugurazione “col botto”, è il caso di dirlo. Entrando nel foyer dell’Auditorium il pubblico veniva informato che durante West Side Story sarebbe stato esploso un colpo a salve. E’ vero che ormai la storia bene o male la conoscono un po’ tutti, ma visti i tempi che viviamo, meglio avvisare… Sopra questi cartelli poi, Lenny, Lenny dappertutto. Il celebre direttore d’orchestra e compositore troneggiava in tutto il foyer, gigantesco mentre dirige impetuoso, comunicativo, sorridente nei corridoi o in posa un po’ imbronciato, citato nei manifesti all’interno della mostra allestita per l’occasione, e ovviamente protagonista nel programmino di sala.

Roma festeggia i 100 anni dalla nascita di uno dei suoi direttori storici; indimenticato nonostante quelle battute caustiche sull’orchestra di Santa Cecilia: «A volte ogni orchestrale va per la sua strada, ma come solisti sono magnifici». Erano gli anni ’50; adesso come allora una tale boutade risulta appunto tanto scherzosa quanto ingenerosa: la formazione romana è stata più volte definita come “una delle migliori orchestre del mondo”, specie da quando è guidata da Antonio Pappano: le vite dei due musicisti furono a un passo dall’intrecciarsi, quando “Lenny” (così era chiamato da tutti affettuosamente) gli chiese di fargli da assistente nell’indimenticata Bohème. Il direttore italo-anglo-americano però lavorava per Barenboim, e la cosa non si concretizzò.

Lenny direttore, ma anche compositore, artista colto, eclettico e istrionico, che non perse mai il piacere e il desiderio di dialogare dal podio con il suo pubblico. Una vera star del sistema televisivo; fu tra i primi a capire le potenzialità educative dei media; le sue lezioni di musica sono tutt’oggi un caposaldo del genere e un potente strumento per avvicinare il grande pubblico alla comprensione della musica:

Tra i romani c’è chi ancora lo ricorda in giro per la città, negli anni ’80, quando era stato nominato Presidente Onorario dell’Accademia. I concerti allora venivano tenuti presso l’Auditorium di Via Della Conciliazione, ma albeggiava l’idea di costruire un nuovo, capiente auditorium per accogliere un pubblico sempre più numeroso. Gli anni sono passati, un intero complesso dedicato alla musica e alle arti è stato costruito, e l’orchestra ha seppellito per sempre quella vecchia battuta: un corpo sonante compatto e omogeneo ma con tutte le sezioni brillanti, ricche di personalità e sempre perfettamente affiatate, così come i cantanti e il coro.

Nella grande Sala Santa Cecilia gli artisti hanno dato corpo, voce e sonorità alla triste storia di Tony e Maria, novelli Romeo e Giulietta, raccontata da Arthur Laurents, con le parole di Stephen Sondheim. Composto tra il 1953 e il 1956, il musical (anche se è un po’ riduttivo definirlo così) vide la prima a Washington nel 1957. Gli italiani dovettero aspettare ben 24 anni prima di ascoltarlo dal vivo in Italia, allo sferisterio di Macerata.

Sul palco tutti sono apparsi in splendida forma e convincenti: cominciando dal cast, su cui ha svettato la voce preziosa di Nadine Sierra (soprano, Maria), che vorremmo rivedere magari in ruoli ancora più ampi. Portoricana d’origine come il suo personaggio, la cantante americana ha dimostrato di essere convincente nell’interpretazione, oltre che nel cantato in senso stretto. Alek Shrader (tenore, Tony), non difettava per physique du rôle, correndo da un angolo all’altro del palco, diviso per l’occasione in vari settori (l’allestimento era semiscenico); svettante negli acuti (pur se con qualche imprecisione) ma capace di dare al personaggio e alla sua linea melodica le molteplici sfumature richieste dalla parte, giocava intelligentemente con i colori e si trovava perfettamente a suo agio nelle scene. Ogni duetto o scena tra i due è stato un numero delizioso di arte musicale e teatrale. Perfetti entrambi nel ruolo.

Gradevoli e coinvolgenti le scene di costume, con le trascinanti Ita Architto (Anita) e Aigul Akhmetshina (Rosalia). Un po’ in difficoltà a volte – vista la parte un po’ impervia – Mark Stone, che dava voce e corpo al capo dei Jets, Riff. Si sono dimostrati all’altezza anche gli artisti del coro coinvolti come comprimari: Andrea D’Amelio (Bernardo), Francesca Calò (Consuelo), Marta Vulpi (Francesca): convincenti e spigliati.

