Virtuosismo e gioventù ai concerti del Tempietto

In Recensioni by Michela Marchiana0 Comments

Nella domenica pomeriggio del Tempietto il giovanissimo (16 anni) pianista Pierluigi d’Ippolito apre il concerto con un colosso della musica tutta, Johann Sebastian Bach.
La sua Partita n. 3 in la minore (BWV 827) era concepita, come molta musica di questo genio della storia della musica, come un esercizio didattico, come esplorazione tecnica e musicale di tutto ciò che si potesse studiare e/o ascoltare. Questa composizione apriva il Clavier-Büchlein (un “libricino” didattico) dedicato alla seconda moglie di Bach, Anna Magdalena.
In tutta la partita è stata evidente la marcata abilità tecnica del pianista che si è messo alla prova con ritmi e articolazioni complesse da rendere per il pubblico. Una abilità e velocità delle dieci dita che si mostrava al pubblico con apparente facilità ha reso buono l’equilibrio della composizione, peccato unicamente per il dialogo tra acuti e gravi nelle due mani che a volte è stato poco evidente.
Sulla scia d’ispirazione bachiana si passa alle 32 variazioni in do minore (WoO 80) di Ludwig van Beethoven. Tema di pianoforte su cui poi si sviluppano le variazioni, tema di pianoforte in cui, però, più che alla linea melodica, si fa caso al basso cromatico e ostinato, che torna in tutte le variazioni, richiamando alla memoria temi di basso di ciaccona e passacaglia. Variazioni dunque di ornamenti e di fioriture e non, o comunque in misura decisamente minore, variazioni armoniche. Probabilmente più rilassato, sia per aver rotto il ghiaccio e sia per aver salutato in maniera brillante il terrore che incute Bach, il giovane Pierluigi ha reso molto meglio nell’equilibrio delle due mani in questa composizione. Il carattere era deciso e drammatico, come composizione richiedeva, la voce di “basso ostinato” presente in tutte le variazioni era ben percepibile sempre, in modo quasi, come giusto che sia, da disturbare gli orpelli melodici in acuto. Lodevole, come detto per Bach, l’apparente facilità tecnica e la rilassatezza con cui si è approcciato al brano.
Dopo un breve intervallo, atto a scrollarsi un po’ di dosso la gravitas delle tonalità minori di due grandi compositori, si passa per un momento di tecnica brillante e giocosa con la Sonata in fa maggiore KV 332 di un altrettanto grande Wolfgang Amadeus Mozart. L’atmosfera cambia radicalmente, si fa più serena e gioiosa, anche nei momenti di tensione patetica, perché lo spirito di Mozart aleggia sempre ridacchiando qua e là. Quello che non cambia è la leggerezza con cui il pianista affronta il repertorio montato. Leggerezza data sicuramente da molto studio e dedizione misti alla voglia di suonare, divertirsi e vivere la musica.
Si conclude con una tecnica di assoluto virtuosismo, appropriata alla preparazione brillante di Pierluigi, Orage dagli Anni di Pellegrinaggio di Franz Liszt. Pezzo indubbiamente di impatto, che con la sua tecnica strabiliante lascia il pubblico stupito e a bocca aperta, suonato con forza e carattere, alcuni momenti di squilibrio tra le due mani (peccato per le ottave di tempesta della sinistra che non hanno fatto esplodere la sala a dovere!), ma una potenza di un vissuto da non credere considerando i soli 16 anni del solista. Due bis per salutare il pubblico e si è giunti alla fine del pomeriggio musicale.
Nel complesso, come ripetuto più volte la cosa che ha reso degno di nota il concerto è stata la facilità con cui il tutto è stato suonato, forse anche troppa (ma ben venga!). Pecche della serata, ampiamente giustificate per la giovanissima età del pianista, sono state, come si diceva sopra, a volte la mancata importanza della mano sinistra, mano di bassi, che veniva spesso coperta da orpelli “non fondamentali” della destra e, in generale, la tendenza a eseguire il tutto a una o due tacche di metronomo di troppo, quando le composizioni richiedono momenti di stasi e momenti in cui il flusso musicale deve andare alla stessa velocità del pensiero dell’ascoltatore e non dell’esecutore, che dal momento in cui inizia a suonare sa già come andrà a finire.

Michela Marchiana


Dal momento che sei qui, ti chiediamo un favore. Quinte Parallele è in finale ai Macchianera Awards, il premio della rete, nella categoria “Miglior Sito Musicale”. Nel nostro piccolo è un grande successo, perché è la prima volta che una rivista dedicata alla musica classica arriva a sfidare i giganti del pop e del rock. Per questo ti chiediamo di dedicarci altri cinque minuti e darci il tuo voto, cliccando nel link qui e seguendo le istruzioni contenute nel form. Grazie di cuore, Lo Staff di Quinte Parallele

About the Author

Michela Marchiana

Sono nata a Roma nel 1995. Ho iniziato a studiare il violino all'età di 12 anni. Frequento la facoltà di Musicologia presso La Sapienza e sono diplomata in violino presso il Conservatorio di Santa Cecilia a Roma. La risposta alla fatidica domanda "Qual è la tua musica preferita?" purtroppo (o per fortuna!) per me non esiste. Mi sono avvicinata al mondo della musica grazie ai miei genitori (non musicisti ma appassionati a tutto tondo) che mi hanno cresciuta a suon di cantautorato italiano misto a rock misto a reggae misto a (strano ma vero) Barbiere di Siviglia e Traviata. Successivamente, iniziato a studiare il violino sotto la guida di un'Insegnante con la "i" maiuscola, ho iniziato a scoprire il mondo dell'orchestra sinfonica e dei gruppi da camera. Dunque, se proprio dovessi dare una risposta sul genere di musica preferito (nell'ambito della musica classica), direi che preferisco la musica da camera, con un amore sconfinato nei confronti del Quartetto. Compositori preferiti? Nessuno dai, a parte la gigantografia di Ludovico in camera.