I numeri si susseguivano tra le espressioni soddisfatte del pubblico che riconosceva le melodie, ormai parte del bagaglio di memorie musicali che già da piccoli ci portiamo appresso, ma tutto risultava rinnovato e valorizzato dalla direzione precisa e tagliente di un Antonio Pappano perfettamente a suo agio tra pagine sinfoniche, ritmi di danze sudamericane, momenti lirici intensi alternati a pagine travolgenti, dagli accenti scolpiti con artigiana precisione; il direttore è anche entrato nella storia come personaggio: indossando un berretto in testa, fischietto in bocca, ha recitato la parte di Krupke in «Dear kindly Sergeant Krupke», piccolo cameo divertente.

Un plauso merita il coro, in costume anni ’50, sempre preciso, preparato da Ciro Visco. I tenori a sinistra a rappresentare i Jets, con i bassi nel lato opposto, zona degli Sharks. Tutti fermi in posizione tradizionale, ma pronti a far vivere le due bande attraverso piccoli movimenti scenici e movimenti del corpo, accenni di ballo. Hanno dimostrato di muoversi a loro agio attraverso una molteplicità di accenti e registri, dal falsetto a toni più vicini al parlato, sempre con energica precisione.

Tutto il palcoscenico di una delle sale più grandi d’Europa diventava simbolicamente parte dell’Upper West Side di New York, e forse nell’allestimento risiede un piccolo difetto nell’impostazione della serata: i sovratitoli rendevano tutti i testi comprensibili ai più, ma la sintesi di molti eventi, specie nella seconda parte, risultava troppo verbosa e un po’ forzata, a discapito dell’ intellegibilità e scorrevolezza della storia, assicurata invece dalla musica. C’è anche da dire che questo format è stato così impostato e autorizzato dalla Fondazione Bernstein di New York, che ha dato il suo placet solo a sei orchestre in tutto il mondo perché eseguissero la partitura originale in forma di concerto.

Alla fine, applausi convinti e calorosi per tutti, e una domanda che ronza in testa percorrendo a ritroso i corridoi per andar via: Cos’è West Side Story? Più facile distinguere le singole componenti che dare una visione d’insieme. Troppo riduttivo chiamarlo “musical”, troppo riduttivo chiamarlo “opera”. E quindi cosa contiene?

Innanzitutto una storia d’amore senza tempo. Dal rinascimento di Shakespeare, la vicenda traslata non perde di efficacia: l’amore è universale, e purtroppo pure l’odio e la violenza. Cambiano i nomi, ma Capuleti e Montecchi possono essere chiamati Jets e Sharks, così come in mille altri modi ancora più attuali. Tutto amalgamato da musica di altissima qualità, tanto che è stato possibile realizzare con risultati credibili questa versione anche in forma di concerto. E bene ha fatto Antonio Pappano, dopo 13 anni alla guida di una delle orchestre più conosciute e apprezzate del mondo ad inaugurare la stagione con questo lavoro. C’è stato chi ha detto (i soliti tradizionalisti che avrebbero forse gradito l’ennesima riproposizione della Settima di Beethoven), che la scelta di West Side Story tradisce la ricerca di nuovo pubblico, vista la flessione delle presenze rispetto agli anni passati, ma rimane il fatto che questa scelta, ad alcuni apparsa coraggiosa, è stata ben motivata dallo stesso direttore con motivazioni musicali ed etiche, oltre che per l’importante anniversario dei cento anni dell’autore e per ricordare il suo rapporto con l’Accademia. Scelta dimostratasi validissima sul campo. A parte il Sold Out in tutti e tre i giorni di programmazione, è innegabile come la musica di West Side Story e la sua storia siano così interessanti, ben pensate e costruite da reggersi benissimo anche senza scene. Quando un lavoro progettato per essere rappresentato in teatro viene trasposto o ridotto in forma di concerto, spesso si assiste a un suo impoverimento. La musica senza le immagini perde di efficacia, e il tutto risulta un po’ forzato. Non è il caso di questo musical/opera, imponente e totalizzante come una sinfonia.

E come sempre, trattandosi di un capolavoro ormai divenuto classico ed esemplare, ognuno vi si può accostare fruendolo in livelli diversi di lettura. Si può apprezzare (magari commuovendosi) l’eterna storia d’amore infelice e tragico, si possono gustare le invenzioni melodiche e ritmiche, le ricchezze timbriche o le invenzioni formali che rendono compatto e coerente tutto questo magma ribollente di situazioni meta-musicali. Ognuno godrà del suo multistrato, e forse è proprio questa una delle caratteristiche che ci permettono di apprezzare maggiormente un’opera più di altre: l’essere contemporaneamente unitaria e sfaccettata.

Alla fine, spenta l’ultima eco dei temi musicali, rimane anche il succo della storia: un monito contro il razzismo e la violenza che attraversa i secoli, da Shakespeare e anche prima, fino ai giorni nostri. Un monito sempre attuale. Come la musica di Lenny.

 

Giovanni Mirabile

(Foto dalla pagina Facebook dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.)

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